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venerdì 27 dicembre 2013

A COLLOQUIO CON IL PROF. VITO TETI

Questa è la mia seconda intervista al Prof. Vito Teti (Professore ordinario di Antropologia Culturale presso l’Università della Calabria) ed è stata realizzata prima della sua vittoria al Premio Letterario Nazionale Tropea, ottenuta il 10 Novembre con il romanzo storico “ Il Patriota e la maestra” (Quodlibet, 2012). Di lui, profondo conoscitore dei nostri scrittori e dell’umanità del Sud, recentemente si sono occupati i più importanti quotidiani italiani, come Repubblica ed il Corriere della Sera. Non per niente, proprio sul Corriere, il 13 novembre 2013, Gian Antonio Stella scrive: “Maledetto Sud, un libro bello e gonfio di amore struggente per il Mezzogiorno proprio perché non fa sconti alla terra natia...Vito Teti, già autore di libri densi e dolenti sullo svuotamento fisico e morale della sua Calabria interna (Il senso dei luoghi) e di studi fondamentali sul razzismo anti-meridionale come «La razza maledetta», non ne perdona una a chi ha ridotto il Mezzogiorno nelle condizioni attuali”.

Teti durante il conferimento della Laurea Honoris Causa a Saverio Strati
Prof. Teti, Lei è stato definito da Pasquino Crupi “un intellettuale di sinistra, che è rimasto nella trincea ardente della Calabria e ha continuato a dire le ragioni della Calabria contro la letteratura dei pregiudizi”. A proposito di pregiudizi: se le dico “Aspromonte” cosa le viene in mente?
Mi vengono in mente le percezioni, le visioni, le sensazioni che l’Aspromonte mi ha dato nel corso di decenni di frequentazioni per ragioni diverse. Vedo nuvole alte e alberi magici, boschi ed acque, grotte e pietre, sentieri e un vegetazione cangiante: un paesaggio unico, incantevole e maestoso. Mi vengono in mente i tanti paesini che stanno quasi in preghiera ai suoi piedi e ancora volti, gesti, canti, musiche, accoglienza. E poi le innumerevoli immagini insite negli scritti di autori come Alvaro e Perri. Mi commuove il pensiero di Polsi, che ho visitato diecine di volte, e che ho guardato con intensità e partecipazione. Naturalmente, si impongono anche le immagini negative che di questa splendida montagna sono state costruite nel corso degli ultimi decenni. Penso che dobbiamo fare di tutto per cancellare, annullare, lasciarci alle spalle questi simboli negativi che spesso, per varie ragioni, hanno contribuito anche alcuni abitanti dei luoghi a creare. Ci vuole uno nuovo sguardo e necessita una nuova immaginazione per rendere Giustizia (come voleva Antonello di Alvaro) a questi luoghi animati da giustizia, ma spesso, paradossalmente, travolti da incomprensioni esterne e da forme di autodistruzione interne.

Negli ultimi secoli i cambiamenti storici non hanno giovato ai calabresi. Siamo passati dal “Risorgimento tradito” alla teoria della “razza maledetta”. Cosa dovremo ancora aspettarci in futuro?
Certo, le attese, i sogni, il desiderio di Giustizia delle popolazioni sono state spesso tradite, disattese, deluse. Credo che momenti come il Risorgimento e il brigantaggio, la devozione popolare e la fatica delle persone, vadano viste nella loro complessità, con tante sfaccettature. In altri termini, anche se il passato rimorde, è bene pensare al presente, ribaltare le immagini negative strumentali e spesso interessate e offrire il volto bello di questi luoghi. Il futuro è sempre imprevedibile. Per molti filosofi il futuro è un tempo che non esiste e per qualcuno l’Apocalisse è già avvenuta. Uscendo fuori da visioni catastrofiche o invece da concezioni che immaginano un paradiso in terra, è bene pensare qui ed oggi cosa ognuno di noi può fare. C’è bisogno di un’etica del futuro, di una speranza, anche quando tutto sembra volgere al peggio.

Nel suo ultimo libro “Maledetto Sud” (Einaudi, 2013),  lei sostiene che bisogna anche fare i conti con gli stereotipi tanto che scrive : “ dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o farsele rinfacciare con cattiveria dagli altri”. Insomma, anche i calabresi si devono assumere delle responsabilità?
Penso che dobbiamo confutare tutti gli stereotipi e i pregiudizi che ci hanno avvolto, condizionato, esasperato. E che spesso hanno creato sfiducia, alimentato apatia e identificazione con gli stereotipi esterni, mostrandoci esattamente come gli altri ci volevano per meglio escluderci. Penso che però non dobbiamo essere suscettibili e permalosi; dobbiamo riconoscere noi i nostri mali e le nostre ombre. Spesso tra di noi siamo impetuosi fino all’autolesionismo per le responsabilità nostre, poi diventiamo chiusi e ombrosi quando a dirci cose sgradite sono gli altri. Amare la propria terra significa curarla, interrogarla, capirla e anche segnalare ciò che non va, individuare i responsabili di un degrado che spesso ci vede agli ultimi posti in negativo. Abbiamo avuto ceti politici, dirigenti, professionisti e anche intellettuali spesso funzionali alle politiche del Nord, salvo poi a lamentarsi e a dare la colpa agli altri. Soggettività, senso di sé e senso di responsabilità sono termini inseparabili.

