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domenica 8 maggio 2022

IL "RITORNO" DI SALVATORE BARBAGALLO

 

Il 20 aprile del 2022 un uomo chiude una busta con dentro dei “pezzi” della sua vita e la spedisce al Comune di Sant’Agata del Bianco (RC). Arriva a destinazione dopo alcuni giorni. Nella stanza dell’area amministrativa nessuno la apre. Appena entro in Comune mi consegnano la busta. La prendo tra le mani distrattamente, faccio una battuta stupida: “non è che si tratta di un pacco bomba?” e vado via. Salgo al secondo piano, sono da solo, leggo nome e cognome del mittente. Il cognome è tipico di Sant’Agata del Bianco, Barbagallo. Ricordo che un Barbagallo (Giuseppe, nato a Sant’Agata del Bianco nel 1932) ha scritto anche dei libri di poesia (“Canto della vendetta” e “Dolce è il canto dell’eterno amore”) e prosa ("11° Comandamento: sfuggire ai cannibali”).

Ma il Barbagallo in questione si chiama Salvatore, ed è un musicista. Nella busta, infatti, trovo vecchi dischi originali, cd, foto, articoli di vari giornali, riviste, tutte cose che riportano a stagioni passate che serrano il cuore e lo rapiscono. 



Scorgo anche una lettera: “Gentile Signor Sindaco, Le invio la mia documentazione relativa all’attività artistica nell’ambito della musica e della discografia europea. Il mio lavoro, in contemporanea con lo studio della musica e del canto, ebbe inizio nel 1961 a soli 15 anni a Milano, dove mi sono trasferito con la mia famiglia.  Sono dunque lieto di inviarle quanto in oggetto, alla luce dell’interesse che sta dimostrando per il settore della cultura nel nostro paese. Nella speranza di fare cosa gradita, qualora fosse di suo interesse, e dell’amministrazione, credo possa essere una buona idea inserire quanto inviatole nel circolo del web della cultura di Sant’Agata. Nel ringraziarla per la cortese attenzione, le porgo i miei migliori saluti”.

Quando parla di sé, Salvatore Barbagallo precisa il suo nome d'arte: “Mauro Giordani”. Ed in effetti la busta contiene un disco del 1977 dal titolo “In due” cantata, appunto, da Mauro Giordani. La canzone si trova anche su Youtube (Clicca qui) e fu presentata al Cantagiro da Ezio Radaelli e registrata su etichetta R.C.A. Ci sono, poi, altri dischi, tra cui “Mexico”, scritta sempre da Mauro Giordani ed incisa in inglese, tedesco, spagnolo e francese. In Francia, con il titolo ”28° à l’ombre” (Clicca qui), il successo è stato talmente grande che la canzone è rimasta nelle classifiche per ben 6 anni. In mezzo a tanto materiale noto pure un CD di Celentano, “La pubblica ottusità”. Lo apro e leggo che la musica della canzone “L’ultimo gigante” (che è diventata nel 1987 la sigla di Fantastico 8, su Rai 1) ha il testo di Adriano Celentano e la musica di Salvatore Barbagallo. 


Sono tante le esperienze artistiche di questo musicista nato a Sant’Agata del Bianco, in Calabria, nel 1946 ed emigrato, come tanti calabresi, nel 1959 in Lombardia. 

Dopo la collaborazione con Celentano, Salvatore Barbagallo prova un “grande vuoto interiore” (che rivela pure in alcune interviste). Decide di abbandonare lo spettacolo e compone solo per scopi umanitari. È promotore e direttore artistico dell’Associazione Syntonia, attiva nella lotta alla leucemia e alla talassemia infantili. 

Mentre sfoglio i tanti articoli che mi sono stati spediti, trovo delle vecchie foto, alcune scattate a Sant’Agata del Bianco. Sono delle immagini che possiedono l’eternità fugace del sogno, come quella in cui Salvatore è in campagna con la sua classe ed il maestro Carlo Galletta (la prima persona che lo ha esortato a cantare) o quella in cui, ormai adulto, torna per un giorno in paese per salutare l’amico Carlo Rossi (colui che d’estate portava la luce del cinema a Sant’Agata).

