HOME PAGE

giovedì 25 dicembre 2014

CHI ERA "L'UOMO IN FONDO AL POZZO"?

La figura di Giuseppe Minnici, una mente fragile e grandiosa


<<Rocco mi chiudeva, abilmente, sempre la bocca. Mi troncava da maestro la parola; mi soggiogava. A giorni lo detestavo proprio. Spesso mi rifiutavo di uscire in sua compagnia, per non sentirmi apostrofare e quindi sopraffare dalla sua boria e anche dalla sua, diciamolo onestamente, intelligenza e cultura e strabiliante memoria. Ripeteva intieri brani da Lucrezio e da Eschilo, in greco e in latino, che leggeva speditamente e con provocazione mi diceva: “Traduci, su!”.
A ogni passo, a mo’ di conclusione, come i contadini usavano i proverbi, ti buttava una terzina di Dante, un’ottava dell’Ariosto, un proverbio della Bibbia, una parabola del Vangelo, una proposizione dei presocratici che riteneva i massimi geni filosofici di tutti i tempi>>.

Giuseppe Minnici
Nel romanzo l’ Uomo in fondo al pozzo (Mondadori, 1989) di Saverio Strati, è questo uno dei primi ricordi della voce narrante (lo stesso Strati) appena incontra, dopo quarant’anni, l’amico Rocco.
Ma è davvero esistito un personaggio così particolare, ingegnoso e brillante ma sopraffatto dalla malattia mentale?
Nell’opera di Strati egli era il giovane più  “Risplendente” (così lo chiamavano) del paese ma con il trascorrere del tempo viene considerato un pazzo (ma non un “pazzo vero e proprio”). Non per niente, nella narrazione, durante la prima conversazione con l’amico, Rocco dirà:” Ora voi siete in vetta, mentre io son calato in fondo al pozzo. Sapete immaginare cos’è un pozzo senza cunicoli, senza alcuno sbocco, senza luce se non quella che arriva da su? ”. Ed ancora: “il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce. E nel mio pozzo la luce non manca”.
A Sant’Agata del Bianco, dove non è difficile accostare ad ogni personaggio di Strati una figura reale del paese, sono sicuri: L’uomo in fondo al pozzo è Giuseppe Minnici!
Nato a Sant’Agata il 4 aprile 1927, Giuseppe Minnici era un poeta, un erudito dalla memoria fenomenale, un liceale di sicuro avvenire. Tutti gli studenti in difficoltà gli chiedevano aiuto ed egli impartiva le sue lezioni gratuitamente, rendendo comprensibile ogni materia come solo un professore maturo riesce a fare.
Ad un certo punto però, come scriverà anche il suo amico Giuseppe Melina, “ la sua mente è stata turbata dalla schizofrenia. Una condanna insospettata.”
La via dove abitava Giuseppe Minnici,
nel centro storico di Sant'Agata
Si speculerà finanche che i suoi problemi sorsero dopo una storia d’amore complicata, una rotta imprecisa che lo ha portato a smarrirsi. Ma queste sono solo dicerie. 

Come nel romanzo di Strati, anch’egli era una specie di visionario. All’inizio degli anni ottanta, così predisse ai nipoti la sua morte: “a settant’anni andrò nell’ingrata fossa”. E morì il 27 dicembre 1997, proprio a settant’anni. Non sappiamo se i suoi scritti siano andati perduti o se qualcuno li custodisce. Ci  rimane ancora il titolo di un suo racconto (“I Sommersi”) e qualche verso: “Ti vedo cittadina, oh donna dai piedi scalzi! Il tuo abbandono aumenta l’inerzia mia”.

Di sicuro molti lo hanno dimenticato. Eppure non è difficile immaginarlo, con la sua mente grandiosa per ingegno e fragilità, con quel talento che lo rendeva il migliore di tutti ma che non ha resistito al dolore del mondo. Ci sono storie che vanno così. Succede quando, con la forza dell’intelletto, si raggiungono certi abissi a cui è impossibile resistere.
Alda Merini conosceva bene questo tipo di sofferenza, l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio, per questo quando penso a Giuseppe Minnici mi piace rileggere una frase del “Canto ferito”, visto che anch’egli, come tanti, era “uno di quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”.

