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domenica 15 settembre 2013

MASTRU CARLO E LA SUA IRONIA QUASI SOCRATICA


Quando nelle comunità i modi di dire di una persona entrano a far parte del linguaggio collettivo, quando le sue battute diventano le battute di tutti, quando prima di affermare qualcosa con tono premonitore l’incipit è sempre  “a dici a mastru Carlu” (come diceva mastro Carlo) significa che questo personaggio era in un certo senso speciale.

Io e Mastru Carlo a Pompei nel 1995


Difatti, mastru Carlu aveva un’ironia davvero fuori dagli schemi, mai fine a se stessa. Palesava ad ognuno i propri vizi e, per il suo modo di parlare eccezionalmente spassoso, nessuno riusciva ad arrabbiarsi. Era quasi un fustigatore dei difetti e delle abitudini sbagliate dei suoi compaesani. Chi lo incontrava si sentiva rimarcare spesso qualcosa ed in fondo sapeva che, pur facendo ridere, mastru Carlu voleva asserire sempre di più di quanto diceva.
Tra le tante cose era il mio vicino di casa e davanti al suo camino, acceso anche in tarda primavera, mi sono cresciuto. “Questa stanza è così fredda che prenderebbe il raffreddore persino un orso” diceva fumandosi una sigaretta seduto sulla sua panca di legno. Mi ha regalato la mia prima fionda e la mia prima “tocca” (un aggeggio di legno che scuotendolo produce rumore ed è adoperato dai bambini durante la processione del venerdì santo).
Ricordo che quando beveva il suo bicchiere di vino, prima di sorseggiarlo, mi raccomandava: “spagnati i l’omu chi mbivi sulu acqua” (non fidarti degli uomini che bevono solo acqua) e subito dopo mi raccontava le performance di Socrate che durante i banchetti, quando tutti crollavano ubriachi, era l’unico che si reggeva in piedi.
Aveva qualcosa del filosofo greco, appunto l’ironia pungente che disorientava. Anche se riusciva ad arrivare a momenti di comicità davvero impensati con la gente che, in molte occasioni (ed anche in luoghi pubblici), non riusciva a trattenere le risate.
Era riuscito perfino ad imparare a guidare, anche se in età avanzata, ed usava la sua Fiat 600 bianca per un solo tragitto: casa – campagna. Le uniche marce che inseriva, però, erano la prima e la seconda. Pertanto, quando il motore rumoreggiava disastrosamente mastru Carlo arrivava a sottolineare così la poca prudenza dell’automobile: “poi ngusciari quantu voi ma a terza na provi!” (ti puoi lamentare quanto vuoi ma la terza non la proverai).
L’ultima volta che l’ho incontrato dentro un ufficio postale si sorreggeva su una bacchetta. C’era un impiegato nuovo che qualche mezz’ora prima aveva corrisposto la pensione a suo fratello. Così, quasi d’istinto, l’impiegato gli chiese “il signor …..è vostro fratello?”. Mastro Carlo, come al solito spiazzante, con il suo modo tutto particolare di dire le cose, rispose: “non è stata una mia scelta!”.
Era nato nel 1933 ed ha sempre considerato la lettura un modo per migliorarsi fintanto che, per mantenere la famiglia, lavorava come muratore.
Una caratteristica antica (che oggi si è persa) di tanti uomini di Sant'Agata del Bianco è che riuscivano ad imparare un libro a memoria e a parlarne per tutta la vita. Questo avveniva soprattutto con i testi classici, dalla Divina Commedia all’Odissea.
Non che mastru Carlu avesse letto unicamente un libro. Ma anche lui per tutta la vita ha citato spesso un solo testo: Il Gattopardo. Era proprio innamorato di quest’opera. Secondo lui, Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva detto tutto dei meridionali e del loro modo di vedere le cose.  Prima di ogni citazione affermava : “come diceva compare Peppino nel Gattopardo..” e raccontava un aneddoto o una battuta.
Anche mastru Carlu amava scrivere. In campagna nei momenti di riposo elaborava una o due pagine di un grosso quaderno. Poi ritornato a casa mi diceva che aveva scritto qualcosa e decantava il capolavoro che stava riservando ai posteri.
Si sentiva "sprecato" in paese e biasimava se stesso dicendo : “ed io con le mie ambizioni mi sono ridotto in questo porcile!”.
Invece, quando qualcuno gli riconosceva il merito di un lavoro venuto bene replicava “ ricorda che l’arte è qui e l’ignoranza è fuori ”.
In alcuni campi, in effetti, era davvero un artista. Era un costruttore di caminetti insuperabile, conosciuto in tutta la provincia. Aveva lavorato negli Stati Uniti per molti anni e ogni tanto amava riproporre quelle sue cravatte americane con il nodo grosso.
Era anche un ottimo cantante e dei suoi componimenti scriveva testo e musiche. Molti ancora in paese ricordano le sue canzoni: Lo scialle, Per te Maria, Guardandoti, La differenza. Ogni volta che parlavamo di musica mi diceva: “il mio cantante preferito era Modugno….ma da quando si è candidato con i Radicali mi fa schifo!". Mastru Carlu, difatti, era Socialista ma spesso, guardando i Tg, si adirava pure con i Socialisti. Non amava particolarmente Martelli, ma non so perché.
Ad ogni stupidaggine che ascoltava ribatteva: “attru sali! come per dire: ecco un altro intelligente.
Potrei parlare ancora tanto di questo personaggio, anche perché molti in paese ricordano le sue battute e le sue trovate.
Ma a parole è quasi impossibile penetrare nell’unicità degli esseri umani.
Un’ultima cosa, però, la devo confessare poiché questo mio singolare vicino di casa un piccolo danno me lo ha procurato.
Ovvero, come ho già detto, fin da bambino mi ha sempre ripetuto, quasi con quotidiana devozione,  le frasi di “Peppino” di Lampedusa. Il risultato?  Io il Gattopardo non sono mai riuscito a leggerlo.
                                                                                                            DOMENICO STRANIERI