Nella pregevole ricerca “Storia dei paesi abbandonati di Calabria” (Donzelli, 2004) ha dato “senso ai luoghi” con la fotografia e le parole. Ci sono posti che, per vari motivi, senza un attento viaggiatore non esistono. Qual è il valore del viaggio nell’era del predominio della tecnica?
Il viaggio come spaesamento radicale, perdita, scoperta di sé forse non esiste più, anche perché il mondo è diventato sempre più piccolo ed uguale e anche perché gli altri ormai vengono da noi. Ecco, il viaggio degli emigrati che vengono da noi è forse il vero viaggio di sradicamento, che noi dovremmo capire perché abbiamo avuto una storia di fughe e di abbandoni. Penso poi che, comunque, viaggiare sia bello, istruttivo, ti pone di fronte a persone e a realtà nuovi, ti fa capire anche il valore di quello che hai lasciato, ti permette di capire anche quale è il posto del mondo dove ti senti a casa. Senza viaggiare non puoi nemmeno tornare e non puoi capire il senso di un’identità plurale, aperta, mobile, dinamica. Credo che, per varie ragioni, oggi “restare” sia una forma estrema di viaggio. Ma restare non significa comodità e immobilità, significa scelta di abitare il luogo in cui sei nato, cambiandolo, rendendolo più bello, più vivibile, più abitabile, insegnando anche l’arte dell’accoglienza. Vedo una dialettica e un complementarità tra viaggiare, restare, tornare, ripartire. L’antropologia profonda della Calabria ha molto da suggerire e da offrire in questa direzione.

Prof. Teti,  lei ha un legame particolare con gli scrittori nati in Aspromonte. Non per niente è stato il principale sostenitore della “Laurea Honoris Causa” a Saverio Strati conferita dall’Unical  il 13 dicembre 2010. E’ eccessivo dire che la biografia letteraria dello scrittore di Sant’Agata del Bianco è, in qualche modo, la biografia della nostra terra?
Saverio Strati è un grande scrittore, che ha saputo cogliere le trasformazioni dell’antico mondo in cui è nato. La sua biografia è certo la biografia della nostra terra, fermo restando che i modi di vivere e narrare l’appartenenza sono molteplici e che ogni biografia ha una sua dignità e un suo valore ed è rappresentativa di una condizione ambientale, oltre che personale. Vorrei che Strati e altri scrittori calabresi venissero, davvero, letti e meditati, spiegati nelle scuole. La “laurea honoris causa”, di cui vado orgoglioso per il ruolo giocato, è stato un riconoscimento e un grazie allo scrittore e all’uomo. Io quel riconoscimento, che certo non aggiunge nulla al valore dell’autore, l’ho vissuto anche con un’emozione personale intensa. Ho avuto il piacere di conoscere lo scrittore, frequentarlo in Calabria, parlando sempre  con sobrietà e discrezione. Strati sa narrare e anche ascoltare.

Parlando con lei mi viene quasi impossibile non accennare al grande Corrado Alvaro, di cui è un fine conoscitore. Oltre alla letteratura tout court, quanto questo scrittore ha contribuito ad alimentare “un’antropologia narrata”, ovvero un modo di leggere e raccontare l’umanità del Sud?
Alvaro è stato un grande narratore e anche un raffinato intellettuale, un viaggiatore e un fantastico cronista, un conoscitore di cinema e arte, un organizzatore di cultura e un “moralista”. La sua scrittura è densamente antropologica. E la sua antropologia, il suo continuo interrogarsi e porsi domande, diventava magicamente letteratura. Penso, lo dico perché vorrei che la Calabria si rendesse davvero conto dei suoi grandi uomini, che anche Alvaro, come Strati, sia, purtroppo, più citato (a volte malamente) che non letto e studiato. Fa male, infatti, sapere che Alvaro è considerato all’estero uno dei più grandi scrittori del Novecento, mentre la nostra terra  ne sottovaluta l’importanza.


Le foto della presentazione del libro "Maledetto Sud" nel Salotto Letterario "Calliope" di Siderno (10/12/2013)










IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DI "MALEDETTO SUD"

giovedì 14 novembre 2013

LA RIVALITA' TRA SANT'AGATA E CARAFFA DEL BIANCO (RC)

QUANDO LA MEMORIA STORICA HA DUE VINCITORI E DUE VINTI

dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2013


L'articolo sul mensile IN ASPROMONTE
La rivalità è un sentimento antico quanto l’uomo. Può essere motivo di distruzione, di imprese leggendarie o racconti epici. Ciò nonostante non tutte le rivalità sono uguali. Ma la tensione tra gli opposti, che per Eraclito è il motore del mondo ("Polemos è signore di tutte le cose"), caratterizza da sempre anche la vita semplice dei paesi aspromontani. Secoli muti per la storia ufficiale quelli della “perduta gente” ma ricca di aneddoti e curiosità che ancora oggi gli anziani, con impeto vano, raccontano. 
Quando, poi, due borghi sono saldati a formare in pratica un solo paese la competizione inevitabilmente è più marcata. Ed allora se un “forestiero” non riesce a percepire che da Caraffa del Bianco sta entrando a Sant’Agata del Bianco e viceversa, è singolare come tra queste due popolazioni ci siano peculiarità e modus vivendi differenti. Il santagatese fantasioso e beffardo, il caraffese riservato e pratico. 
Perfino molti termini linguistici variano in modo sorprendente tra le due comunità. E se oggi alcuni pregiudizi sono stati superati (anche perché spopolamento fa rima con isolamento) e dei paesi di un tempo è rimasto solo l’involucro, una volta ogni occasione era buona per prendersi a pietrate. Era un continuo fronteggiarsi. 

Pure lo scrittore Saverio Strati ricorda le zuffe mitiche in contrada “Brunello” (così denominata dal nome del contadino che nel 1661 assassinò il duca Tranfo di Sant’Agata). “Legnate eretiche”, forse un unicum nella storia dei riti religiosi, erano poi quelle del venerdì santo. Ma quale era l’occasione dello scontro? Tuttora, durante la settimana santa le due processioni del venerdì si incontrano. Una, che parte da Sant’Agata, arriva in chiesa a Caraffa e ritorna indietro. L’altra, in direzione opposta, da Caraffa giunge a Sant’Agata e rientra. Sia all’andata che al ritorno, dunque, le due code di fedeli si incrociano. Diciamo, più precisamente, che in passato “entravano in conflitto” poiché da sempre i più giovani, ben armati di “tocche” e “ciarnèca” (strumenti di legno che dimenandoli originano un particolare rumore), si azzuffavano come due piccoli eserciti. 

