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domenica 28 ottobre 2018

LA LEGGENDA DI BRUNELLO "IL LIBERATORE"

Nel film Braveheart - Cuore impavido (del 1995) il protagonista  William Wallace si sposa in gran segreto con l’amata Murron poiché, durante un altro rito nuziale, aveva assistito all’irruzione di un signorotto locale, scortato dai suoi soldati, che aveva portato via con sé la neo-sposa in nome dello jus primae noctis ("diritto della prima notte").

William Wallace è un personaggio realmente esistito. Per le sue battaglie contro l’esercito inglese fu giustiziato il 23 agosto 1305 ed è considerato l’eroe nazionale scozzese. La scena del film che riguarda lo jus primae noctis è sicuramente inventata, eppure in molti luoghi italiani ed europei vengono sempre narrate vicende che si collegano direttamente a questo presunto diritto.

A Sant’Agata del Bianco (RC) una storia fatta di prepotenze ma anche di liberazione è ancora viva nell’immaginario del suo popolo. Esiste persino una data precisa: il 19 luglio 1661. E si ricorda un nome: Brunello. Era l’epoca in cui in paese regnava incontrastata, dal 1589, la famiglia dei nobili Tranfo (originaria di Tropea).

Entrata arco palazzo baronale
Si narra che un pastore santagatese, detto Brunello, non riusciva proprio ad accettare il fatto che la propria sposa era costretta a passare la prima notte di nozze con il duca Tranfo. Così, con grande coraggio, decise di camuffare la moglie con abiti da pecoraio e di recarsi lui, di notte, travestito da donna, con tanto di “parrucca, busto merlettato e mantusinu”, dall’ingiusto signore.

Il giovane, irriconoscibile e con le sue intoccabili convinzioni, entrando nel palazzo disse subito di provare molto imbarazzo e chiese di potersi disfare dei vestiti al buio. Il duca acconsentì e, appena spento il lume, Brunello lo trafisse senza indugio con il suo coltello, quasi per un moto urgente di rivolta. Dopodiché scappò dal retro del palazzo (lo stesso dove nel 1847 fu ospitato Edward Lear) e si nascose lungo il pendio che, dopo un vallone, segnava il confine della terra di Sant’Agata. Nessuno vide o inseguì il fuggitivo, forse solo il riflesso della luna ravvivò di luce l’arma che teneva in mano. Ecco perché quella ripida scoscesa, che divide i territori di Sant’Agata e Caraffa del Bianco, ancora oggi è denominata contrada Brunello.

Pure lo scrittore santagatese Saverio Strati (premio Campiello nel 1977), nel libro La Teda (Mondadori, 1956), espone una storia simile. Uno dei personaggi principali del romanzo, Costanzo, narra che a un giovane molto coraggioso, intelligente e forte gli “dava veramente alle corna dover portare sua moglie al principe”. E dice: “Mia moglie dev’essere mia e di nessun altro. Si deve tagliare una volta per sempre questa cancrena, a costo della vita…”>>.

Così, racconta Costanzo: <<“Si veste lui da donna, e se ne va al castello del principe. Era vestito  così bene che nessuno se ne accorse del trucco. I servi fanno entrare questa donna nella camera da letto del principe. Questo era un uomo maligno, grosso e alto. Entra nella camera e dice alla ragazza – e che ragazza!- “Spogliati!”. Il furbo fingeva di non volere, e piangeva. “Su, su, non fare storie!” le dice il principe. “Non lo sapevi che la tua sorte era questa?”. “Principe del mio cuore” gli dice la finta ragazza con voce piagnucolosa, “spegnete il lume, perché io ho vergogna di spogliarmi davanti a voi!”…>>.

Insomma anche ne La Teda la storia, che non dà mai l’impressione di avere un esito provvisorio, si conclude con il principe che muore, lo sposo che scappa dal castello e tutto il popolo che corre in cerca del giovane per portarlo in trionfo per le vie del paese. “E lo chiamarono: Il Liberatore”, conclude Costanzo.
A parte il finale “aggiunto” da Strati (con il popolo soddisfatto che esulta), c’è da notare che questa vicenda, raccontata ancora oggi con convinzione pura e semplice dagli anziani di Sant’Agata, è quasi identica a quella proposta nel romanzo. Strati ha scritto ciò che ascoltava in paese, da giovane, e nelle sue pagine fa un parallelismo tra i prìncipi di ieri e i principali di oggi (medico, podestà ecc...). Entrambi, dice Biasi (un altro personaggio), “vivono sulle nostre spalle, ci succhiano il sangue”.