Guardando quei volti, ho pensato che, ovunque ci troviamo, andremo sempre a cercare in un angolo dell’anima il mistero delle nostre origini, i vividi colori della nostra terra. Forse perchè non riusciremo mai a fuggire da certi paesaggi dove la memoria ci rimanda sempre, senza chiederci il permesso. Per questo Salvatore Barbagallo ha sentito l’urgenza di un “ritorno”, per raccontarsi  attraverso i suoi dischi e la sua storia. La busta che era arrivata in Comune e che, all'inizio, avevo afferrato senza troppa attenzione, conteneva un mondo ed io, senza sospettarlo, avevo un compito da assolvere: quello di scrivere di un uomo generosamente impegnato a dare un senso alla sua arte, con un’intelligenza indipendente, a viso aperto, che, da tempo, sente il bisogno di regalare ai bambini più deboli una speranza, una musica che allenta il dolore. 

DOMENICO STRANIERI


Foto di Salvatore Barbagallo scattata da Carlo Rossi

La classe di Salvatore Barbagallo (lui è il ragazzo 
appoggiato all'albero con la cartella in mano)

Salvatore Barbagallo a 14 anni


Salvatore Barbagallo (il primo a sinistra con la maglietta bianca)
a Sant'Agata davanti la casa di Carlo Rossi


Salvatore Barbagallo con Alberto Lupo al Cantagiro del 1977

Salvatore Barbagallo e Little Tony (1977)



Salvatore Barbagallo oggi


domenica 28 novembre 2021

LA LETTERA DEL PROF. CARLO GALLETTA

 Il mio ricordo, a 103 anni dalla sua nascita (28 novembre 1918)

A fine luglio 2009, a casa dei miei genitori, arrivò una lettera, in una busta gialla. Era scritta a mano, come si faceva un tempo, prima della cosiddetta svolta tecnologica, quando ognuno ci metteva un pezzettino di anima nella propria grafia. Dopo i saluti, c’era la firma: “Carlo Galletta”.



Ma perché il professore Galletta, che proprio oggi, 28 novembre 2021, avrebbe compiuto 103 anni (è nato nel 1918 e morto nel 2017) aveva inviato una lettera a mio padre?

Il 26 luglio 2009, il settimanale La Riviera aveva pubblicato un mio articolo dal titolo: “Giambattista Scarfone, detenuto di Sant’Agata del Bianco, vince il Trevi noir”.

Il prof. Galletta, non conoscendomi, fece un’azione apparentemente naturale ma che mi colse di sorpresa. A quanti di noi, difatti, dopo aver letto un bel pezzo, è venuto in mente di prendere carta e penna e scrivere una lettera? Il professore, senza saperlo, mi fece sentire la chiara percezione di una “civiltà” (la sua) diversa e lontana rispetto a quella che stiamo vivendo. Ovviamente, per fare tutto ciò non basta il pensiero, bisogna essere dotati di una vera e propria “eleganza del gesto”.

Una lettera ha un suo fascino antico, ed il giallo quasi abbagliante della busta e le parole scritte mi avevano dato la più pura delle gioie.

Andai a ringraziarlo a casa sua, dove se ne stava sempre seduto a leggere qualcosa, e da allora il prof. Galletta, con la sua mente lucida, i suoi modi cortesi, la sua cultura, mi aiutò a scrivere altri articoli. Mi parlò, ad esempio, della straordinaria figura del dott. Fenyves e, dopo qualche tempo, proprio insieme a lui, incontrammo le nipoti del medico soprannominato “l’ungherese”. 

Il prof. Galletta con le nipoti del dott. Fenyves


Il prof. Galletta era una fonte inesauribile di notizie ed è stato anche un apprezzato amministratore.

A pag. 320 del libro “Dove nacque Pitagora?”, così lo descrive l’autore Giuseppe Dieni: “Dopo Marrapodi, fu sindaco di Sant’Agata l’insegnante Carlo Galletta, figlio di fabbro ferraio, … e con lui si insediò nuovamente l’amministrazione socialcomunista che realizzò quanto di più vistoso oggi si nota in questo Comune: scuole, Palazzo Municipale ecc..”. Dal 1993 al 1996, Carlo Galletta è stato anche sindaco di Caraffa del Bianco.

Ma il mio ultimo ricordo di lui è legato ad un’opera di Domenico Bonfà, in arte Fàbon, pittore nato a Sant’Agata del Bianco nel 1912. Dovevamo allestire una mostra, nel Palazzo Comunale, il 5 febbraio 2017. Qualche anno prima, il professore mi aveva fatto vedere un dipinto realizzato da Fàbon in Libia, negli anni ‘40, prima di una battaglia. “Se non ci sarò più, se morirò combattendo, ti resterà questo ricordo di me” disse Fàbon al giovane soldato Carlo Galletta. Era un’opera realizzata velocemente, forse con la paura nel cuore, che il professore custodiva con cura.