Mastru Carlo (VIDEO del 21 agosto 2000)






giovedì 12 settembre 2013

LA VILLA ROMANA DI PALAZZI DI CASIGNANA (RC)

L'arte musiva romana nel cuore della Magna Grecia

Dal mensile KLICHE' di agosto 
                                                                                                           
                                                                                                            (Sotto, il pezzo integrale)

La pagina del settimanale Klichè

Per immaginare come si svelava il prospetto della Villa Romana di Contrada Palazzi di Casignana (RC), rivolta a mare sul versante jonico della costa calabrese, ad un mercante, un guerriero o ad un semplice pescatore  è sufficiente visionare la foto di un mosaico del IV sec. d.C. rinvenuto a Cartagine. Si tratta del Dominus Julius, conservato al Museo del Bardo di Tunisi. Quest’opera musiva, difatti, al di là del ciclo delle stagioni spesso presente in molte ville di età imperiale, mostra delle caratteristiche sorprendentemente equivalenti a quelle della Villa Romana di Casignana. Vale a dire la facciata rettilinea tra due torri angolari, la grande sala absidata a pianta cruciforme, il loggiato ad arcate su colonne e gli ambienti termali con il frigidarium voltato da una grande cupola. 

Tuttavia, non si sa molto della Villa di Casignana, sconosciuto è finanche il nome del proprietario, anche se con la prossima campagna di scavi che si effettuerà grazie ai fondi della Regione Calabria (2.500.000 euro) si spera di far chiarezza sul  “vuoto storico” che caratterizza il periodo romano nella Locride. Scoperta per caso nel 1963, durante i lavori per la costruzione dell’acquedotto per la Cassa del Mezzogiorno in contrada Palazzi, a 14 km a sud dell’area archeologica di Locri, la Villa è stata “tagliata” sia dalla ferrovia che dalla statale 106 (laddove un passaggio sotterraneo alla strada, adesso, collega la zona residenziale a quella termale). A dire il vero, in passato, contadini e pastori hanno sempre rinvenuto in questa zona pezzi di marmo, frammenti di vasi in terracotta o rimanenze di sepolture. 

Ma l’attenzione vera e propria verso la Villa, a parte i primi scavi della seconda metà degli anni ’60 e quelli dell’80, si ha dopo il 1999 con l’acquisizione da parte del Comune del terreno (circa 15 ettari) che adesso costituisce l’area archeologica. Gli studiosi hanno desunto che la Villa raggiunse il suo massimo splendore tra il III ed il IV sec. d.C. ed è verosimile che fosse provvista di un piccolo porto.  E’ certo, difatti, che chi ha governato questo complesso residenziale (che qualcuno ha identificato con Altanum, una statio romana, o con Naricia, una città perduta) intrattenesse rapporti con la Grecia e l’Asia Minore (vedi le lastre di marmo colorato) e soprattutto con il Nord Africa (le anfore ritrovate testimoniano che si esportava  “vinum multum et optimum”, probabilmente il cosiddetto “vino greco” tuttora prodotto unicamente in questa zona). 