Il retro del Palazzo baronale, da dove scappò Brunello

Qualcuno potrà contestare questa leggenda affermando che lo “jus primae noctis” non è mai esistito, che nessun documento storico lo menziona chiaramente e che, al limite, si trattava di un diritto di natura economica (un'imposizione fiscale) pagato dai servi della gleba per ottenere l'assenso al matrimonio da parte del signore feudatario. 
Ma, ogni tanto, dal mare dei racconti e dei poemi, tra dettagli frantumati d'invenzioni e verità, spunta il relitto di una storia che non vuole cancellarsi.

E allora, lasciateci pensare che, contro le prepotenze ed i soprusi, c’è sempre un momento in cui arriva un uomo che rende giustizia a tutti e, senza chiedere nulla, mantiene una irragionevole promessa. Lasciateci pensare che non abbiamo dimenticato cos'è la libertà, la forza delle idee e delle passioni. Lasciateci, infine, pensare che il popolo non si è ancora arreso e, qualche volta, riesce pure a non acclamare l’eroe sbagliato.

 
DOMENICO STRANIERI

venerdì 8 dicembre 2017

RITORNO A SALVEMINI (contro la "diffamazione calcolata del Sud")

Dalle parole scritte in un articolo del Corriere della Sera del 06/12/2017 alle parole di Gaetano Salvemini


Nel 1898, a firma Rerum ScriptorGaetano Salvemini pubblica sulla rivista “L’Educazione politica” il suo testo più noto: La questione Meridionale. Non sono poche le occasioni che mi portano a rileggere Salvemini ed i grandi meridionalisti (anche se non faccio parte della schiera dei cosiddetti neo-Borbonici).  

Ho lavorato nella redazione del settimanale La Riviera quando il direttore era Crupi, e Pasquino non si stancava mai di ricordarci che la “questione meridionale” è stata trasformata in “questione criminale”. Aveva ragione! Basta trovare un articolo del Corriere della Sera del 6 dicembre 2017, a firma di Goffredo Buccini, dal titolo inquietante: I 51 Comuni sciolti per mafia che si ribellano ai commissari.



Si comprenderà che siamo di fronte ad un atto d’accusa falso, indegno ed immorale perché è contrario ad ogni credibile scelta di verità. In un passaggio Buccini addirittura si inventa che: “i sindaci dei Comuni calabresi sciolti per mafia (o in odore di scioglimento) non si rivoltano contro la ‘ndrangheta ma contro lo Stato”. Incredibile!
Ma cosa è successo per scatenare la fantasia perversa di questo “giornalista”?

Qualche tempo fa, 51 sindaci (che NON sono in odore di scioglimento ma sono primi cittadini normali che gestiscono meno soldi e, sicuramente, meno interessi rispetto ai sindaci del Nord), riflettendo sulle polemiche delle ultime settimane riguardo una legge del 1991, scrivono al Ministro Minniti per dire: caro Ministro, anche secondo noi la legge sullo scioglimento dei Comuni andrebbe modificata, discutiamone!

Ma se i calabresi provano ad avere una voce, ad “alzare la testa” (o ad usarla), vengono accusati di organizzare una sorta di “ribellione mafiosa” (nell’800 avveniva così per i briganti?).
Eppure quest’articolo è una metafora di tante cose. Negli ultimi anni ho pensato ad un meridionalismo più moderno: citare soltanto i libri di inizio ‘900 mi sembrava un esercizio sorpassato, bisognava guardare al futuro e studiare il presente costruendo una nuova visione del Sud. Ma dovevamo farlo adesso, perché se aspettavamo che arrivasse qualcuno da fuori per “salvarci” non sarebbe mai cambiato nulla, dovevamo segnalare le nostre ombre e trovare dentro di noi la forza per mutare le cose.