DOMENICO STRANIERI



Sant'Agata del Bianco (RC)




ARTICOLI CORRELATI: QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI



mercoledì 24 dicembre 2014

I PASTORI DI CASIGNANA E LA TRADIZIONE DEL CRISTO RISORTO


Un'antica tradizione che si tramanda da più generazioni e arriva fino ai giovani pastori di oggi

Dal mensile IN ASPROMONTE di dicembre 2014




Un giorno, parlando della civiltà contadina, Pasquino Crupi mi disse che una classe che scompare non può dare identità. L’identità calabrese, secondo Crupi, può essere trovata nella cultura popolare che ha radici cristiane, perché questa ha determinato il modo di pensare e l’orientamento della maggior parte dei calabresi

Tali radici, spesso di matrice bizantina, sono ancora rintracciabili a Casignana, piccolo comune aspromontano dove resiste, se pur in forma esigua, la pastorizia. Oltre al mestiere vero e proprio, ad esempio, da sempre si tramanda, da padre in figlio, un rituale legato alla morte e alla resurrezione di Gesù. E’ un rito pasquale che inizia con il lutto del venerdì santo, nel momento in cui i pastori occludono le campane appese al collo delle capre per non farle suonare. Ma non solo. Il collare di legno fabbricato a mano, dove è appesa la campana, viene girato al contrario in segno di lutto. La domenica di Pasqua, invece, le campane piccole, invernali, vengono sostituite da quelle grandi, estive. Dopodiché tutte le mandrie si muovono con il loro caratteristico suono per celebrare la gloria di Cristo. 


Gli animali adatti per portare le campane (che devono essere sempre di numero dispari), sono quelli che per indole naturale vanno davanti agli altri e sono utilizzati come guida del gregge. 
Sono scelti fin da quando sono piccoli e ammaestrati in modo graduale. Vi è, difatti, una vera e propria scala delle campane: grande, menzettu (due campane che suonano in modo diverso), i sottili e i miligni (quelle più piccole). Ogni timbro è un riferimento sicuro per tutto il gregge. Ancora oggi, pertanto, i giovani pastori di Casignana costruiscono a mano i collari di legno da accoppiare alle campane. Utilizzano l’albero di gelso (che ha due vegetazioni, in agosto e in inverno), abilmente tagliato a seconda della venatura della pianta. Una volta ricavata una striscia di legno, questa viene immersa nell’acqua bollente e girata sapientemente (sul ginocchio per capre e pecore, sulla coscia per gli animali più grossi). Quando il legno è perfettamente curvato si lega e si lascia asciugare. 

Alla fine si lavora con disegni, incisioni, figure bizantine, croci e finanche con l’immagine della Madonna di Polsi. I vecchi massari impiegavano due giorni per costruire un collare. Era una caratteristica forma d’arte popolare che, fortunatamente, qualche giovane preserva. Certo, a Pasqua non arriverà più nessun gregge per le vie del paese, come accadeva un tempo. Ma ci sarà ancora chi sostituirà le campane invernali con quelle estive e, mentre “sona gloria”, si muoverà con la stessa devozione dei suoi antenati, quando ognuno, per come poteva, partecipava alla celebrazione del Cristo risorto e la fatica della vita, in quel momento di festa, quasi riusciva a sembrare meno dura.


DOMENICO STRANIERI




Collari di legno lavorati dai giovani pastori di Casignana










domenica 30 novembre 2014

QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI

La lettera d'amore del giovane S.Strati
Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2014
La copertina del mensile IN ASPROMONTE
di Novembre 2014

A 21 anni Saverio Strati smise di fare il muratore. Si separò dai suoi compagni di lavoro (il padre Paolo, lo zio Francesco Scarfone, Vincenzo Strati e Attilio Scarfone) e si trasferì a Catanzaro per studiare. Se ne andò come tanti personaggi che descriverà, poi, nelle sue opere. Se ne andò come Tibi (il Tiberio che, aiutato economicamente da Don Michelino, avrà la possibilità di costruirsi un futuro migliore). Ma per ogni Tibi che parte c’è una Tàscia che resta. E’ quasi una legge di natura che non risparmierà nemmeno Strati.

A Sant’Agata del Bianco, difatti, il giovane Saverio lascerà il suo primo amore, un amore sognato. E lo farà per sempre.
Era la ragazza più bella del paese. La vedeva passare quando si recava alla fontana o la guardava durante la festa, magari all’uscita della chiesa, quando gli uomini stavano in piazza pronti a condurre in processione la santa. Anche a lei piaceva Sasà (come lo chiamava confidenzialmente).