Già Paolo Orsi, l’archeologo che scoprì Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico, quasi contiguo alla Villa. Oggi, tra la zona termale e quella residenziale, sono al momento fruibili ben 20 ambienti pavimentati con mosaico, tra i quali la bellissima Sala delle Nereidi, il mosaico del Bacco Ebbro e la Sala delle quattro stagioni. Diversi ambienti risultano ancora “coperti”  ed altre decorazioni sono “conservate” sotto l’asfalto della statale 106 ma, nonostante tutto, la Villa Romana di Casignana possiede il nucleo di mosaici più esteso ed importante della Calabria. Oltretutto, sia nella zona termale che in quella residenziale,  la scelta della Soprintendenza è stata quella di ripulire i mosaici e mantenerli nel loro stato naturale, senza alterare i colori o riprodurre i pezzi mancanti. Questo non ha sminuito la bellezza originaria delle opere musive, che malgrado il tempo, le alluvioni, i cedimenti del terreno e l’incuria dell’uomo, mantengono ancora  vivo il mistero ed il fascino di una raffinatezza culturale e artistica che, soprattutto oggi, continuamente deve sfuggire alle moderne dottrine del “non necessario”.


DOMENICO STRANIERI




Sotto, le impressioni dello scrittore francese Serge Quadruppani
dopo aver visitato i mosaici (settembre 2012)


sabato 7 settembre 2013

LA FAMIGLIA VERDUCI DI CARAFFA DEL BIANCO (RC)

Dal mensile IN ASPROMONTE 



Ci sono uomini che sono come gli ideali, non nascono per caso. Ci sono uomini che mentre studiano, sognano, camminano, sono fatalmente degli eroi. Rocco Verduci nasce a Caraffa del Bianco il 3 agosto 1824. E’ uno dei cinque Martiri di Gerace (il più giovane) e, dunque, muore fucilato il 2 ottobre del 1847. Scrive Roberto Saviano nel suo libro Vieni via con me (Feltrinelli, 2011): “ Mi tornano spesso alla mente i martiri calabresi Michele Bello, Rocco Verduci, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Pietro Mazzoni. Avevano tra i ventitré ed i ventotto anni. Si erano formati tutti a Napoli, dove avevano studiato Giurisprudenza. Il nonno di Verduci era stato uno dei fondatori della Repubblica Partenopea”. Il nonno di Verduci si chiamava Rocco e nel 1799, pur vivendo in un lontano paese ai fianchi dell’Aspromonte, riusciva ad essere tra i promotori di quella Repubblica Partenopea (o meglio Napoletana, poiché non interessò solo la città ma l’intero regno di Napoli) che aveva cercato di abbattere la monarchia borbonica. Insomma aveva un ideale preciso ed irrinunciabile: la libertà.

Anche suo figlio Antonio era un liberale. Nel 1820 partecipò personalmente al moto carbonaro di Napoli con Guglielmo Pepe, Giustino Fortunato e gli altri che, il 6 luglio, videro Ferdinando I costretto a concedere la Costituzione. Erano ardimentosi i Verduci! Anche contingenze nostrane li rammentano senza paura, sempre pronti al confronto/scontro con chiunque. In una denuncia del 1833, parlando di una Setta segreta denominata Nuovi Europei Riformati operante a S.Agata del Bianco (esattamente nel Palazzo Borgia, nella “ruga randi”) il parroco Vincenzo Tedesco scrive che appartiene ad essa pure Antonio Verduci,notoriamente facinoroso”. In un’altra circostanza, Antonio Verduci si scontra addirittura con Giuseppe Nicita da Casignana, meglio noto come Padre Bonaventura, il quale era confessore prediletto di Maria Cristina di Savoia ( che invierà al Bonaventura varie lettere prima di diventare la moglie di Ferdinando II di Borbone).