Eppure, oggi, mi tocca fare un passo indietro per tornare a Salvemini ed alle sue riflessioni. Ne riporto, qui, alcune:

Salvemini, quattordicenne, si trovava con la madre in un treno che lo conduceva a Bari. Nel suo vagone c’erano alcuni piemontesi. Uno di loro diceva: Postacci…qui aria cattiva, acqua pessima, dialetto incomprensibile che par turco, popolazione ignorante, superstiziosa, barbara..”.
Il giovane Salvemini lo interruppe: Non siamo mica barbari, quando ci rubate i nostri quatt…” ma un “atroce pizzicotto materno” lo bloccò. Eppure il giovane già provava “ una coscienza indeterminata e profonda di esser vittime della loro rapacità e prepotenza, una amara avversione, acuita di tanto in tanto dai segni di disprezzo, che dal Nord ci vengono, il desiderio  ardente di farla finita una buona volta con questa situazione subordinata e disprezzata.”

Ed ancora, più avanti, Salvemini dice:

Un corrispondente vuol dare al suo giornale un’idea della corruzione elettorale del suo collegio? Non mancherà di scrivere, per dare un’idea sintetica della situazione: “Pareva di essere nel Mezzogiorno”.

Un romagnolo, col quale sono stretto da calda amicizia, credette una volta di farmi un gran complimento dicendomi “Pare impossibile che tu sia meridionale!”.

Tuttavia, il grande meridionalista ci ricorda che:

Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti quando entrarono a far parte dell’Italia una; e  la unità del bilancio nazionale ebbe l’effetto di obbligare i meridionali a pagare  gl’interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’unità e fatti quasi tutti per iscopi che coll’unità nulla avevano da fare..

Il Napoletano e la Sicilia erano ricchissimi di beni ecclesiastici, mal coltivati, è vero, ma i cui prodotti si consumavano localmente..

L’Italia meridionale ha, nel seno dell’Italia una, non solo le funzioni sopra enumerate, ma deve avere anche quella di servire di mercato  per lo smercio dei prodotti settentrionali..

Le rete ferroviaria statale, costruita a spese di tutti, si è sviluppata magnificamente nell’Italia settentrionale, al Mezzogiorno ogni volta che si è concesso un tronco ferroviario, la concessione è stata fatta di malavoglia ed ha avuto l’aria di un’elemosina….

In conclusione, pensando (per un poco) da giornalista, mi rendo conto che la lezione di Pasquino Crupi (autore del volume “La Questione Meridionale al tempo della diffamazione calcolata del Sud, pubblicato nel 2013, poco prima della morte dello scrittore) è attuale, anche perché la cattiva letteratura nei confronti del Mezzogiorno esiste davvero ed esiste ancora. Ma, dopo la diagnosi, servono ricette e cure per combattere le nuove forme di squilibrio che mascherano il vecchio male sociale ed economico che, da sempre, ci rende così facili da “governare” e calunniare.

Intanto, i 51 sindaci diffamati hanno inoltrato una lettera alla redazione del Corriere della Sera invitando il Direttore a rettificare l’articolo di Buccini e riservandosi “con la massima determinazione, le più opportune azioni legali a tutela dell’immagine nostra e delle nostre comunità”.

La mia è la terza delle 51 firme e, di certo, non mi sento sconfitto anche se so bene che viviamo in un’epoca che non è soltanto nemica della politica ma è, soprattutto, nemica del pensiero, poiché tutto è impressione veloce e ogni tempo è tempo mediatico (che lascia poco spazio alla riflessione e molto spazio ai pappagalli del web).

Anche Buccini lo sa! E ci gioca, e giocando ci offende, perché convinto che contro la Calabria si può tutto, dato che non è una terra normale ma un alveo dimenticato, senza difese (chi ci difende?), senza popolo, senza importanza e con un cuore che non matura (e non riesce più a sperare). Forse si sbaglia!




DOMENICO STRANIERI 

lunedì 10 ottobre 2016

ROCCU U JANCU E I "SACCHEGGIATORI" DI VERSI


Cos’è che lega tra di loro, tutti insieme, una dimora scavata nella roccia e un concerto, Saverio Strati e una fotografia, Otello Profazio e Mimmo Cavallaro, l’Aspromonte e un film interpretato da Gian Maria Volonté e Stefania Sandrelli?
Vi do subito la risposta: i versi di un poeta contadino, Roccu “u Jancu”.