I due si scambiavano messaggi tramite un’amica comune. Ma quando Strati ebbe l’opportunità di studiare si pose il problema del trasferimento in un’altra provincia. Lei lo rincuorò: avrebbe atteso il suo ritorno. Nel frattempo, anche i genitori cominciavano a intendere i sentimenti dei figli ma la madre di Saverio, solo lei, si dimostrava ostile. Ciò ferì l’orgoglio della ragazza che mantenne un certo distacco e pretese che il futuro scrittore si dichiarasse apertamente. In caso contrario non lo avrebbe aspettato.
Saverio Strati da giovane
Il giovane, però, seppur in ritardo, tentava di percorrere la via degli studi. Aveva un vivo desiderio di apprendere e di raccontare il suo mondo. Ma, per il momento, il domani era un’incognita. Rinunciò, quindi, a parlare con i genitori di lei. Aveva accarezzato l’amore, ma puntò i piedi davanti ad esso. Ed il filo della storia, inesorabilmente, si spezzò.
Forse non è un caso che pure nei romanzi di Strati l’amore sarà inattuabilità, un alito lieve che resta quel che è soltanto nella giovinezza. Più avanti, tale sentimento, troverà la sua sconfitta, poiché nell’età adulta conterà lavorare, e lavorare duramente.

Saverio abbandonò il paese e gli anni passarono. I due ragazzi che si guardavano da lontano per molto tempo non si incontrarono più. Entrambi si erano sposati. Tuttavia, a lei, certe volte, faceva piacere ripensare a quel suo affetto giovanile così puro.
Una sera, ormai anziana, chiamò la figlia con una strana dolcezza negli occhi. Come per svelarle un segreto. E le disse di una lettera, l’unica, inviatale da Strati. L’aveva custodita a lungo, ma ad un certo punto decise di bruciarla. Prima, comunque, la imparò a memoria. La figlia si affrettò a prendere un pezzo di carta e la madre, con voce intenerita, ricordando parola dopo parola con una sorprendente giustezza, le dettò delle frasi che, ancora oggi, rappresentano una testimonianza preziosa.
La fontana di Sant'Agata del Bianco, la "Rànghia"
in un quadro di Domenico Bonfà, in arte Fàbon
E non solo perché ci riportano alla nostra storia. Dicevamo, infatti, che la ragazza chiese a Saverio di parlare con i suoi familiari. Lui, che sapeva meglio scrivere che parlare, le fece pervenire questo messaggio:

Perché, se mi ami come dici, vuoi sottopormi a questa prova? Potrei dirlo a tuo padre e ai tuoi fratelli ma ora mi sembra una cosa troppo dura. Però ti assicuro che se l'anno venturo sarò promosso potrò dire liberamente ai tuoi e ai miei quanto sento. Ora mi sembra una cosa non buona. Sei la più bella fanciulla del paese. T'amo quanto me stesso. La natura ti ha dato bellezza e diligenza. Ogni tanto vedo qualche sguardo e qualche sorriso e mi sembra di vedere grazia infinita. Ricordandoti sempre, ti invio i più fervidi baci. 
Ricevili da me e famiglia, 
affettuosissimo Saverio

La giovane lesse il foglio davanti alla sua amica/ambasciatrice. Pensò che non era in grado di mantenere una promessa senza l’approvazione della sua famiglia e a malincuore, irrimediabilmente, ribatté: “ Me lo saluti e me lo ringrazi tanto. Ma digli che non posso aspettarlo. In questo mondo ci sono donne per lui e uomini per me”.
La casa in contrada Cola, a Sant'Agata, dove Strati
rivedeva le sue opere ed incontrava gli amici più cari

Saverio partì, forse già chinato sulla propria vita per arrivare a narrarla nei libri. Per quasi quarant’anni non incrocerà più gli occhi di quella ragazza. Quando rientrava in paese, difatti, se ne stava chiuso nella sua casa, in contrada Cola, su un’altura, dove riceveva la visita degli amici più cari. Accadde un giorno, però, che in un funerale, di sfuggita, i due dovettero salutarsi. Non sapremo mai cosa pensò lo scrittore nello stringere quella mano. Come non sapremo mai se lei, qualche volta, si pentì di quella risposta così fiera e decisa.

Certo, Strati non poteva immaginare che rammentasse ancora la lettera che le aveva mandato. Probabilmente, schivo e riservato com’era, non parlava con nessuno dei suoi sentimenti privati, di quelle cose che possono apparire ridicole e, nello stesso tempo, si rimpiangono. Era uno specialista a far diventare ogni esplosione emotiva un fiume sotterraneo, che conteneva nel cuore in un modo tutto suo.
Eppure lei, ritornando un po’ fanciulla, lo ripeteva spesso: “sapete che Sasà lo scrittore, da giovane, era innamorato di me?”.


                                                                                                        DOMENICO STRANIERI


Chissà....