Ma chi vinceva in queste “guerre lampo”? A sentire le fonti storiche orali non si capisce bene. Succede come per la battaglia di Quadesh combattuta nel 1274 a.C. nell’odierna Siria tra Ittiti ed Egiziani. Secondo le fonti Ittite il loro esercito aveva riportato una chiara vittoria, per i testi egiziani, invece, il faraone Ramses II li aveva guidati verso un grande trionfo. Allo stesso modo, per i santagatesi erano sempre loro a vincere. Cose dissimili si apprendono se si ascoltano i racconti caraffesi. Naturalmente la discordanza non muta se si parla con gli emigranti che si sono trasferiti in Nord Italia, Europa, Australia o Americhe. Ma in fondo cosa è la verità? Per il filosofo Gorgia “chi inganna è più giusto di chi è ingannato, e chi è ingannato è più saggio di chi non lo è”, un modo per dire che il linguaggio è sempre menzognero. Di certo la situazione non migliora nelle rievocazioni calcistiche. “Non vincevano mai …” si sente dire nella piazza di Sant’Agata, “ma se Don Massimo Alvaro ha ancora le coppe che ci aggiudicavamo nei tornei..” replicano indispettiti i caraffesi.

Per fortuna molti video delle partite sono stati preservati da Don Carlo Rossi, uno dei primi aspromontani dotati di cinepresa ed amore per il cinema. Emigrato a Torino, dove i figli custodiscono ancora il materiale del padre, Don Carlo, morto nel 2009, ogni anno faceva ritorno nella sua Calabria. Ovviamente, pure le sfide sportive tra le due squadre diventavano vere e proprie risse, con l’intervento attivo anche degli spettatori. E quando un bambino era il frutto di un matrimonio tra una santagatese ed un caraffese? Beh, se era intelligente era uno di loro….se aveva una “testa storta” era dell’altro centro abitato (e non importava dove risiedeva, era questione di “stirpe”). Non per niente Caraffa nasce da uno scontro tra la famiglia Sotira e quella del barone di Sant’Agata, alla fine del 1500. Il trasferimento dei Sotira nel territorio del principe Fabrizio Carafa darà origine al nuovo borgo rivale. 

Ma c’è anche, ahinoi, chi vive al confine tra i due paesi e non si capisce bene a quale Comune appartenga. Addirittura riguardo questa eccezionalità vi è un articolo, con richiamo in prima pagina, su Il Giornale del 18 ottobre 2001. Ecco come Massimiliano Lussana riporta la bizzarra congiuntura: “ Dieci figli, e già questa non è proprio la norma. Cinque nati in un Comune e cinque in un altro, e siamo già oltre ogni regola. Se poi i due Comuni sono confinanti, il caso è più unico che raro. E visto che i genitori dei dieci pargoli non hanno mai cambiato casa, sembrerebbe di essere nei dintorni dell’impossibile e invece è vero, tutto vero. I paesi in questione sono Sant’Agata del Bianco e Caraffa del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, e la storia è l’ennesimo capitolo di un libro di confini impazziti, di storie al di là di ogni storia. Soprattutto al di là di ogni geografia”. Il titolo dell’articolo è “Il confine sotto il letto matrimoniale: concepisce 10 figli in due paesi diversi”. 

Leggendo il pezzo si capisce meglio come un professore scopre nello stato di famiglia di uno studente “che il ragazzo ha nove fratelli, nati quasi alternativamente nei due centri reggini, che hanno due piazze una di fronte all’altra, una di un paese,  una di quello confinante”. Il giornalista continua: << Il prof, che non vuole rinunciare al piacere delle domande e delle interrogazioni nemmeno di fronte alla sua curiosità, chiede: “Com’è che la tua famiglia si trasferisce continuamente da un paese a quello vicino?”. 

Meravigliosa la spiegazione di Francesco, il ragazzo interessato: ”No prof, non è proprio così. Deve sapere che i miei genitori, quando si sono fidanzati, abitavano in due case confinanti, una in un paese , una nell’altro. Quando si sono sposati, per avere una camera da letto più grande, hanno buttato giù una parete. Ma mio padre ha il difetto di litigare spesso con gi amministratori comunali e quindi, se litiga con il Comune dov’è il letto di mamma, lui lo sposta dall’altro lato della camera e quando mamma partorisce è costretto a chiamare l’ostetrica del comune dove è il letto e, conseguentemente, dichiarare il figlio nato in quel municipio. Ecco perché siamo nati un po’ qua e un po’ là. Ma non siamo noi che ci trasferiamo, è il letto di mamma a passare il confine ” >>.