Detto “u Jancu” (il bianco) per il colore chiaro della sua pelle, Rocco Domenico Pulitanò nacque a Casignana il 10 agosto del 1866. A dire il vero Casignana non ha mai fatto nulla per “appropriarsi” di questo fuoriclasse della poesia, così, nell’immaginario collettivo, Roccu “u Jancu” è di Caraffa (paese dove visse e dove morì il 10 marzo del 1955).

Se c’è, in Calabria, una forma di letteratura che ha rappresentato in modo autentico la voce di un popolo (che in molti desideravano muto), questa è la poesia dialettale. 
Se si considera, poi, che i rimatori erano innanzitutto pastori e contadini che, come tanti Omero partoriti dalla terra, riuscivano a ricordare migliaia e migliaia di versi (scritti solamente nel libro della memoria) si capirà perché siamo di fronte a personaggi davvero straordinari. 
Basti pensare che, ancora oggi, le poesie di Roccu “u Jancu” sono sparse in canti e liriche di grande interesse. Nessuno, però, rammenta il suo nome. E’ come se Battisti avesse inciso i suoi dischi senza specificare che i testi erano di Mogol.

A partire dagli anni ’20, difatti, a Caraffa del Bianco era un via vai di gente che sopraggiungeva per registrare o trascrivere le parole cantate da Rocco Domenico Pulitanò. Egli era un pastore che durante il giorno dimorava “in una capanna ricavata nella pietra della montagna”, assistito dal dono divino di comporre versi in endecasillabo di rara bellezza. Ce ne sono molti, classificati come “anonimi”, nei volumi della Biblioteca Comunale di Reggio Calabria. Altri sono stati raccolti da Luigi M. Lombardi Satriani e dal nipote di Pulitanò, il maestro Rocco Luverà. Per di più, sono vari i testi impreziositi dal “saccheggio” (probabilmente inconsapevole) dei versi di Roccu "u Jancu" e considerati, troppo genericamente, patrimonio musicale della tradizione popolare calabrese. Da “undi ti vitti e ti amavi tantu” di Profazio a “ chista figgliola è fatta cu la pinna, e misurata cu la menza canna” dei bravi Cavallaro e Papandrea.

Dicevamo prima che c’è qualcosa che lega tutto questo anche allo scrittore Saverio Strati e a una fotografia. Il 4 gennaio del 1953, difatti, su suggerimento di Strati, veniva pubblicato un numero della rivista Vie Nuove che si occupava dei poeti contadini di Sant’Agata del Bianco
L’intento era quello di determinare e chiarire il “problema dello sviluppo della cultura popolare” (seguendo la “lezione gramsciana” che accusava gli intellettuali di essere una casta che si mantiene distante dal popolo). Ebbene, nella preziosa edizione di Vie Nuove è pubblicata l’unica foto esistente di Roccu “u Jancu”. Ma non solo. Troviamo i versi limpidi ed esatti di questo poeta ovunque.

Ecco perché sarebbe opportuno mettere in pratica un lavoro di ricerca metodico e risolutivo. Ciò permetterebbe, ad esempio, di rilevare che la colonna sonora “Amuri amuri” del film “L’amante di Gramigna” (del regista Carlo Lizzani), interpretato nel 1969 da Gian Maria Volontè e Stefania Sandrelli, include rime di Roccu “u Jancu”.

Intanto, il 18 agosto 2016, a Caraffa, è stato ricordato il 150° anniversario della nascita del poeta. Per l’occasione, i nipoti hanno distribuito un volumetto con alcuni componimenti inediti. 
Ed è sorprendente rinnovare la scoperta di una tensione generativa che ha portato un pastore a concepire, con assoluta naturalezza, un’opera illimitata. 

Sinchè avrò vita, le mie poesie parleranno con me”. Questo disse Roccu “u Jancu”, nel 1953, a Saverio Strati. E magari, mentre incrociava gli occhi dello scrittore, già con la mente stava inseguendo una rima che, chissà come, solo lui poteva riuscire a catturare.


DOMENICO STRANIERI







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sabato 24 settembre 2016

LE COSE PERDUTE E QUELLE RITROVATE


Dal mensile IN ASPROMONTE di settembre 2016


Antonio Scarfone è un artista autentico. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà. Ma quest’estate, nel Borgo antico di Sant’Agata del Bianco, ha deciso di aprire a tutti la porta della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Essa si trova proprio nella piazzetta descritta da Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno sono sistemati, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà contadina di cui nessuno ha più memoria. Ecco perché ci  piace definire questo posto: Museo delle cose perdute.