Quella mattina mi aprì la porta di casa la moglie. Lui dormiva su una poltrona, quasi vinto dalla fatica degli anni, senza energie. La moglie provava a svegliarlo. All’improvviso il professore aprì gli occhi e domandò chi fossi. Non mi aveva riconosciuto. Quando sentì il mio nome sorrise. Richiuse nuovamente le palpebre, come se avesse perso i sensi. La moglie gli disse all’orecchio, con un’amabile grazia, che ero lì per la mostra, e chiedevo gentilmente l’opera di Fàbon. Il professore riaccese lo sguardo. Sorrise nuovamente. E, come se avesse raccolto tutte le forze per adempiere ad un ultimo, importante, dovere rispose: "certo, prendi subito il quadro!"

Fu il suo modo di dirmi addio, una lezione finale di determinazione e umanità che solo chi ama gli uomini e le storie della nostra terra può regalarci.



DOMENICO STRANIERI

La lettera del prof. Galletta


L'opera di Fàbon su legno (Libia, anni '40)


VIDEO CORRELATI 
CON LE TESTIMONIANZE DEL PROF. GALLETTA:

La rivoluzione culturale dell'Arciprete Battaglia


La storia del dott. Fenyves

domenica 6 dicembre 2020

PA...E' MORTO MARADONA

Il racconto privato della magia del calcio

Tra i 12 e i 13 anni, frequentavo la scuola media a Saronno, in provincia di Varese. Era il 1990 e ancora passavano i treni a lunga percorrenza dalla stazione di Bianco e dalla Locride. Quando aspettavamo il convoglio che doveva portarci a Milano, e che appariva lunghissimo rispetto alle misure che eravamo abituati a veder sfrecciare lungo la costa, si assisteva sempre alla solita scena, coraggiosa e incosciente, di persone che si aggrappavano agli sportelli del treno in corsa per occupare una cabina prima degli altri (“gli altri” erano coloro che salivano normalmente, quando il treno si fermava).  

Il rischio assicurava un posto comodo ai propri cari. Chi era meno scaltro e meno acrobatico, invece, sostava nel corridoio per tutta la durata del viaggio. A dire il vero c’era sempre qualche uomo che faceva sedere le donne rimaste all’impiedi e, nel tragitto che sembrava interminabile, io leggevo  l’Intrepido o qualche altra rivista che oggi non esiste più.

Arrivato in Lombardia, per un ragazzo abituato a correre libero, in un paese posto su una di quelle colline del Sud Italia che si elevano davanti al mare, i pomeriggi passati al sesto piano di un anonimo condominio sembravano (e lo erano) di una noia ineguagliabile. Cercavo di inventarmi qualcosa, una formazione della Juve (avevamo, ahinoi, Oleksandr Zavarov con il numero 10) o della nazionale italiana, prefigurando le “notti magiche” che avremmo vissuto in estate.

Ad aprile del 1990, quasi per gioco, decisi di inviare una delle squadre che immaginavo proprio al settimanale Intrepido. La mia lettera fu pubblicata il 24 aprile del 1990, e sulla copertina della rivista c’era una foto di Maradona. L’articolo, che raccontava un Maradona “ritrovato” che puntava a vincere scudetto e mondiale, era a firma di Massimo Gramellini (oggi editorialista del Corriere della Sera).

L'Intrepido del 26.04.1990



Malgrado io fossi juventino, adoravo il campione del Napoli. Quando giocava rimanevo folgorato, avvertivo la trasformazione di ogni peso in leggerezza, o in grazia, come ben descrive Alessandro D’Avenia in un articolo dal titolo “Il bandito e il campione” del 30 novembre 2020: “Un corpo che è insieme di carne e, in qualche modo, di luce, che poi è la struttura stessa dell’universo...".

Per qualche decennio, dimenticai quell’Intrepido, che però conservo ancora, ma quando dovetti far cogliere esattamente a mio figlio la magia del calcio gli raccontai di Maradona. Gli feci vedere i filmati dei palleggi, i goal, gli spiegai cosa significhi giocare alla Bombonera (lo stadio del Boca Juniors) e perché Maradona scelse di non vestire la maglia del River Plate (società più ricca rispetto a quella rivale del Boca). E, infine, gli parlai dei Mondiali, della partita contro l’Inghilterra, e di cosa succedeva a Napoli quando giocava Maradona.