Ecco, nel racconto “La luna è nera (AGE 1992), come Gaudio Incorpora riporta l’episodio: “ Antonio Verduci, una sera di domenica, discutendo animosamente con alcune persone nella piazza di Caraffa, bestemmiò ad alta voce, Passava da lì il guardiano del convento del Crocefisso Padre Bonaventura, e lo denunciò. A sua volta il Verduci, che era veramente irascibile, e non si faceva posare la mosca sul naso, denunciò il religioso per un reato molto più grave: piantagione e allevamento di oltre duemila piedi di tabacco. Alla causa che ne seguì per direttissima il Bonaventura, resosi contumace, venne condannato a sette anni di reclusione”.
Da questi spiriti combattivi nacque anche Rocco, il rivoluzionario che leggeva Walter Scott e così rispondeva, da prigioniero, a chi gli domandava di rivelare i nomi dei suoi compagni patrioti: “Che domande incivili! E chi mai potrebbe riscattare la vita con il prezzo di tanta vergogna”.
Poco tempo dopo, contro i giovani che chiedevano la concessione della Costituzione e sventolavano la bandiera tricolore furono esplosi 40 colpi di moschetti a distanza ravvicinata. Si dice che una giovinetta di Gerace, Teresa Malafarina, durante gli spari, alla vista degli indumenti dei cinque rivoluzionari che si incendiavano impazzì dal dolore.

Per Giuseppe Dieni (Dove nacque Pitagora?, FRAMA SUD 1976): “I martiri e gli eroi calabresi del periodo risorgimentale, con Rocco Verduci in testa, non aspiravano ad un nuovo regno ma alla repubblica. Per tale fine insorsero contro il re Borbone e poi seguirono Garibaldi. Ecco perché Rocco Verduci non ebbe gli onori che meritava dagli immediati posteri in maggioranza filo monarchici”. Sappiamo difatti che per molti aspetti la monarchia dei Savoia si dimostrò peggiore di quella dei Borboni. Per questo, come scrive ancora Dieni, “il popolo fece la sua rivoluzione abbandonandoli, emigrando alla ventura nelle lontane Americhe”.

 DOMENICO STRANIERI


Il vecchio portone di Palazzo Verduci a Caraffa del Bianco



Il busto bronzeo di Rocco Verduci davanti al Municipio di Caraffa del Bianco





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domenica 11 agosto 2013

LA STORIA DEL DOTT. FENYVES

Da IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA (11 agosto 2013)





Circa un mese e mezzo fa, Magda Fenyves Sadalla arriva a Caraffa del Bianco, in un normalissimo pomeriggio di fine primavera. E’ con la figlia Ines. Ad attenderli non c’è nessuno. Magda si guarda intorno alla ricerca di qualcosa, una via, un volto. Ha una decisa curiosità negli occhi. La prima persona che incontra è Giuseppina Melina ed a lei Magda si rivolge con un sorriso: “salve, sono la figlia del dott. Fenyves medico qui a Caraffa negli anni ’30. Anche io sono nata a Caraffa e vi ritorno, oggi, dopo ottant’anni”. 

Giuseppina Melina aveva sentito parlare del dott. Fenyves, le aveva raccontato qualcosa persino sua madre, che è ancora vivente. In un attimo, come accade nelle piccole comunità, il passaparola diventa strumento di richiamo e così attorno a Magda si raccoglie quasi
l’intero paese. 

Sopraggiunge anche l’avv. Giulio Mezzatesta, figlio del podestà cav. Rocco Mezzatesta del quale Magda conserva tuttora qualche lettera (in una, in particolare, c’è scritto che il dott. Andrea presta “ininterrotto servizio con capacità e bravura superiori ad ogni apprezzamento”). Poi la visita alla casa natia, con il suo giardino signorile, quasi contigua alla Chiesa S. Giuseppe. Le testimonianze degli anziani a questo punto si combinano e prende forma, come in un film, la storia del dott. Fenyves. Un medico amato, ungherese di origine ebraica, di cui non si è perso il ricordo. Ma cosa ci faceva questo professionista in Calabria nel 1930? Proviamo a ricostruire la vicenda, che passa per un paese di collina che disperatamente tenta di conservare la sua memoria storica e finisce dall’altra parte del mondo, esattamente a San Paolo del Brasile.

