L’altro giorno ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo.
Oggi i ragazzi studiano anche così. Si correggono, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto.
Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita.
In quella conversazione, due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza.
Mi si è riacceso allora il ricordo di una Storia della filosofia in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è «il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi» e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, «dal punto di vista etico è superiore a tutti».
Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo.
Mi è tornata in mente anche una pagina de Il miracolo Spinoza di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita.
Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo.
Non a caso A. Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione.
Ecco perché quella scena mi ha colpito: dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.
Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx — oggi più attuale che mai — non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara. Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la «temeraria esclusione» di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire.
Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade — tortuose, difficili, poco rassicuranti — un ragazzo può arrivare a capire meglio se stesso e la vita.
Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.