Mio figlio, non potendo tifare per Diego, trasferì la sua passione su Messi e l’Argentina…fino al 25 novembre 2020, giorno in cui mi ha inviato un sms: “Pa…è morto Maradona”.



Proprio lui, il bambino che, con la sua innocente disposizione del cuore, ascoltava le mie storie, e proprio a 12 anni (la mia stessa età tra il 1989/90, quando scrivevo formazioni della Juve sognando di contrastare lo strapotere del Napoli e del Milan).

Il piccolo Giuseppe Stranieri nel 2014
con la maglia dell'Argentina

Mi invase una malinconia opaca, come se con Maradona se ne andassero via tanti frammenti di passato.

Non ho mai giudicato l’uomo, specialmente perché egli stesso sapeva di sbagliare e lo diceva pure. In fondo, nella tragedia della vita, molti grandi artisti brillano di una luce nuova, hanno un loro lato epico (soprattutto quando scelgono la difesa naturale dei più deboli), e alla fine si autodistruggono.

Ha ragione Mario Sconcerti che, in uno dei suoi libri dedicati al calcio, spiega chiaramente: “Maradona non è mai stato un equivoco. Ha vissuto da eroe, solo in mezzo agli eccessi. Venale, generoso, romantico, assolutista, senza un dubbio veramente morale. Un uomo discutibile, come tutti gli eroi. Ma dovendo, per fortuna, giudicare solo il calciatore, non c’è dubbio sia stato il migliore”.

Ecco, Maradona è stato semplicemente il migliore. Tutto il resto, tra qualche anno, non interesserà più alla storia del mondo.


DOMENICO STRANIERI

domenica 13 settembre 2020

DOMENICO STRANIERI E LE STRATIFICAZIONI DELLA NOSTRA CULTURA

   DAL SETTIMANALE RIVIERA DEL 02.08.2020

Sant’Agata del Bianco, oggi, è un paese molto diverso da quello che il sindaco Domenico Stranieri ha trovato in occasione del proprio insediamento, quattro anni fa. Lo abbiamo intervistato per cercare di capire quale sia la matrice di questo cambiamento e quale futuro attenda il centro, che da oggi pomeriggio sarà teatro della nuova edizione del Festival “Stratificazioni”.


Sei riuscito a stravolgere una comunità normale trasformandola in un centro di cultura per certi aspetti avanzato. Quali sono i vantaggi?
La dimensione culturale è determinante per la qualità della vita e, in altre realtà, ha un posto importante nelle politiche pubbliche e nelle strategie aziendali. Noi abbiamo provato a raccontare il nostro territorio, diventando non solo dei conoscitori, ma anche dei sostenitori delle nostre bellezze artistiche e ambientali. Bisogna diventare attenti osservatori, avere la capacità di studiare cosa si può fare con tutto ciò che si possiede (e non è poco), e poi farlo per davvero.

Esiste una parola, un imperativo da seguire per superare le difficoltà?
La parola è: oltrepassare. Quando abbiamo pensato al Festival “Stratificazioni”, ai murales, ai musei, sapevamo di dover affrontare l’avanzata di un deterioramento che aveva varie forme (estetiche, morali e sociali). Ma non potevamo fermarci davanti alle difficoltà, all’indifferenza o alle critiche di chi non ha mai fatto nulla per la comunità. “Oltrepassare” ha significato riconoscere un punto di partenza fatto di cultura, memoria storica, identità, e renderlo “carico” di futuro.

Cos’è il Museo delle cose perdute?
È un luogo molto particolare, nel cuore del Borgo, davanti la piazzetta di Tibi e Tascia. È stato ideato dall’artista Antonio Scarfone, che ha ritrovato ciò che gli altri avevano perduto. È un piccolo universo all’interno del quale non si ripristina soltanto il passato, conservando gli elementi originali della nostra identità, ma è la metafora di come si combatte la “sottocultura della distruzione” con la cultura dell’impegno, dell’arte e della consapevolezza.

Il Festival di musica e letteratura “Stratificazioni” ormai è una bella realtà della nostra regione. Anche quest’anno la Regione Calabria ha dato un punteggio alto al vostro progetto.
All’inizio il Festival è nato senza alcun tipo di finanziamento. Ragionavamo in tempi artistici e non economici. L’idea è nata in montagna, insieme a Mimmo Catanzariti, Antonella Italiano ed Ettore Castagna (che ha concepito il nome). Ricordo che Gioacchino Criaco ha chiamato molti amici chiedendo di sostenere il progetto anche gratuitamente, poiché non bisognava arrendersi. Anche in questo caso, insieme a tanta gente, abbiamo oltrepassato un’immobilità e una provvisorietà che anche Corrado Alvaro mal sopportava (in Calabria tutto accade lentamente o non accade mai… tutto si può aspettare all’infinito).

