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domenica 21 giugno 2015

LA REALTA' ASCETICA DI MASSIMO SCALIGERO


Massimo Scaligero (pseudonimo di
A. Massimo Sgabelloni)

Non sappiamo se il filosofo Massimo Scaligero (pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni) abbia mai visitato Sant’Agata del Bianco (RC). O se egli, intimo spiritualista, abbia mai intuito il soffio vitale della nostra montagna. Di certo, il padre e lo zio conoscevano bene il centro aspromontano, poiché vi erano nati ed avevano vissuto nella residenza signorile di cui rimane ancora uno splendido portale in pietra, quasi rasente la piazza del paese.
Ma nella biografia di Scaligero (pseudonimo che assunse sul finire degli anni Venti) ricorre spesso la definizione di “oriundo calabrese”, poiché egli nacque a Veroli, poco distante da Frosinone, il 17 settembre 1906. Il padre Giuseppe, un uomo d’affari, era costretto a continui spostamenti e così, per il giovane, la figura di riferimento divenne lo zio Pietro Sgabelloni (apprezzato giornalista de Il Giornale d’Italia) nella cui casa, a Roma, “fu ben presto amorevolmente accolto”.

Nel volume Dallo Yoga alla Rosacroce (Edizioni Mediterranee, Roma 2012) lo stesso filosofo ricorda come, a 12 anni, frequentasse affascinato lo studio dello zio: <<Il sospetto che il succo ultimo delle ascesi orientali fosse risorto in Occidente, come potenza del tipico pensiero logico, affiorò in me sin da quando fanciullo potevo essere testimone di lunghe conversazioni sul sovrasensibile, sul magico, sull’occulto, nell’ambito familiare in cui vivevo presso mio zio, Pietro Sgabelloni, studioso di dottrine esoteriche, asceticamente adamantino come un “patriarca” Zen, umanista e poeta, a cui dovetti la mia prima formazione interiore. Mi era sufficiente ascoltare quei discorsi, senza capirvi molto, ma avendo la sensazione della grandiosità del loro contenuto dalla ricchezza di sentimento e d’immaginazione di cui erano capaci quei cercatori”.

Anche Gabriele D’Annunzio era molto legato a Pietro Sgabelloni (basti pensare che ne Il Giornale d’Italia del 5 maggio 1938 è riportato un autografo con dedica del poeta “al costante ed animoso amico”). Ma non solo. Leggendo i versi del giovane Massimo, D’Annunzio affermò pubblicamente: “ecco il futuro vate d’Italia”.“La ricca e qualitativa biblioteca di mio zio Pietro – annoterà il filosofo – era per me un mondo di magiche meraviglie (..) di volta in volta mi forniva lui i libri, secondo gradualità di contenuto in relazione alla mia età. Così ben presto sorse il mio contatto con Nietzsche, che divenne il mio autore preferito: Feuchtersleben e Ramacharaka rimanevano gli ispiratori della disciplina interiore, ma da Nietzsche attingevo una visione del mondo e il senso del valore ultimo della cultura”.

Nella primavera del 1930, Massimo conosce Julius Evola. Nel volume Testimonianze su Evola (E. Mediterranee, 1985) Gianfranco Turris riporta le parole di Scaligero: “Bussai alla porta del penultimo piano di Corso Vittorio 197 e mi aprì un personaggio giovanile, alto, longilineo, indubbiamente più annoso di me: il suo sguardo era tra buddhico e olimpico, il suo portamento calmissimo. Avendo sùbito intuito il senso della mia visita, ossia nessuno scopo, Evola prontamente mi venne incontro con genuina simpatia e questa simpatia fu la forza di connessione estradialettica ed estradottrinaria che mi congiunse a lui per anni (..) Immediatamente, ricordo, ci unì il tema della montagna e delle impressioni interiori dell’ascesa, del silenzio e della solitudine delle vette”.Negli anni, i seguaci di Scaligero evidenzieranno più volte che in una prima fase egli sostenne gli aspetti positivi del fascismo, svolgendo la sua attività nel campo puramente culturale e spirituale (precisando, tra l’altro, che “è sempre stato poverissimo”).
Dopo la guerra, il filosofo non si occupò mai di politica (ricordiamo che fu anche imprigionato a Regina Coeli dalla Polizia Militare Alleata alla fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale, tuttavia, salvò la vita a degli ebrei). Inoltre, a chi lo minacciava di pubblicare i suoi scritti giovanili rispondeva: “siete degli imbalsamatori”.

Nel libro I Redenti, gli intellettuali che vissero due volte (Casa Editrice Corbaccio, 2005), Mirella Serri accenna a Massimo Scaligero come a uno dei protagonisti del dibattito antisemita che si svolse nel 1942 sul settimanale Roma fascista.Ma, proprio agli inizi degli anni ’40 (dopo aver anche corretto il suo cognome all’anagrafe in Scabelloni), per Scaligero fu chiaro il senso della perenne ricerca spirituale, della cosiddetta via del pensiero. Difatti, in modo fulminante e grandioso, trovò nel libro La scienza occulta di Rudolf Steiner tutto ciò che aveva pensato e inseguito da sempre. Da quel preciso momento (primi anni Quaranta), pur se afflitto dalla tubercolosi, egli intese la sua vita come una missione intellettuale improntata sulla lezione di Steiner (“Maestro di nuovi tempi”).
Sant'Agata del Bianco, l'ingresso della 
casa che fu della famiglia Sgabelloni

Nel 1950 divenne redattore capo della rivista East and West (oggi IsIAO) ed un anno più tardi, dopo aver aderito alla Società Antroposofica, insieme a Giovanni Colazza (amato discepolo di Rudolf Steiner) definirà la creazione della “Prima classe della Scuola esoterica”in Italia.Tra gli anni ‘60 e ’80, il filosofo darà alle stampe decine di libri, affinerà la sua visione ascetica della realtà e sarà protagonista di lezioni ed incontri che richiameranno un consistente numero di seguaci. Il lavoro e la meditazione non gli consentiranno di spostarsi più da Roma. Eppure in questo pensatore segnato da una così profonda vocazione esoterica c’era sempre qualcuno che intuiva un nonsoché di ancestrale.Il fratello Carlo L. Sgabelloni, ad esempio, ha sottolineato che non era una qualità secondaria della sua personalità “il saper vedere, sempre, l’aspetto comico della vita; qualità che gli veniva per li rami della famiglia paterna, fiorita in terra di Calabria” (precisamente a Sant’Agata del Bianco). 
E finanche il giorno prima di morire si narra che, in una trattoria, strinse commosso un giovane cameriere calabrese che lo aveva servito e, non avendo nulla da potergli regalare, gli donò l’unica cosa di cui era provvisto: un ombrello.
La mattina seguente fu trovato piegato tra i suoi adorati scritti. Era il 26 gennaio di trentacinque anni fa.


DOMENICO STRANIERI






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