DOMENICO STRANIERI




IL CONFINE TRA SANT'AGATA E CARAFFA DEL BIANCO,
DA QUALCHE ANNO EVIDENZIATO DA UNA DECORAZIONE SULL'ASFALTO


TARGA POSTA A CARAFFA IN RICORDO DELLA FAMIGLIA SOTIRA


CONTRADA "BRUNELLO", MITICO LUOGO DI SCONTRI PROPRIO
DIETRO I RUDERI DEL PALAZZO BARONALE DI SANT'AGATA 


IL PEZZO IN PRIMA PAGINA SU "IL GIORNALE" DEL 18 OTTOBRE 2001

SOTTO, LA MIA VIDEO-INCHIESTA


giovedì 24 ottobre 2013

"VIAGGIO POSTUMO" NEL MONDO DI DON MASSIMO ALVARO

da IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA del 22 ottobre 2013



Non era facile intervistare Don Massimo Alvaro. Con personaggi come lui, sfuggenti ed evasivi, non esistevano vie di mezzo. O l’intervista non sarebbe mai cominciata o bisognava adoperare qualche stratagemma, un ingannevole gioco linguistico che, naturalmente, lui faceva solo finta di non capire. Aveva, difatti, un’astuzia che solo chi lo conosceva bene poteva afferrare. Sicuramente il suo modo di rapportarsi, mai pienamente aperto, come se fosse eternamente legato ad un segreto da custodire, era qualcosa che caratterizzava anche il fratello scrittore. E di Corrado Montanelli scriveva: “Alvaro parlava poco, ma il poco che diceva della sua famiglia e dell' ambiente in cui era cresciuto, era illuminante”. Di certo anche Don Massimo possedeva una cultura considerevole. Il 2 agosto del 1998 in uno dei suoi tanti “viaggi in Italia” Enzo Biagi  rivelava sul Corriere della Sera che, con Sciascia,  Corrado Alvaro era lo scrittore che amava di più. Subito dopo continuava: << Sono andato a Caraffa del Bianco, a trovare don Massimo Alvaro, il fratello prete. Gli assomiglia, anche se i lineamenti sono più minuti. La chiesa e' dedicata a Santa Maria degli Angeli: da 55 anni don Massimo fa suonare le campane e celebra la messa. La campagna e' segnata dagli ulivi, dai fichi d'India, e dall'agave: "Quando fiorisce muore" dice il vecchio prete. E rievoca l'infanzia, il padre maestro elementare che gli insegnava: "Guai a noi quando la coscienza non parla più ". E Pirandello che disse all'insegnante Alvaro: "Avete un grande figlio" >>. Il mio ultimo incontro con Don Massimo risale al 21 giugno 2009, egli aveva 95 anni ed una lucidità sorprendente. Dopodiché non lo vidi più. L’accordo sottaciuto era che quest’intervista sarebbe stata pubblicata dopo la sua morte, avvenuta il 12 giugno 2011.

Don Massimo iniziamo questa chiacchierata…
Ma cosa vuole che importi alla gente di quello che penso. Io conosco i miei limiti, sono solo un parroco e non certo un personaggio di rilievo.

Allora facciamo così: io la conserverò però voi non la leggerete mai sui giornali
Va bene, anche perché la cosa mi dispiacerebbe molto adesso.

Ve lo garantisco, voi non la vedrete mai pubblicata. Cominciamo, allora, partendo inevitabilmente dalla figura di vostro fratello. C’è qualche aspetto di Corrado Alvaro che non è stato ancora adeguatamente trattato?
Si è scritto molto della narrativa di Alvaro ma poco della sua poesia. Così abbiamo tante pagine che sono le solite pagine, si somigliano. Manca uno studio serio sugli scritti politici. C’è qualche articolo di Alvaro, ad esempio, che preannuncia la crisi della sinistra, ed anche nei diari c’è un po’ dell’Alvaro politico. Io ho donato qualcosa ad un professore napoletano di nome Antonio Palermo ma ho fatto malissimo. Questi scritti, difatti, risalgono soprattutto al periodo in cui mio fratello fu direttore de “Il Mattino” di Napoli. Insomma c’è un’attualità di Alvaro ancora tutta da raccontare.

E dove sono questi scritti?
Non ho un’idea precisa di dove li ho. Ma se li trovo ve li faccio avere con piacere.

Sarebbe interessante, anche se l’Alvaro narratore resta insuperabile.
Certamente. Ricordo, ad esempio, che Montanelli ha scritto che “Gente in Aspromonte” è il libro di novelle più bello del Novecento. Cioè dà un giudizio preciso. Anche autori spagnoli ed europei hanno espresso valutazioni positive su Alvaro. C’è, poi, un messaggio nascosto in “Tutto è accaduto” che nessuno ha ancora inteso.  Non voglio dire altro.

Quando Corrado veniva a Caraffa di cosa parlavate?
Ci incontravamo ogni tanto per 2-3 giorni. Lui era  impegnatissimo, aveva una personalità poliedrica. Oltre ad essere scrittore era pure critico letterario, critico teatrale, persino regista. Quando veniva a Caraffa a trovare mia madre ogni mattina si svegliava presto, faceva un giro,  e poi stava con noi ma non parlavamo di letteratura. Solo una volta mi fece leggere una poesia. Era una pagina scarabocchiata e non si capiva nulla. Mi chiese se era bella, io gli dissi che andava bene ma non riuscì a leggere una parola. Poco tempo dopo, su quest’episodio, Geno Pampaloni scrisse un articolo.

E Pampaloni come faceva a saperlo ?
Glielo avevo detto io.

Corrado aveva un’ idea politica precisa?
Non apparteneva ai partiti, ma era rispettoso nei riguardi delle persone bisognose. Una volta ci trovavamo a Vallerano con Moravia, Gadda, Baldini ed altri scrittori. Piangeva da solo, in un angolo, perché non era riuscito ad aiutare qualcuno. Noi per delicatezza o stupidaggine non ci siamo avvicinati a chiedere spiegazioni. Quel giorno Corrado non partecipò alla conversazione.

Ed il pensiero politico di Don Massimo?
Io non sono mai stato fascista e nemmeno democristiano. Sono solo un cristiano, così come mi vedete.

A proposito di fascismo, qualcuno ha rimproverato ad Alvaro di non essere stato un aperto oppositore del regime..
C’è un saggio di Vincenzo Stranieri, vostro zio, che è molto bello in tal senso. Alvaro poteva essere membro dell’Accademia d’Italia e non lo fu. In quel periodo da Pirandello ad Ungheretti fino a Marconi erano tutti Accademici. Ma Alvaro rifiutò. Vede, ci sono argomenti esterni ed argomenti interni. Fondamentalmente era solo uno scrittore libero stimato anche dai fascisti. Galeazzo Ciano se lo incontrava si fermava a salutarlo. C’è una lettera di Margherita Sarfatti, la quale  riceveva gli intellettuali e gli artisti ogni venerdì, dove si evince che Mussolini apprezzava l’Alvaro scrittore. Ma c’è anche una lettera di mio padre ove Corrado è duramente rimproverato per non essere diventato, poiché non ha voluto prendere la tessera fascista, Accademico d’Italia. Nel 1930 Bompiani stampò un annuario letterario nel quale si chiedeva al Ministro Bottai qual’era il libro che gli era piaciuto di più in quell’anno. Bottai rispose: “Vent’anni,  di Corrado Alvaro”. Io ho anche una lettera di Vittorio Mussolini, che dirigeva la rivista “Cinema”, dove, riferendosi a Corrado, c’è scritto: “Ho ammirato quest’uomo,  pur essendo rispettato non ha mai chiesto niente”. Insomma, possibile che in un tempo in cui quasi tutti erano fascisti il peccato di Alvaro è quello di non aver fatto la rivoluzione? In realtà era critico verso il regime. Gli inglesi, ad esempio, quando uscì “L’uomo è forte” scrissero subito che era un libro contro il fascismo, esistono gli articoli. Ma Corrado aveva la moglie e un figlio, doveva pensare a loro, era un uomo molto equilibrato.