In "Mani vuote", pag. 371, si legge:


chissà se, pure per un secondo, nello scrivere queste parole, a Strati venne in mente quel suo amore giovanile...


L'EDITORIALE DI GIOACCHINO CRIACOE Saverio scelse i libri



Articoli correlati: Un Set per "Tibi e Tàscia"

                                                         
Articoli correlati: Chi era l'Uomo in fondo al pozzo?








sabato 29 novembre 2014

Tuttosamo.it intervista Domenico Stranieri

Le mie risposte alle domande di Giuseppe Antonelli, fotografo 

ed inviato speciale del sito TUTTOSAMO.IT


Descrivi il tuo primo impatto nel mondo del giornalismo?
Sono sempre stato attratto dal mondo delle scrittura, ma non ho mai pensato di fare il giornalista. Poi, quasi per caso, mi sono ritrovato nella redazione della Riviera, a Siderno, con un professore che, prima, accendeva il suo sigaro e poi ci spiegava come andavano nel cose al Sud: Pasquino Crupi. Aveva una cultura vastissima e, in un’altra terra, avrebbe avuto maggior fortuna. Ma amava la Calabria e non l’ha mai tradita. Purtroppo, da noi, si è apprezzati più da morti che da vivi. Eppure Pasquino non aveva nulla da invidiare ai grandi personaggi della cultura nazionale. La cosa sorprendente era quando, magari sorseggiando qualcosa, ci dettava un pezzo che inventava lì, al momento. Chi era davanti alla tastiera del pc notava subito che quello che diceva era perfetto, non bisognava trasformare nulla dal parlato allo scritto. Lavorare con lui è stata un’esperienza importante, una bella palestra di giornalismo.

Quali sono secondo te le risorse per far emergere il nostro territorio?
Ribadiamo da secoli le stesse cose ma non vedo tentativi reali di cambiamento. Saverio Strati diceva che, quello nostro, è un panorama capace di incantare un poeta ma da esso si evince anche la desolazione degli uomini. Dobbiamo cambiare noi, dunque. Io non so se un altro popolo avrebbe trattato così male la terra, il mare e le risorse che possediamo. Certo, anche io difenderò sempre la nostra storia e la nostra gente, ma se non ci avverrà un cambiamento reale nella nostra testa, nel nostro modo di vedere le cose, non ci sarà mai turismo, un’agricoltura sfruttata al meglio,  e dei borghi o delle aree archeologiche realmente valorizzate.

Se dovessi descrivere i tuoi pregi e i tuoi difetti?
Credo che conoscere se stessi, un po’ come intendevano i filosofi greci, sia la cosa più difficile che possa fare un uomo. Quindi non sono capace di rispondere a questa domanda. Ti posso dire che cerco di concentrarmi di più sui difetti, per migliorare, dato che, sicuramente, superano i pregi.

Il servizio giornalistico che ti ha dato più soddisfazioni?
Vi sono alcuni articoli che, per vari motivi, sento più vicini alla mia storia. Anche perché illuminano momenti passati che non passano. Me ne accorgo appena pubblico qualcosa ed arrivano e-mail dal Canada, dagli Stati Uniti o dall’Australia. Personalmente, sono affezionato agli articoli riguardanti il pittore Fàbon, il dott. ungherese Fenyves, l’Astronomo solitario di Mendulà, il cimitero scomparso di ContradaCrocefisso, la lettera d’amore del giovane Saverio Strati e, ancora, sono legato all’ultima intervista a Don Massimo Alvaro (il fratello dello scrittore Corrado). Sono tutti pezzi che troverai sul mio Blog: www.domenicostranieri.blogspot.it

Molti emigrati seguono il tuo lavoro e leggono i tuoi articoli; tutto ciò non ti rende orgoglioso?
Da quando scrivo per il mensile “InAspromonte”, diretto da Antonella Italiano, ho la possibilità di fare ciò che mi piace: descrivere il nostro mondo. E mi riferisco alla nostra montagna che, come scriveva Norman Douglas, è “calamita delle nuvole” ma è pure tante altre cose. E’ un piccolo cosmo, con mille storie, mille personaggi e tante culture diverse che costituiscono una sola grande cultura. Non esistono montagne così in Occidente. Per di più,  il linguaggio dei nostri articoli non è prettamente giornalistico, ma si avvicina molto a quello del racconto. Non si tratta di storie riciclate. Molti pezzi del giornale sono delle vere e proprie ricerche. Andiamo sul posto, ascoltiamo studiosi, anziani, e arricchiamo il servizio con fotografie e video. Gli emigranti hanno capito che è un modo originale di fare giornalismo e lo apprezzano; e non solo perché rammentano storie e luoghi ma, spesso, perché scoprono anche delle cose che non sanno. La loro passione per la nostra terra è davvero commovente.