Il dott. ANDREA FENYVES (foto anni '30)

Il dott. Andrea Fenyves, dopo essersi laureato all’Università di Padova, si reca a Catania per sostenere un concorso. E’ preparato ed ha un intuito brillante, così supera l’esame che gli consente di svolgere il lavoro tanto desiderato. Nel febbraio del 1930 occupa il posto di medico condotto in provincia di Reggio Calabria, esattamente a Caraffa del Bianco (che dal 1928 al 1945 insieme a Sant’Agata, Casignana e Samo faceva parte di un unico Comune denominato Samo di Calabria. La sede del palazzo del Municipio, però, era proprio a Caraffa).
Andrea Fenyves si adatta subito. E’ conquistato da quell’altura che si affaccia sullo Jonio, dalle gradazioni di colore del panorama che lascia senza respiro. Qui, dove gli abitanti affettuosamente lo chiamano “ l’Ungherese ”, a maggio nasce il suo primo figlio, Alessandro.
In paese, per di più,  dal 1897, svolge la funzione di sacerdote l’arciprete Domenico Battaglia, un uomo che dà avvio gratuitamente e senza distinzione di classe sociale all’istruzione di molti giovani (che egli ama chiamare discepoli, alla maniera dei filosofi greci). Da questa prima luce che indica la via della conoscenza, negli anni a seguire si conterà un numero impressionante di diplomati e laureati.
La Calabria non è poi una terra così “maledetta”!

Sopra, i cittadini di Caraffa che hanno accolto Magda Fenyves

Addirittura a Caraffa, per aver curato gran parte della popolazione da una sconosciuta malattia tropicale, il dott. Fenyves riceve la cittadinanza italiana da parte del regime fascista.

La gente gli riconosce oltre alle competenze mediche anche una grande umanità, che lo rende affabile e molto socievole. Scherza con i bambini e ne apprezza i comportamenti vivaci che considera un segno di buona salute.
Nell’aprile del 1933 nasce Magda, la seconda figlia.
Il dott. Andrea non pensa di lasciare la Calabria: ha trovato un suo spazio, si sente utile e fortemente motivato. Ma d’improvviso e per molti mesi non percepisce più lo stipendio. La sua condizione diviene esasperante così, a malincuore, la famiglia Fenyves è obbligata a trasferirsi nei pressi di Fiume, a Clana.

Pure qui il dott. Andrea è stimato e svolge con passione il proprio lavoro. Ma anche in questo luogo, dopo qualche anno, la situazione muta.
Ecco come Magda, nel suo libro (Camminando con i piedi per terra e gli occhi al cielo) descrive i fatti: “Mio padre lavorava come medico nella piccola città di Clana, nel Nord Italia, vicino Fiume (oggi Rijeka, Croazia). Era molto amato dalla gente, poiché era un professionista che si dedicava ai suoi pazienti, un vero medico di famiglia. Non si interessava di politica, anzi, era totalmente contro il fascismo. Il sindaco della città invidiava il prestigio del dott. Andrea (così immagino…) ed escogitò un piano per danneggiarlo. Fu in questo contesto che si scoprì la sua ascendenza ebraica. Mio nonno, che abitava a Budapest (Ungheria) era ebreo, ma mio padre si era già convertito al cattolicesimo, si era sposato in chiesa e sia io che mio fratello eravamo stati battezzati.
Fatto sta che un bel giorno, mentre tutti e quattro pranzavamo, alcuni poliziotti armati irruppero in casa nostra e, senza nessuna spiegazione, portarono via nostro padre come se fosse un criminale incallito. Fu una vera tragedia! .......Mia madre cercò aiuto presso i vicini, gli amici, ma la paura è qualcosa di potente e tutti ne erano dominati, anche a causa dello slogan che diceva: chiunque aiuterà un ebreo sarà considerato nemico della patria e come tale ne subirà le conseguenze …”.

La vita della famiglia Fenyves, dunque, è sconvolta d’improvviso, ed il bravo medico si trova richiuso nel campo di concentramento di Notaresco (TE). E’ il giugno del 1940, ed Andrea Fenyves è il n. 129 della lista degli ebrei “apolidi”. Ma, fortunatamente, questa triste esperienza si conclude dopo sette mesi.
E’ ancora Magda a raccontare come fu liberato suo padre: “ Il parroco di Clana (che peccato non sapere il suo nome!) non lesinava sacrifici per il nostro sostentamento e per tenere accesa la nostra speranza. E così riuscì a fissare un colloquio con un Cardinale in Vaticano e a prendere un treno per Roma insieme a mia madre”.