Ed è singolare lo stupore nell’ammirare manufatti e arnesi che la gente ha buttato via e che Antonio Scarfone ha recuperato, ripulito e valorizzato. Gli artisti sono così, riescono a vedere prima di altri ciò che nessuno vede. E qualche volta sono anche capaci di ridarci qualcosa di cui ci eravamo disfatti senza troppe domande. Si tratta di “resti” che, in passato, i nostri nonni adoperavano abilmente. 

Il “Museo della cose perdute” è, pertanto, il simbolo di un mondo dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto. 


DOMENICO STRANIERI





giovedì 7 luglio 2016

IL MIO RICORDO DI SISINIO ZITO (di Domenico Stranieri)



Nella sezione del Partito Socialista di Sant’Agata del Bianco, negli anni ’80, noi ragazzi ci sedevamo per terra ad ascoltare i discorsi dei grandi. E quando in paese arrivata Sisinio Zito, nella sezione delle “Baracche”, si avvertiva una soddisfazione particolare tra la gente. Ma  perché era piacevole ascoltare un politico che aveva non solo una grande capacità pragmatica ma anche una vasta cultura. Così, d’istinto, rammento che si discuteva spesso del Parco dell’Aspromonte, riordino nella mente le parole di mio padre e penso ai visi di tanti miei concittadini. Alla fine per noi ragazzi era sempre una gioia infilare sulle magliette, all’altezza del cuore, come uno scudetto, la spilla con il garofano rosso.

Ieri, 6 luglio, nel mio nuovo ruolo di sindaco, durante un consiglio comunale, proprio io, che negli anni ’80 me ne stavo seduto per terra insieme agli altri ragazzi del paese, ho ricordato la recente scomparsa di Zito. La sala consiliare ha risposto con un lungo e affettuoso applauso.
Naturalmente della figura di Zito si sta parlando molto in questi giorni. Egli, come tanti politici della prima Repubblica, è stato “vittima” della rivoluzione giudiziaria che ha cancellato uomini e partiti. Il problema, però, è che, malgrado la forza aggressiva delle campagne moralistiche, una nuova era non è mai iniziata.

Personalmente, però, ho apprezzato Sisinio anche come meridionalista. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono gli ho detto che stavo rileggendo le sue “Cronache dal Regno” (Gangemi Editore 1992). Si è quasi meravigliato ed ha risposto: “davvero?”. Poi ha sorriso. 
Negli anni ’90, difatti, mentre avanzava l’antimeridionalismo leghista (e politici e intellettuali, ma non tutti, rimanevano muti) Zito scriveva le sue riflessioni che, in fondo, rappresentano un’unica grande difesa del Mezzogiorno. E mentre si chiedeva che futuro e che voce avrà il Sud, Sisinio riaffermava con forza che bisogna “fare la scelta di fondo che consiste nel considerare veramente il Mezzogiorno come questione nazionale, anzi la più importante questione nazionale, e quindi come vincolo di tutte le decisioni politiche”.

Nel libro c’è anche un pezzo dal titolo “Appello per Mario La Cava”, dove si reclamava l’applicazione della legge Bacchelli per “una delle più limpide voci della terra calabrese” (che era, in quel momento, gravemente sofferente). 
Ma non solo. Anche quando si proponevano soluzioni "dubbie" ai problemi della Calabria non mancavano le considerazioni puntuali di Zito. Riporto qui il finale di un articolo : ” ..solo la più totale e spaventosa ignoranza di quali sono i termini del problema ‘ndrangheta può far pensare all’impiego dell’esercito in Calabria e cioè, in sostanza, a una nuova guerra al brigantaggio. Ve l’immaginate il generale Angioini, sponsorizzato dal suo collega Caligaris, che alla testa delle sue truppe entra vittorioso a Platì, Careri, S.Luca? C’è da morire dal ridere, o se preferite dal dolore e dalla vergogna”.

Ecco cosa pensava Sisinio, e proseguiva per pagine e pagine. La sua era una riflessione alta e profonda, e quindi da tramandare.
Addio, dunque, ad un uomo che ha saputo difendere la sua gente e la sua terra, a un socialista vero, a un meridionalista autentico.

DOMENICO STRANIERI