Il tuo lavoro, quindi, è fatto di ricerche e di storie del passato da riportate alla luce. Sei mai riuscito ad avere un valido aiuto sia morale che economico per questa tua valida iniziativa?
Di aiuti economici non ne ho mai avuti ma non li ho nemmeno chiesti. La gente invece si  dimostra quasi sempre affettuosa. Ad esempio, quando ho pensato di scrivere un articolo riguardante un’affascinante leggenda, un giovane di Caraffa, Francesco Minnici, ha lavorato una settimana per pulire gli alti rovi che circondavano e ricoprivano una roccia. Poi, insieme, abbiamo trovato sotto il muschio una scritta misteriosa ed è nato così uno dei pezzi più letti: La leggenda della roccia di “GiuliaSchiava”. Dico questo per far intendere come la gente è disponibile e quindi molte volte rappresenta un utile sostegno.

I nostri paesi hanno senz’altro un fascino particolare visto le tradizioni e le grandi feste comunitarie. Come si potrebbe quindi creare occupazione?
I nostri paesi devono preservare la loro storia (e mi riferisco all’architettura, al paesaggio e a tutte quelle risorse che tendiamo a distruggere). Ovviamente noi possiamo lavorare con il turismo e i nostri prodotti, ma questo non è difficile capirlo. Eppure siamo peggiorati rispetto agli anni passati. Arrivano meno turisti che negli anni ’80 ed abbiamo anche meno strutture che in passato. Può apparire strano ma è così. E poi la Locride non è mai considerata un’opportunità, tanto che non è mai nata una vera classe imprenditoriale. In questo momento, quindi, puntare ad un turismo di massa è improponibile. Ma ho già scritto che “esiste da sempre una geografia che corrisponde ad un temperamento umano. Per questo c’è chi va in Tibet, chi scala l’Etna, o chi rasenta il corso delle fiumare. Inoltre, negli ultimi anni, anche grazie ai fondi dell’UE, si sono sviluppati i cosiddetti "alberghi diffusi" che permettono di usufruire di alcuni servizi, come la prima colazione, mantenendo un alto livello di socialità con i residenti del posto alla scoperta di piatti tipici e bellezze culturali ed artistiche poco reclamizzate. Ma cosa possiamo prospettare, noi, ai viaggiatori del 2000? Le isole della Grecia, ad esempio, sono diventate famose anche per le passeggiate dei turisti sul dorso degli asini. Insomma, se aspettiamo le infrastrutture, le strade ed altri "miracoli" saremo destinati solo a regredire, giacché non riusciremo mai ad ideare un prosieguo e vivremo condannati a replicare sempre gli stessi errori. Ed è fin troppo facile ricordare le cose belle che abbiamo, dal mare alle montagne, dai borghi antichi ai resti archeologici. Non basta. Viaggiare presuppone una scelta, ed un turista deve avere un buon motivo per preferire i nostri paesi ad altri luoghi. Ovvero noi ad altra gente”.

Infine, una tua opinione sul nostro sito
E’ davvero un sito interessante che seguo da sempre. Avete anticipato in molte cose gli altri, siete stati degli antesignani del web. E poi sapete far convivere, all’interno di un unico format, storia, curiosità, ironia e attualità. Complimenti davvero.



mercoledì 22 ottobre 2014

IL RIFUGIO DELL'ASTRONOMO

Dal diario inedito di Giuseppe Galletta, la storia di un uomo solitario: lo "STROLAMO". 