Madga, dopo 80 anni, nella sua casa di Caraffa del Bianco


Nel gennaio del 1941, grazie all’intercessione di Pio XII, il dott. Andrea fu rimesso in libertà e con la sua famiglia fu ospitato nel Convento di Santa Brigida, sino a quando non arrivarono i passaporti ed il Brasile divenne la sua nuova patria.

Negli anni, sotto il sole dell' America del Sud, il dott. Andrea ha sempre parlato delle assolate giornate calabresi, di quel paesino che per il mondo appariva quasi sperduto ma per lui era un piccolo universo. Se non lo avesse lasciato, probabilmente, non sarebbe mai andato in un campo di concentramento anche se, al di là di tutto, a Notaresco poteva finire pure peggio.

Il dott. Fenyves è morto il 15 marzo del 1980, tra l’affetto dei suoi cari, dopo aver guarito migliaia di persone che, a lui,  rimasero benevolmente legati.
A San Paolo per i familiari rappresenta ancora un modello etico di riferimento, un esempio comportamentale da seguire. E di quel medico innamorato della Calabria, ai giovani ne parla soprattutto Magda.
Lei che, partita all’età di otto mesi, ha sempre pensato che un giorno sarebbe ritornata Caraffa. Lei che, dopo ottant’anni, a Caraffa ci è ritornata davvero.

DOMENICO STRANIERI







Sotto, una pagina tratta dal libro "Gli amici di Moïse" (Kalos 2020) 
di A. Hoffmann



venerdì 2 agosto 2013

I PREDATORI DELLA CITTA' PERDUTA

I MISTERI DELLA VILLA ROMANA DI CASIGNANA (RC)

Dal primo numero del mensile IN ASPROMONTE (agosto 2013)


Quasi quotidianamente ci sono visitatori alla Villa Romana di Palazzi Casignana, che sorge sul mar Jonio calabrese, davanti la parte orientale del mediterraneo. Non considerando i turisti dell’Urbe, nel periodo romano proprio il mondo ellenico-orientale era la meta preferita dei viaggiatori. E come sbarazzini escursionisti di oggi, anche i giovani romani “in gita” lasciavano le loro scritte nelle vicinanze dei monumenti. Alberto Angela, ad esempio, nel suo libro “Impero” (Mondadori, 2010) ci racconta che la tomba di Ramesse VI ha 1759 graffiti tra firme, date, battute e frasi (tra le quali un modernissimo “ma la mamma lo sa che sei qui?”). Insomma erano grafomani questi romani. 

Eppure nella Villa di Casignana non è stata rinvenuta nemmeno una scritta e non si conosce, pertanto, il nome di nessun proprietario. Sono rimasti dei mosaici raffinati ed affascinanti sia nella zona termale che in quella residenziale, resti di colonne, delle impronte di bambini e di animali su qualche mattone lasciato ad essiccare al sole ma nessuna scritta. Sono tanti, dunque, gli interrogativi ed i misteri di questo sito, che raggiunse il suo massimo splendore tra il III ed il IV secolo d.C..


Da sempre la località dove sorge l’area archeologica è denominata Palazzi. Certamente un nome legato alla presenza grandiosa delle costruzioni greco-romane di quest’area, tra le quali la Villa. Secondo l’archeologo Emilio Barillaro  << a un personale “Casinius”, o a una gentilizia “gens Casinia” o “Casiniana” fa capo la voce toponomastica “Casiniana” (villa o fattoria di un Casinius), e quindi l’odierna Casignana. “La Casiniana”: ecco, dunque, il nome battesimale del complesso di palazzi casignanesi e dell’annessa azienda agraria dei tempi romani>>. Ma aldilà delle ipotesi toponomastiche, non è difficile capire che quasi tutti gli splendidi monumenti della Villa, nel tempo, sono stati depredati.