E lei che ricordo ha del fascismo?
La dittatura è sempre deplorevole, leggete Luigi Albertini che già nel 1925 aveva capito che il fascismo era inaccettabile perché si basava sul sangue. Mussolini ha avuto tanti difetti, tuttavia non si può negare che è stato artefice di opere pubbliche notevoli. Ma sostenere che la bonifica dell’Agro Pontino è stata una grande opera non significa mostrarsi favorevoli al regime. Già Leonardo da Vinci progettava delle soluzioni per quell’aria paludosa e malsana, come pure tanti Papi. Aleardo Aleardi, ad esempio, nel canto “Monte Circello” descrive la miseria delle paludi pontine. Corrado disse che quella di Mussolini era un’opera meritoria e questo non gli fu mai perdonato.

Esistono scritti inediti di Corrado Alvaro?
Si, ci sono ancora. E tanti.

Chi li ha?
Qualche cosa ha la Fondazione Alvaro, il resto lo aveva mio nipote Massimo. Anche lui scriveva, usava uno pseudonimo: Massimo Vela. Ma purtroppo è morto.

Cioè il figlio di Corrado e Laura Babini. Lei che donna era?
Era una donna discreta che lasciava molta libertà al marito. Se Alvaro doveva parlare con qualcuno capiva quando era il momento di appartarsi.

Una curiosità: mi hanno detto che anche Don Massimo scriveva…
Ogni tanto mi sono messo a scrivere, ma ho strappato tutto ciò che ho elaborato. Io non sono niente. Ve l’ho già detto: cosa volete che importi alla gente di me.

Prima avete fatto riferimento anche ad Alvaro critico letterario..
Si, perché Alvaro critico letterario era di una ponderatezza enorme che anche la gente comune riusciva a capire. In tal senso ricordo una sua prefazione de “I Miserabili” di Victor Hugo. Una persona di cultura non elevata gli disse: “E’ meglio la prefazione del libro”. Non era vero, naturalmente, ma questo dimostra come chiunque riusciva a comprendere la chiarezza del suo linguaggio.

Uno scritto di Alvaro che consiglierebbe alle nuove generazioni?
Scusate l’immodestia, ma “Lettera al figlio” andrebbe portata in tutte le scuole. Io una lettera così non la trovo nella letteratura italiana.



Caraffa del Bianco, Don Massimo con la madre (1962)

Processione guidata da Don Massimo a Caraffa del Bianco (RC) alla fine degli anni '50

 Sotto, video dell'ultimo saluto a Don Massimo (da Caraffa a San Luca) impreziosito da una riflessione dell'antropologo VITO TETI (presente a Caraffa del Bianco per onorare la figura del parroco).




giovedì 10 ottobre 2013

IL PAESE E LA "RESISTENZA" EROICA DEI NOSTRI SCRITTORI


I nostri grandi scrittori quasi dimenticati

Dal mensile IN ASPROMONTE (Ottobre 2013)

C’è un aspetto che bisognerebbe analizzare con più franchezza e meno “amor di patria” ed è il rapporto tra gli scrittori del nostro territorio e i loro paesi d’origine. Perché se c’è una cosa che la gente “perdona” con più difficoltà è appunto il fatto di scrivere. 
Di un abile falegname tutti, in una piccola comunità, non hanno problemi a dire che è un artista, la stessa cosa succede con un bravo muratore e nessuno si sogna di osservare che nel quadro di un pittore manca il senso della profondità. 
Volto di Saverio Strati in una porta
del centro storico di Sant'Agata
Di uno scrittore, invece, non solo non viene dimenticata una virgola fuori posto o un pensiero inatteso ma verrà sempre rimarcato un difetto caratteriale o un eccessivo individualismo, magari con frasi come : “ma che ha fatto per il paese?”.
Lo hanno vissuto pure i nostri grandi scrittori, oggi pressoché sconosciuti ai giovani, questo clima poco favorevole, anche se non si sono lasciati atterrire dal fuoco incrociato del “sospetto”.
Eppure traspare sempre qualcosa, da una frase come da un silenzio.
In una corrispondenza del 7 aprile del 1955 Mario La Cava scriveva: “La provincia calabrese è troppo provincia, ecco tutto. Mancano per altro le città accentratrici, come potrebbero essere quelle siciliane, e che lo sono purtroppo in minima parte, mancano tante di quelle condizioni obbiettive per cui la resistenza dell’intellettuale, nel suo paese nativo, riveste spesso il carattere di un eroismo disperato”.

Tuttavia, se non fossero nati a San Luca, Bovalino, Careri, San Nicola di Ardore e Sant’Agata del Bianco (o in altri paesi con l’Aspromonte dietro le spalle ed il mar Jonio davanti agli occhi) quasi certamente Corrado Alvaro, Mario La Cava, Francesco Perri, Saverio Montalto e Saverio Strati non sarebbero stati gli scrittori che conosciamo.
Quel Sud che secondo Quasimodo è “dolore attivo” si è fatto parola, e ciò è stato possibile solo in alcuni luoghi precisi.

Per questo, dopo la morte del padre, Alvaro non tornerà più a San Luca. Non aveva bisogno di rinnovare antiche inquietudini, ormai il paese lo aveva dentro. Aveva stabilito definitivamente una sorta di legame silente con le sue radici che molti, però, non riuscivano a giustificare. Perché quella fuga? Vi era in Alvaro qualche intimo risentimento verso qualcuno?
Di certo non tutti compresero il suo reale valore. Dopo la morte dello scrittore, ad esempio, la moglie Laura aveva pensato di donare al Comune di San Luca gli arredi, i tappeti, i quadri, i documenti e i libri dello studio del marito ma le era stato risposto che non c’erano i locali adeguati. Così, oggi, tutto questo si trova a Reggio Calabria, nella Biblioteca De Nava e precisamente nella Sala Alvaro.