Cosa farete quest’anno per ricordare lo scrittore Saverio Strati?
Il programma del Festival richiamerà molti temi stratiani. E poi l’intera facciata della casa di Strati,  nel borgo, diventerà un unico grande murale dedicato al nostro scrittore.

Quale è l’argomento stratiano che più ti piace?
Probabilmente Strati proietta in molti personaggi i suoi tormenti. La sua letteratura è segnata da fughe, crisi e angosce. Mi piace leggere il modo in cui Strati descrive il carattere di quei giovani che non volevano assomigliare ai loro padri, ma avevano ansia di conoscenza e di rinnovamento, una insospettabile apertura verso nuove idee.

Stratificazioni riparte proprio oggi, domenica 2 agosto alle 18:30.
Si, ci sarà un suggestivo spettacolo tra le rocce della nostra montagna, a Campolico. È il racconto di un viaggio, del maestro Nour Eddine Fatty, un topos letterario che segna la storia dell’uomo dai tempi antichi fino ai giorni nostri.

Ci sarà anche qualcosa di inatteso nella vostra estate?
Vogliamo potenziare la “Via delle porte pinte" e ci sarà l’installazione di una bellissima opera nel cosiddetto “punto zero” del paese, ovvero il luogo dal quale, secondo la leggenda, iniziò la fondazione di Sant’Agata. Ma sarà una sorpresa.

Chiudiamo con una tua riflessione di qualche tempo fa dal titolo “La leggibilità della Locride”. Molti hanno capito, altri no. Cosa volevi intendere?
Provo a ripetere una sola frase che, forse, racchiude il senso di tutto il ragionamento: “la rivoluzione, la forza per risollevarci, deve nascere dentro di noi, perché non verrà mai nessuno da fuori a salvarci”.


VIDEO


STRATIFICAZIONI FESTIVAL DEL 28.08.2020


sabato 12 settembre 2020

QUALE SOCIALISMO?

Dal dibattito sul giornale online LENTE LOCALE

Nel 1976 Norberto Bobbio pubblicava (Ed. Einaudi) un libro dal titolo: “Quale socialismo?”. Oltre al dibattito che si aprì sul binomio “socialismo – democrazia” (con Roberto Guiducci, Domenico Settembrini, Claudio Signorile ed altri), nella parte finale del testo, Bobbio si chiedeva (con quella sua tendenza a non raccogliere certezze ma a seminare dubbi) se “siamo proprio sicuri d’intendere  <<socialismo>> tutti quanti nello stesso modo”.

Ultimamente, sul giornale online Lente Locale, si stanno susseguendo una serie di riflessioni che riprendono il tema del socialismo italiano e del “vuoto” lasciato dallo sfascio del PSI.

Credo che sia una questione molto complessa ma provo ugualmente a dare il mio contributo al dibattito.

Rischierei di essere troppo ripetitivo ricordando il grande valore dell’ideale socialista, le conquiste sociali e politiche, e la modernità del pensiero riformista (in Calabria basta leggere qualche articolo di Sisinio Zito) in anni in cui altri partiti guardavano al futuro (quando lo facevano) con occhi adulterati da notevoli limiti.

Di certo è impossibile non menzionare Mani Pulite, ovvero un processo che nulla aveva di “storico” ma che sembrava orientato ad eliminare i dirigenti di alcuni tra i più grandi partiti italiani, in una nazione che, tra l’altro, non aveva una classe politica di ricambio.

Non per niente nel 2011, durante la presentazione di un libro, Francesco Saverio Borrelli, capo del pool Mani Pulite, disse: “Se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, dove come in Giappone è costume chiedere scusa per i propri sbagli, vi chiederei scusa: scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all'aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale».

Così, oggi, a forza di finte campagne moralistiche, ci ritroviamo con una corruzione maggiore, con delle figure istituzionali inventate al momento ed un populismo che si scontra con altro populismo (in una specie di gara a chi la spara più grossa).