Particolare del mosaico LE NEREIDI

In un articolo apparso sulla Gazzetta del Sud nel 2008, ad esempio, Giuseppe Italiano sostiene che tutto converge a far pensare che il luogo del ritrovamento della “sfinge egiziana, che si trova oggi ad Anacapri (isola di Capri), tana per ben 56 anni di Axel Munthe (1857-1949), straordinario medico svedese nonché scrittore e filantropo”,  sia la Villa Romana di Casignana

Nel suo libro La Storia di San Michele, difatti, parlando del suo viaggio in Calabria (1908), Munthe, come ci ricorda Italiano, scrive: «conoscevo anche il suo meraviglioso interno, un tempo la Magna Grecia dell’età d’oro dell’arte e della cultura ellenica, ora la più desolata provincia d’Italia, abbandonata dall’uomo alla malaria e al terremoto …. Chi diresse il battello verso questa nascosta e solitaria insenatura? Chi mi condusse alle ignote rovine di una villa romana? Non fatemi domande. Interrogate la grande sfinge di granito, che sta accovacciata sul parapetto della cappella di San Michele. Ma domanderete invano. La sfinge ha mantenuto il suo segreto per cinquemila anni. La sfinge manterrà il mio».

Ma ancor prima, esattamente nel 1987, alcuni giornalisti tra cui Antonio Delfino su La Gazzetta del Sud, Aldo Varano su l’Unità e Giuseppe Zaccaria su la Stampa mettevano in guardia le autorità calabresi contro “i predatori del cavallo alato”. 


Cosa era successo? Scrive Antonio Delfino il 10 aprile 1987: << Il 4 settembre 1974 Giovanni Carlino (20 anni) andò nel tratto di mare di Contrada Palazzi di Casignana con un amico a praticare la pesca subacquea; dopo la prima immersione uscì sconvolto dicendo all’amico: “ho visto interi palazzi sommersi e delle cose meravigliose”>>. Giovanni Carlino rivela, precisamente, di aver riconosciuto un cavallo alato insabbiato nel fondale marino e, nonostante accusasse un leggero malore, si immerse di nuovo. Colpito da embolia e trasportato prima a Locri e poi a Taranto muore 5 giorni dopo.

Nel 1987 la Procura di Reggio Calabria, ed in particolare il sostituto procuratore Fulvio Rizzo, tornarono ad interessarsi del tratto di mare che va dai resti di epoca imperiale di Casignana alla foce della fiumara Bonamico. “Qualcuno ha fatto sapere che lì, alla foce del torrente, da tempo c’era chi saccheggiava un patrimonio enorme” scrive Giuseppe Zaccaria su La Stampa del 2 aprile del 1987.

BACCO EBBRO

Già Paolo Orsi, l’archeologo che scoprì Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico. 

Ma come aveva pronosticato Aldo Varano su l’Unità dell’1 aprile 1987 la sovrintendenza lavora solo per qualche settimana, senza coordinate precise e fin quando durano i finanziamenti a disposizione, “tutto il resto è in mano agli abusivi, compresi quelli stranieri”. 
Un ordine della Procura di Reggio, difatti, dopo poco tempo bloccò il lavoro dei sommozzatori, anche se furono individuati tratti di muri che proseguivano in mare continuando il percorso di quelli della Villa. Il Sostituto Procuratore Rizzo dichiarò di essere certo che nella zona ci fossero inestimabili tesori archeologici e si dimostrò sicuro anche dell’esistenza di complesse strutture sommerse. Non per niente, da un maggiore inglese della Raf (subito dopo la seconda guerra mondiale) ai numerosi studiosi tedeschi sono state diverse le immersioni e gli scavi nella zona di Casignana (basti pensare che ci sono almeno 2 necropoli). 

Scrive sempre Delfino: “Negli ultimi anni pescherecci siciliani hanno rastrellato la zona mentre un vasto commercio d’anfore si svolgeva liberamente senza l’intervento di alcuno. Una preziosa statuetta bronzea, anni fa, fu venduta per poche migliaia di lire”.
Dopo questa parentesi, e grazie al serio lavoro dell’Amministrazione Comunale di Casignana, col tempo l’attenzione si spostò sul recupero dei mosaici (il nucleo più vasto ed importante di epoca romana in Calabria) mentre le piene invernali del Bonamico e gli sconvolgimenti tettonici mutavano l’aspetto del fondo marino. 

Forse è vero, come scrisse in una prefazione del suo libro Axel Munthe nel 1931, che “oggi nessuna sfinge di granito si accovaccia sotto le rovine di una villa di Nerone in Calabria”, eppure nulla hanno potuto i predatori, nel tempo, contro la suprema legge della storia: per quanto si è potuta saccheggiare la Villa è rimasta ugualmente maestosa. I Romani, difatti,  costruivano per l’eternità.


DOMENICO STRANIERI








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