Forse ogni tempo per uno scrittore è un tempo mancato, poiché egli non pensa in tempi “economici” ma poetici. Ne deriva che la solitudine è la fatale conseguenza del suo modo di essere. Questa percezione è stata bene espressa, insieme alla “paura di essere scoperto poeta”, da Giuseppe Melina (di Sant’agata del Bianco): “il paese lievita e si espande in un tempo sbagliato, forse anche la mia casa nasce in un tempo sbagliato. E’ un errore la sua stessa forma (il salone, ampio, la veranda, i castagni in giardino, il portico). Doveva accogliere amici. Ma sono solo.”

E a proposito di Sant’Agata del Bianco, come non menzionare Saverio Strati, il più grande scrittore calabrese vivente. Soprattutto perché Strati grande lo è davvero, anche se con il suo paese ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Gli anziani gli rimproverano di essersi dimenticato delle sue origini, di non aver aiutato la sua gente sul piano socio-politico. Ma lo scrittore, ben consapevole che “ il Sud te lo porti dentro come una maledizione”, ha sempre narrato nelle sue opere profumi, atmosfere e personaggi aspromontani, per di più in movimento, in un continuo divenire “che riempiva le città e svuotava le campagne”. E se è vero che nella sua ultima intervista non ha mai menzionato il nome di S.Agata del Bianco, limitandosi a dire che appena arrivato a Firenze si sentiva “prigioniero delle case” poiché il suo paese è in collina e per ventuno anni ha avuto il mare davanti, è altrettanto vero che Sant’Agata è rimasta muta quando nel 1977 Strati vinceva il Premio Campiello con il “Selvaggio di Santa Venere”.

Persino uomini equilibrati non hanno risparmiato critiche a Strati, menzionato addirittura nei versi di qualche poesia dialettale come “uomo irriconoscente e superbo”.
Eppure su una cosa mi piacerebbe scommettere. Secondo me, fra qualche anno ci sarà una presumibile Fondazione Culturale intitolata a Saverio Strati, ed allora, finalmente, lo scrittore, che oggi è ancora in vita, da morto sarà ricordato come un eroe.

DOMENICO STRANIERI





Particolare dello studio di Giuseppe Melina (1920 -2001), scrittore di S.Agata del Bianco (Foto di Simona Marfia)





domenica 15 settembre 2013

MASTRU CARLO E LA SUA IRONIA QUASI SOCRATICA


Quando nelle comunità i modi di dire di una persona entrano a far parte del linguaggio collettivo, quando le sue battute diventano le battute di tutti, quando prima di affermare qualcosa con tono premonitore l’incipit è sempre  “a dici a mastru Carlu” (come diceva mastro Carlo) significa che questo personaggio era in un certo senso speciale.

Io e Mastru Carlo a Pompei nel 1995


Difatti, mastru Carlu aveva un’ironia davvero fuori dagli schemi, mai fine a se stessa. Palesava ad ognuno i propri vizi e, per il suo modo di parlare eccezionalmente spassoso, nessuno riusciva ad arrabbiarsi. Era quasi un fustigatore dei difetti e delle abitudini sbagliate dei suoi compaesani. Chi lo incontrava si sentiva rimarcare spesso qualcosa ed in fondo sapeva che, pur facendo ridere, mastru Carlu voleva asserire sempre di più di quanto diceva.
Tra le tante cose era il mio vicino di casa e davanti al suo camino, acceso anche in tarda primavera, mi sono cresciuto. “Questa stanza è così fredda che prenderebbe il raffreddore persino un orso” diceva fumandosi una sigaretta seduto sulla sua panca di legno. Mi ha regalato la mia prima fionda e la mia prima “tocca” (un aggeggio di legno che scuotendolo produce rumore ed è adoperato dai bambini durante la processione del venerdì santo).
Ricordo che quando beveva il suo bicchiere di vino, prima di sorseggiarlo, mi raccomandava: “spagnati i l’omu chi mbivi sulu acqua” (non fidarti degli uomini che bevono solo acqua) e subito dopo mi raccontava le performance di Socrate che durante i banchetti, quando tutti crollavano ubriachi, era l’unico che si reggeva in piedi.
Aveva qualcosa del filosofo greco, appunto l’ironia pungente che disorientava. Anche se riusciva ad arrivare a momenti di comicità davvero impensati con la gente che, in molte occasioni (ed anche in luoghi pubblici), non riusciva a trattenere le risate.
Era riuscito perfino ad imparare a guidare, anche se in età avanzata, ed usava la sua Fiat 600 bianca per un solo tragitto: casa – campagna. Le uniche marce che inseriva, però, erano la prima e la seconda. Pertanto, quando il motore rumoreggiava disastrosamente mastru Carlo arrivava a sottolineare così la poca prudenza dell’automobile: “poi ngusciari quantu voi ma a terza na provi!” (ti puoi lamentare quanto vuoi ma la terza non la proverai).
L’ultima volta che l’ho incontrato dentro un ufficio postale si sorreggeva su una bacchetta. C’era un impiegato nuovo che qualche mezz’ora prima aveva corrisposto la pensione a suo fratello. Così, quasi d’istinto, l’impiegato gli chiese “il signor …..è vostro fratello?”. Mastro Carlo, come al solito spiazzante, con il suo modo tutto particolare di dire le cose, rispose: “non è stata una mia scelta!”.
Era nato nel 1933 ed ha sempre considerato la lettura un modo per migliorarsi fintanto che, per mantenere la famiglia, lavorava come muratore.
Una caratteristica antica (che oggi si è persa) di tanti uomini di Sant'Agata del Bianco è che riuscivano ad imparare un libro a memoria e a parlarne per tutta la vita. Questo avveniva soprattutto con i testi classici, dalla Divina Commedia all’Odissea.
Non che mastru Carlu avesse letto unicamente un libro. Ma anche lui per tutta la vita ha citato spesso un solo testo: Il Gattopardo. Era proprio innamorato di quest’opera. Secondo lui, Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva detto tutto dei meridionali e del loro modo di vedere le cose.  Prima di ogni citazione affermava : “come diceva compare Peppino nel Gattopardo..” e raccontava un aneddoto o una battuta.
Anche mastru Carlu amava scrivere. In campagna nei momenti di riposo elaborava una o due pagine di un grosso quaderno. Poi ritornato a casa mi diceva che aveva scritto qualcosa e decantava il capolavoro che stava riservando ai posteri.
Si sentiva "sprecato" in paese e biasimava se stesso dicendo : “ed io con le mie ambizioni mi sono ridotto in questo porcile!”.
Invece, quando qualcuno gli riconosceva il merito di un lavoro venuto bene replicava “ ricorda che l’arte è qui e l’ignoranza è fuori ”.
In alcuni campi, in effetti, era davvero un artista. Era un costruttore di caminetti insuperabile, conosciuto in tutta la provincia. Aveva lavorato negli Stati Uniti per molti anni e ogni tanto amava riproporre quelle sue cravatte americane con il nodo grosso.
Era anche un ottimo cantante e dei suoi componimenti scriveva testo e musiche. Molti ancora in paese ricordano le sue canzoni: Lo scialle, Per te Maria, Guardandoti, La differenza. Ogni volta che parlavamo di musica mi diceva: “il mio cantante preferito era Modugno….ma da quando si è candidato con i Radicali mi fa schifo!". Mastru Carlu, difatti, era Socialista ma spesso, guardando i Tg, si adirava pure con i Socialisti. Non amava particolarmente Martelli, ma non so perché.
Ad ogni stupidaggine che ascoltava ribatteva: “attru sali! come per dire: ecco un altro intelligente.
Potrei parlare ancora tanto di questo personaggio, anche perché molti in paese ricordano le sue battute e le sue trovate.
Ma a parole è quasi impossibile penetrare nell’unicità degli esseri umani.
Un’ultima cosa, però, la devo confessare poiché questo mio singolare vicino di casa un piccolo danno me lo ha procurato.
Ovvero, come ho già detto, fin da bambino mi ha sempre ripetuto, quasi con quotidiana devozione,  le frasi di “Peppino” di Lampedusa. Il risultato?  Io il Gattopardo non sono mai riuscito a leggerlo.
                                                                                                            DOMENICO STRANIERI
Nel video, sotto, tre momenti diversi:

All'inizio Mastru Carlu parla della differenza tra l'architetto statunitense che prima di scendere dalla macchina si mette l'elmetto e pensa al lavoro e quello italiano che chiede subito un caffè.
Poi l'aneddoto di un ingegnere che ha la sfortuna di vedersi mangiare la colazione da un asino
Ed infine una citazione del Gattopardo, laddove Mastru Carlo riferendosi a Giuseppe Tomasi di Lampedusa dice: "come disse il Grande..."




giovedì 12 settembre 2013

LA VILLA ROMANA DI PALAZZI DI CASIGNANA (RC)

L'arte musiva romana nel cuore della Magna Grecia

Dal mensile KLICHE' di agosto 
                                                                                                           
                                                                                                            (Sotto, il pezzo integrale)

La pagina del settimanale Klichè

Per immaginare come si svelava il prospetto della Villa Romana di Contrada Palazzi di Casignana (RC), rivolta a mare sul versante jonico della costa calabrese, ad un mercante, un guerriero o ad un semplice pescatore  è sufficiente visionare la foto di un mosaico del IV sec. d.C. rinvenuto a Cartagine. Si tratta del Dominus Julius, conservato al Museo del Bardo di Tunisi. Quest’opera musiva, difatti, al di là del ciclo delle stagioni spesso presente in molte ville di età imperiale, mostra delle caratteristiche sorprendentemente equivalenti a quelle della Villa Romana di Casignana. Vale a dire la facciata rettilinea tra due torri angolari, la grande sala absidata a pianta cruciforme, il loggiato ad arcate su colonne e gli ambienti termali con il frigidarium voltato da una grande cupola. 

Tuttavia, non si sa molto della Villa di Casignana, sconosciuto è finanche il nome del proprietario, anche se con la prossima campagna di scavi che si effettuerà grazie ai fondi della Regione Calabria (2.500.000 euro) si spera di far chiarezza sul  “vuoto storico” che caratterizza il periodo romano nella Locride. Scoperta per caso nel 1963, durante i lavori per la costruzione dell’acquedotto per la Cassa del Mezzogiorno in contrada Palazzi, a 14 km a sud dell’area archeologica di Locri, la Villa è stata “tagliata” sia dalla ferrovia che dalla statale 106 (laddove un passaggio sotterraneo alla strada, adesso, collega la zona residenziale a quella termale). A dire il vero, in passato, contadini e pastori hanno sempre rinvenuto in questa zona pezzi di marmo, frammenti di vasi in terracotta o rimanenze di sepolture. 

Ma l’attenzione vera e propria verso la Villa, a parte i primi scavi della seconda metà degli anni ’60 e quelli dell’80, si ha dopo il 1999 con l’acquisizione da parte del Comune del terreno (circa 15 ettari) che adesso costituisce l’area archeologica. Gli studiosi hanno desunto che la Villa raggiunse il suo massimo splendore tra il III ed il IV sec. d.C. ed è verosimile che fosse provvista di un piccolo porto.  E’ certo, difatti, che chi ha governato questo complesso residenziale (che qualcuno ha identificato con Altanum, una statio romana, o con Naricia, una città perduta) intrattenesse rapporti con la Grecia e l’Asia Minore (vedi le lastre di marmo colorato) e soprattutto con il Nord Africa (le anfore ritrovate testimoniano che si esportava  “vinum multum et optimus”, probabilmente il cosiddetto “vino greco” tuttora prodotto unicamente in questa zona). 