 

    Nenni e Pertini

Ma quando un partito scompare, la colpa non è solo degli altri. Credo che bisogna dirselo con franchezza reciproca. Ovvero: dopo l’ignobile “persecuzione” che si era venuta a creare, quasi tutti i politici “sopravvissuti” erano più preoccupati a riposizionarsi in altre aree che a “restituire l’onore ai socialisti” (per dirla con Claudio Martelli).

Insomma, la nave è affondata anche perché dopo la tempesta tutti l’hanno abbandonata seguendo il motto: “si salvi chi può!”.

In tutto questo, un ruolo decisivo lo ebbe Giuliano Amato che, ad inizio novembre 1992, fu indicato da Craxi quale suo successore. Amato, che da Presidente del Consiglio viveva mesi caratterizzati da enormi difficoltà, rifiutò tale investitura, ed il Partito, ormai lacerato anche nei rapporti personali e senza un vero leader, si frantumò. 

Ricordo che nel 2005, da giornalista alle prime armi, curai per qualche tempo una rubrica nella quale intervistavo ogni settimana un esponente del Nuovo PSI (i socialisti posizionati a destra) ed uno dello SDI (i socialisti di sinistra). La cosiddetta “base” era convinta che fosse necessaria una riunificazione delle anime socialiste ponendo fine ad un’anomalia che esisteva solo in Italia. Ma, nei fatti, l’unità non allettava né Boselli (che nel 2006 diventerà deputato del partito “La Rosa nel pugno”) né De Michelis (restio a lasciare “La Casa della Libertà”), ciascuno attento a preservare la propria posizione di segretario dei due mini-partiti (che in Calabria, regione con una importante tradizione socialista, riuscivano ancora ad eleggere consiglieri regionali, deputati e senatori).

Addirittura, dopo il Congresso del Nuovo PSI, svoltosi a Roma nel 2005, si formarono altri due raggruppamenti: “Rifondazione Socialista” con segretario Giuseppe Graziani e “I Socialisti” con segretario Bobo Craxi (che intanto era passato a sinistra diventando sottosegretario con il governo Prodi).

Diversi nomi e fragili tentativi di un’improbabile unificazione si avvicendarono almeno fino alle regionali 2010, anno in cui i “Socialisti Uniti” conclusero accordi sia a destra che a sinistra.

Ma al di là dei soliti giochi di potere, forse nel 2005 si perse un’opportunità, o forse l’unità era ugualmente destinata a fallire, all’interno di una coalizione di sinistra che considerava “l’aggettivo socialista impronunciabile” .

Oggi, la globalizzazione ha creato una sorta di riconfigurazione della politica planetaria che, però, non ha risolto il divario tra paesi poveri e paesi ricchi. Tuttavia, mentre in passato i grandi movimenti di lotta contro le condizioni sociali imposte dal capitalismo erano alimentati da un pensiero, spesso da un’utopia, che rappresentava un futuro da costruire, oggi, soprattutto in Italia, si sa cosa non si vuole ma è quasi impossibile ragionare su come migliorare l’esistente.

Ecco perché la domanda iniziale di Bobbio torna qui, alla fine della mia riflessione: Quale socialismo? A quale tipo di mondo aspiriamo? 

Sicuramente, ancora oggi, esistono gli oppressi, le disuguaglianze, e il senso del diritto è calpestato dall’ingiustizia. All’interno di un simile scenario, reso più tragico dalla catastrofe ecologica, sarebbe naturale l’esistenza di un partito socialista italiano capace di diventare nuovamente “sperimentalismo storico”, magari partendo dal basso, dalle comunità locali, e dall’eredità di un patrimonio ideale che non ha perso la sua modernità.

Servirebbe, però, una fortissima volontà politica, capace di superare il male derivante dal frazionismo correntizio e dalle nuove forme di “feticismo” (vedi analisi di Marx nel Capitale) imposte dalla tecnologia e dai grandi imperi economici, che provano a trasformare i rapporti sociali, privati di sogni e visioni, in “rapporti sociali tra cose” (trascurando l’ampliamento dei confini della libertà sociale).

Cosa resterà, altrimenti, dei socialisti è difficile dirlo. La speranza è quella di non ritrovarsi a vivere in un mondo simile a quello descritto nel 1908 da Jack London ne “Il Tallone di Ferro”, ovvero una società dominata dalla logica del profitto governata da un opprimente sistema oligarchico. Anche perché nessun Ernest Everhard (il coraggioso rivoluzionario protagonista del romanzo di London che inspirò al padre di Ernesto Che Guevara il nome del figlio) si intravede tra gli uomini del prossimo futuro.


DOMENICO STRANIERI


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