Dal mensile IN ASPROMONTE di ottobre 2014


C’è un posto, tra Sant’Agata del Bianco e Samo da dove, pare, si vedano meglio le stelle. Si chiama “Mendulà”, un nome legato alla considerevole presenza di alberi di mandorlo.
Mendulà, tra Sant'Agata del Bianco e Samo
In questo luogo, nell’800, si aggirava solitario un uomo che, per alcuni aspetti, mi piace accostare al filosofo Eraclito (nato intorno al 500 a.C.), il quale depositò il suo unico manoscritto nel tempio di Artemide, a Efeso (la sua città).
Eraclito (al quale si deve, tra le tante cose, l’idea che “tutto scorre”, panta rei) pensava di aver scritto delle verità estranee alla massa. Si dice, infatti, che mal sopportava la compagnia degli uomini e si estraniasse dal volgo con un atteggiamento che era una via di mezzo tra l’aristocratico e il mistico.
Il fuoco (che egli considerava il principio di tutte le cose) distrusse la sua unica opera. Tuttavia, ci rimane ancora qualche frammento del tipo: “Tutti gli efesi farebbero bene ad impiccarsi e a lasciare la città ai giovani imberbi…”.
Ma facciamo un salto in avanti di qualche millennio e ritorniamo al nostro uomo solitario dell’800.
Il rifugio dell'Astronomo
La sua figura è tratteggiata nelle pagine inedite del diario di Giuseppe Galletta, un maestro di Sant’Agata del Bianco che ha insegnato in Lombardia, a Busto Arsizio, dagli anni ’50 fino al 1976. Di Galletta (scomparso nel 2013) si potrebbe parlare in un articolo a parte, e non è detto che non lo farò. Era il prototipo del calabrese che emigra al Nord e, per capacità e ingegno, diventa un punto di riferimento per la scuola e per l’intera città. Il suo metodo scolastico, che forse aveva qualcosa dell’attivismo pedagogico di Dewey, ha appassionato generazioni di studenti. Riusciva, difatti, a trasmettere valori e conoscenze con un uso pratico delle materie (basti pensare all’allevamento in classe dei bachi da seta, che, nei secoli scorsi, rappresentava una ricchezza per i paesi aspromontani).
E’ stata Giulia, la figlia maggiore, a parlarmi del diario del padre e a rivelarmi che tra le sue pagine avrei trovato memorie che riguardavano le nostre comunità. Quando ho avuto tra le mani i fogli dattiloscritti del maestro Galletta ho subito ravvisato che, perfino nella sua chiara struttura narrativa, egli era un precursore.
Il maestro Giuseppe Galletta
Avete presente il libro “Il Mondo di Sofia” (Longanesi, 2002), divenuto un bestseller mondiale, dove il professore norvegese Jostein Gaarder racconta la storia della filosofia parlando alla figlia? Ebbene, Giuseppe Galletta, decenni prima di Gaarder, scriveva rivolgendosi alle figlie Giulia e Carla, di continuo, come se stesse dialogando con loro (ed in un certo senso lo faceva).
Tra le vicende che riemergono da questo diario c’è, dunque, anche quella di un individuo soprannominato l’Astronomo (in dialetto “Strolamo”).
Si tratta di Saverio Macrì, di Sant’Agata, che, come Eraclito, era un possidente facoltoso, introverso e privo di amore verso gli uomini.

Per questo si era rifugiato a Mendulà, nel suo terreno di cinque ettari ricco di mandorle, ad osservare le stelle (che erano la sua unica passione). Viveva nella più perfetta delle solitudini, come un filosofo vecchio e stanco, in una piccola casetta tra gli alberi che conserva ancora un’idea monastica di bellezza. In paese lo consideravano un tipo “ombroso” anche perché, ovviamente, aveva deciso di non frequentare nessuno, soprattutto i parenti.
Dal diario si evince, addirittura, che “nominò unico suo erede il Re Vittorio Emanuele II”.
Tutti i familiari rimasero disorientati, arrendevoli dinanzi all’idea di perdere per sempre Mendulà. Tutti tranne uno: Mastro Domenico Galletta, nonno del maestro Giuseppe.

Pertanto, quando l’Astronomo morì, Mastro Domenico non si diede per vinto e “indirizzò al Re una motivata petizione che la burocrazia passò al Tribunale di Palmi”. Successivamente, per difendersi, scelse proprio un legale di Palmi, l’avv. Demetrio Tripepi, e si incamminò a piedi per raggiungere il suo studio. Durante il viaggio incontrò prima dei malviventi che cercarono di derubarlo (ma egli teneva le sue poche lire “nella toppa cucita all’interno della camicia”) e poi, in una radura “in mezzo a una carbonaia fumante”, della brava gente che gli offrì da mangiare.
Mastro Domenico Galletta
Arrivato a destinazione, l’avvocato Tripepi intese le ragioni del suo cliente e, dopo qualche tempo, gli consegnò la Sentenza attraverso la quale il Tribunale Civile riconosceva la madre di Mastro Domenico quale legittima erede di Saverio Macrì.
Il fondo di Mendulà ritornava alla famiglia. Adesso bisognava depositare la Sentenza in Pretura, a Bianco. Ma le cose si complicarono per una serie di accidenti (e qui la vicenda diventa “manzoniana”) e la furbizia di un tale, Don Rosario (mai fidarsi di certi “Don”), che tramava per impossessarsi del terreno.
Appena Mastro Domenico capì di essere stato ingannato meditò  di “ammazzare” Don Rosario che, con uno stratagemma, aveva fatto sparire la Sentenza.