Già Paolo Orsi, l’archeologo che scoprì Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico, quasi contiguo alla Villa. Oggi, tra la zona termale e quella residenziale, sono al momento fruibili ben 20 ambienti pavimentati con mosaico, tra i quali la bellissima Sala delle Nereidi, il mosaico del Bacco Ebbro e la Sala delle quattro stagioni. Diversi ambienti risultano ancora “coperti”  ed altre decorazioni sono “conservate” sotto l’asfalto della statale 106 ma, nonostante tutto, la Villa Romana di Casignana possiede il nucleo di mosaici più esteso ed importante della Calabria. Oltretutto, sia nella zona termale che in quella residenziale,  la scelta della Soprintendenza è stata quella di ripulire i mosaici e mantenerli nel loro stato naturale, senza alterare i colori o riprodurre i pezzi mancanti. Questo non ha sminuito la bellezza originaria delle opere musive, che malgrado il tempo, le alluvioni, i cedimenti del terreno e l’incuria dell’uomo, mantengono ancora  vivo il mistero ed il fascino di una raffinatezza culturale e artistica che, soprattutto oggi, continuamente deve sfuggire alle moderne dottrine del “non necessario”.


DOMENICO STRANIERI




Sotto, le impressioni dello scrittore francese Serge Quadruppani
dopo aver visitato i mosaici (settembre 2012)


sabato 7 settembre 2013

LA FAMIGLIA VERDUCI DI CARAFFA DEL BIANCO (RC)

Dal mensile IN ASPROMONTE di settembre



Ci sono uomini che sono come gli ideali, non nascono per caso. Ci sono uomini che mentre studiano, sognano, camminano, sono fatalmente degli eroi. Rocco Verduci nasce a Caraffa del Bianco il 3 agosto 1824. E’ uno dei cinque Martiri di Gerace (il più giovane) e, dunque, muore fucilato il 2 ottobre del 1847. Scrive Roberto Saviano nel suo libro Vieni via con me (Feltrinelli, 2011): “ Mi tornano spesso alla mente i martiri calabresi Michele Bello, Rocco Verduci, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Pietro Mazzoni. Avevano tra i ventitré ed i ventotto anni. Si erano formati tutti a Napoli, dove avevano studiato Giurisprudenza. Il nonno di Verduci era stato uno dei fondatori della Repubblica Partenopea”. Il nonno di Verduci si chiamava Rocco e nel 1799, pur vivendo in un lontano paese ai fianchi dell’Aspromonte, riusciva ad essere tra i promotori di quella Repubblica Partenopea (o meglio Napoletana, poiché non interessò solo la città ma l’intero regno di Napoli) che aveva cercato di abbattere la monarchia borbonica. Insomma aveva un ideale preciso ed irrinunciabile: la libertà.

Anche suo figlio Antonio era un liberale. Nel 1820 partecipò personalmente al moto carbonaro di Napoli con Guglielmo Pepe, Giustino Fortunato e gli altri che, il 6 luglio, videro Ferdinando I costretto a concedere la Costituzione. Erano ardimentosi i Verduci! Anche contingenze nostrane li rammentano senza paura, sempre pronti al confronto/scontro con chiunque. In una denuncia del 1833, parlando di una Setta segreta denominata Nuovi Europei Riformati operante a S.Agata del Bianco (esattamente nel Palazzo Borgia, nella “ruga randi”) il parroco Vincenzo Tedesco scrive che appartiene ad essa pure Antonio Verduci,notoriamente facinoroso”. In un’altra circostanza, Antonio Verduci si scontra addirittura con Giuseppe Nicita da Casignana, meglio noto come Padre Bonaventura, il quale era confessore prediletto di Maria Cristina di Savoia ( che invierà al Bonaventura varie lettere prima di diventare la moglie di Ferdinando II di Borbone).

Ecco, nel racconto “La luna è nera (AGE 1992), come Gaudio Incorpora riporta l’episodio: “ Antonio Verduci, una sera di domenica, discutendo animosamente con alcune persone nella piazza di Caraffa, bestemmiò ad alta voce, Passava da lì il guardiano del convento del Crocefisso Padre Bonaventura, e lo denunciò. A sua volta il Verduci, che era veramente irascibile, e non si faceva posare la mosca sul naso, denunciò il religioso per un reato molto più grave: piantagione e allevamento di oltre duemila piedi di tabacco. Alla causa che ne seguì per direttissima il Bonaventura, resosi contumace, venne condannato a sette anni di reclusione”.
Da questi spiriti combattivi nacque anche Rocco, il rivoluzionario che leggeva Walter Scott e così rispondeva, da prigioniero, a chi gli domandava di rivelare i nomi dei suoi compagni patrioti: “Che domande incivili! E chi mai potrebbe riscattare la vita con il prezzo di tanta vergogna”.
Poco tempo dopo, contro i giovani che chiedevano la concessione della Costituzione e sventolavano la bandiera tricolore furono esplosi 40 colpi di moschetti a distanza ravvicinata. Si dice che una giovinetta di Gerace, Teresa Malafarina, durante gli spari, alla vista degli indumenti dei cinque rivoluzionari che si incendiavano impazzì dal dolore.

Per Giuseppe Dieni (Dove nacque Pitagora?, FRAMA SUD 1976): “I martiri e gli eroi calabresi del periodo risorgimentale, con Rocco Verduci in testa, non aspiravano ad un nuovo regno ma alla repubblica. Per tale fine insorsero contro il re Borbone e poi seguirono Garibaldi. Ecco perché Rocco Verduci non ebbe gli onori che meritava dagli immediati posteri in maggioranza filo monarchici”. Sappiamo difatti che per molti aspetti la monarchia dei Savoia si dimostrò peggiore di quella dei Borboni. Per questo, come scrive ancora Dieni, “il popolo fece la sua rivoluzione abbandonandoli, emigrando alla ventura nelle lontane Americhe”.

 DOMENICO STRANIERI


Il vecchio portone di Palazzo Verduci a Caraffa del Bianco



Il busto bronzeo di Rocco Verduci davanti al Municipio di Caraffa del Bianco


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