Ma, grazie al buon senso della moglie e alla ritrovata armonia tra i parenti, Mastro Domenico non perse la testa. Anzi, riuscì a tenere in pugno l’unità della faccenda e sistemò ogni cosa. Dopodiché, redatto un documento di quietanza, con l’aiuto di Mico Marvici, un avveduto esperto di campagna, si procedette alla spartizione dell’eredità.

Anni '60, Giuseppe Galletta con la moglie a Mendulà

La tenuta riprese a fiorire, come se un pennello fosse passato a ripulirne i colori. Da lontano si distinguevano i perastri e i fichi d’india (che arrossavano come una fiamma tutta la costa). Solo “il canneto non si toccava: tra le sue radici era stato sepolto lo Strolamo”.
Scrive Giuseppe Galletta: “fu così, carissime mie figliuole, che si evitarono disastrose conseguenze per la famiglia del nonno, che, tuttora, ricorda il tradimento di quell’anima malvagia di Don Rosario. Il nonno Mico sarebbe finito in galera per il torto subito. Prevalse, per fortuna, la ragione. Vedete ragazze, non bisogna mai agire di prima furia. E’ bene sempre far  trascorrere congruo tempo prima di prendere decisioni d’una certa importanza. La legge della faida non dà mai buoni frutti..”.

Si dice che, anni dopo, ogni tanto passasse da Mendulà pure il brigante Musolino. Raccoglieva qualche ortaggio, di notte, e lasciava delle monete per far intendere che non voleva rubare. Chissà se anche Musolino, come l’Astronomo, aveva notato che, guardando il cielo, da Mendulà le stelle si vedono meglio!


DOMENICO STRANIERI



martedì 21 ottobre 2014

L'ULTIMA MAESTRA DI TELAIO

Caraffa del Bianco 
Addio a Rosa Tedesco, l'ultima grande maestra di telaio

Dal mensile IN ASPROMONTE di ottobre 2014

IN ASPROMONTE di ottobre 2014
Era come l’inizio di un antico rituale. Si aveva questa impressione quando Rosa Tedesco, l’ultima grande maestra di telaio, si approntava a tessere. La preparazione di tutto, “orditura”, aveva qualcosa di misterioso, esoterico. E’ difficile persino descriverla a parole. La sua discepola, Grazia Volonà, la seguiva in questa particolare funzione, innanzi ad un muro di pietra, dove in silenzio, sulla “cruciera”, si stabiliva la lunghezza e la larghezza delle coperte di seta. Era la base del lavoro. Il disegno si definiva a parte.


Rosa Tedesco, di Caraffa del Bianco, era, a sua volta, l’allieva prediletta di Agata Borgia (a “Giànzina”) che le insegnò tutto dell’arte del telaio. Prima di morire le donò anche il suo “grastellu”, uno strumento di legno indispensabile per dividere i fili del tessuto all’inizio del lavoro d'intreccio (in attesa di riempire “u pettinu”). Quasi un riconoscimento simbolico per chi l’aveva seguita fin da bambina ed era ormai pronta a sostituirla, ad essere lei una maestra.
Difatti, non c’era nessuno (giornali, tv, scuole ecc..) che occupandosi degli antichi mestieri del nostro territorio non andava a trovarla. E sicuramente il ritmo del suo telaio (nel tempo del progresso privo di ogni senso umano) non era dissimile da quello delle donne greche e latine descritte nei poemi epici. 

Rosa Tedesco prepara il telaio aiutata dalle
sorelle Volonà (Grazia e Natalina)
Ma non era un ritmo “freddo”, meccanico. Di Rosa Tedesco (scomparsa alla fine di settembre) basterebbe, difatti, narrare solo gli occhi, la gioia che traspariva quando arrivava con tutti gli arnesi per òrdire (anche fino a 10 coperte). Aveva un modo tutto suo, poi, di prendere posizione al telaio. Era raffinata ed infaticabile. Tra le tante cose, era pure discendente di Vincenzo Tedesco, il religioso a cui si deve la Memoria dei luoghi antichi e moderni del circondario di Bianco, un’opera fondamentale, pubblicata a Napoli nel 1856.

Con lei, dunque, se ne va un mondo, poiché la sua tecnica, oltre a rappresentare un fenomeno culturale, era innanzitutto una maniera di stare nella realtà, di tenere insieme le importanti lezioni del passato con i progetti del futuro. Non si fermava mai, difatti, Rosa Tedesco, nemmeno quando la malattia le rendeva incerti i movimenti. Lei continuava ugualmente a piegare la testa su qualche coperta, per coglierne meglio la luce. E mentre l’osservava pensava sempre alla stessa cosa, magari tratteggiando un disegno nella mente. Ovvero che, nei prossimi giorni, c’era ancora tanta seta da lavorare.



DOMENICO STRANIERI









martedì 30 settembre 2014

ANIME NERE E IL "DEMONE" DI CRIACO

Qualche considerazione sul film Anime Nere


Voglio provare anch’io a dire cosa penso del film Anime Nere, diretto da Francesco Munzi e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco. Ho aspettato un po’. Ma era necessario aspettare.

Quando sono andato al cinema mi sono ripromesso di dimenticare il libro, di non considerarlo. Lo avrei ricordato solo alla fine della proiezione. Era un mio esperimento individuale. Volevo partire da zero, senza suggestioni di alcun tipo.

Eppure il testo mi era piaciuto molto. Inizia con un “Camminavamo veloci”, che concepito sull’Aspromonte ha un significato tutto particolare, poiché rievoca altri passi, e non si ferma più. Ha un ritmo che trascina. E’ scritto con la lingua della montagna, con i suoi occhi (i soli che conoscono alla perfezione i nostri istinti “atavici”). E c’è il “demone”, come lo chiama Criaco, che rapisce le menti.

Già nell’epigrafe iniziale si legge: “Tanto, troppo sangue hanno versato e fatto scorrere i figli dei boschi, fratelli inutilmente e stupidamente divisi. Possano Dio e gli Dei placare lo spirito guerriero che li anima, e scacciare il Demone che li possiede”.
Dopodiché, nel libro ci si imbatte altre volte in questa forza ispiratrice/distruttrice: “Il demone bruciava ancora dentro noi” oppure “La strada ci mancava, il demone che ci muoveva era ancora affamato e ci spingeva avanti”.

Dire cos’è il “demone” è una delle cose più difficili della letteratura contemporanea. Lo possiamo afferrare, sappiamo che c’è, ma decifrarlo, dargli un nome, è impossibile. La parola che più si avvicina alla sua natura è appunto “demone”. Liberarsene è un’impresa ardua. Una volta posseduti non vi è quasi scampo. Non è un problema solamente culturale. E’ una lotta contro l’aria che si respira, contro un certo senso della realtà.

Anche nel film è presente questa forza. Non viene mai menzionata, ma c’è. E’ in Luigi, ad esempio, ed ottenebra la testa di Leo. Sia nel libro che nel film essa scompare con la morte. Nel primo preannunciandola (eravamo in pace con noi stessi, il demone che ci aveva posseduti per decenni ci aveva abbandonato in cerca di nuove vittime..) nel secondo “favorendola” in modo drammatico e inatteso.
Di certo, è la tragedia lo scenario ove il “demone” s’annida. E Luciano lo sa. Quando impugna la pistola (giacché il demone si stava “riprendendo” Rocco) non lo fa contro una persona, e nemmeno per sfuggire ad una faida senza fine. Egli spara al male che conquista le menti, ad un mondo intero. Un mondo, appunto, animato dal “demone”.

Non so se l’intenzione del regista sia stata quella di preparare tutta la pellicola, sin dall’inizio, a quel finale (a quella grande riflessione finale). E’ come se si fosse prima immaginata la conclusione e poi, su di essa, si fosse costruito tutto il resto. Ovvero un film in dialetto calabrese, girato in Calabria, che parla a ogni popolo con il linguaggio dell’esattezza.

In Anime Nere, difatti, non c'è un antieroe che affascina, come il  Noodles di C’era una Volta in America o i protagonisti della scalata criminale de Il Capo dei Capi (ho sentito, ad esempio, molti giovani, anni addietro, ripetere le frasi del Riina della fiction).
Per questo ci troviamo di fronte a qualcosa di unico, essenziale eppure mai detto prima. Possa piacere o no, l’efficacia dell’opera risiede proprio nella mancanza di forzature spettacolari. L’armonia cadenzata è quella reale, della nostra terra, ed il paesaggio è un tutt’uno con lo stato d’animo dei protagonisti (ma anche con quello di chi sta guardando il film).

Ma vi è pure un’altra qualità nel lavoro di Munzi (tra le tante che non ho voluto ribadire perché già dette da altri). E cioè che il finale del film è aperto. Potrebbe avere un seguito. Sempre che qualcuno osi allentare ancora le porte della verità per capire dove si è andato a cacciare il demone


DOMENICO STRANIERI





Dal mensile IN ASPROMONTE di Ottobre 2014