L’altro giorno ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo.
Oggi i ragazzi studiano anche così. Si correggono, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto.
Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita.
In quella conversazione, due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza.
Mi si è riacceso allora il ricordo di una Storia della filosofia in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è «il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi» e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, «dal punto di vista etico è superiore a tutti».
Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo.
Mi è tornata in mente anche una pagina de Il miracolo Spinoza di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita.
Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo.
Non a caso A. Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione.
Ecco perché quella scena mi ha colpito: dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.
Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx — oggi più attuale che mai — non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara. Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la «temeraria esclusione» di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire.
Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade — tortuose, difficili, poco rassicuranti — un ragazzo può arrivare a capire meglio se stesso e la vita.
Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.
Nel romanzo La Teda1,
l’incontro del lettore con la figura di Cicca avviene attraverso le
parole di Costanzo (uno dei muratori arrivati a Terrarossa per costruire
delle case popolari) che subito ne evidenzia la bellezza.
Costanzo tornò. Sedette e
si diede a mangiarsi il suo pezzo di pane, in silenzio. «Che, hai la femmina a
Terrarossa?» gli fece mastro Cosmo, per ischerzo. Costanzo rise, e disse che
era andato da Cicca a portarle una matassa di filo. Parlava sempre di Cicca,
lui, anche davanti a mia sorella. Diceva che Cicca era bella e buona d’animo; e
tante altre cose diceva di lei. Era scesa la notte; il cielo era luminoso,
infinito; e nel paese non c’era nessun segno di luce.» 2
Filippo, il giovane protagonista
del racconto (insieme allo stesso Costanzo, che sa leggere ed esorta i
lavoratori alla ribellione), lontano dal suo paese si sente libero e inizia a
fantasticare e desiderare le donne che incontra.
«Loro parlavano, ma io
davo ascolto alle voci che venivano dalla strada vicina. Lì c’era Cicca, mi
aveva detto Costanzo. Chi sa quanto era bella Cicca! L’avrei veduta domani, al
cantiere. Ma stasera me la andavo immaginando. Mi sorgeva una certa impazienza,
a sentirmi libero.»3
Nei primi romanzi di Strati,
l’elemento femminile è oppresso dalle ataviche leggi della società, dagli
«occhi» maliziosi della gente. I sentimenti sono limitati, rallentati, senza
futuro. Non si vive l’amore (ogni passione è prigioniera dello spazio e del
tempo). Esistono solo sguardi o incontri lesti e clandestini. Anche i sogni,
nelle donne, si spengono dopo l’infanzia4. Così Tàscia
resterà ingabbiata nel paese, e non riuscirà mai ad andare via, mentre Cicca,
la cui bellezza diventa una maledizione, per non sposare un mafioso, «un’anima
nera», preserva la sua purezza cercando la morte.
«La mia preoccupazione,
era pensare che Cicca si poteva ammazzare: anzi, che si ammazzava. Una ragazza
più bella della luna di gennaio, più bella del sole appena spunta.»5
La vita delle nostre donne
è sempre senza autonomia; è difficile perciò che nasca e si alimenti in esse un
amore di pura elezione, nutrito di simpatia e di comprensione reciproca.6
Di solito le donne povere
venivano sotterrate a piedi nudi. Gli uomini, anche questo è un problema degno
di esame, per quanto poveri fossero avevano sempre le scarpe. Un uomo scalzo
era inconcepibile. Le scarpe facevano parte della dignità maschile; le donne
che avevano le scarpe erano proprio rare. Le donne dunque a piedi nudi
nascevano, a piedi nudi vivevano e a piedi nudi venivano sepolte. Ma da quando
in paese si seppe che mia madre era abile a cucire pantofole con vecchia
stoffa, appena moriva una qualche contadina si presentava una qualche
caritatevole comare e le diceva: – per l’anima dei beati morti, cucite un paio
di sandali per la poveraccia che è morta. Non è giusto che si presenti a piedi
nudi davanti al Signore...7
Le donne sono silenziose o
serve, e spesso sono figure animate dalle fantasie erotiche dell’adolescente
narratore, dalle sue ansie ormonali che si mescolano ai discorsi degli adulti,
alternativa alla prepotenza dei seduttori per diritto, i cosiddetti «uomini
d’onore» disposti a tutto, e in realtà succubi di quella miscela di incoscienza
arcaica e istintività bestiale. L’amore selvaggio, l’affermazione del sé e del
maschile, il tormento delle donne, soffocate nel loro ruolo, insidiate, con
poco fiato, con poca voce e, se madri, potenti organi di maledizione, dicono di
un’altra pericolosa separazione, di un’altra isola nell’isola aspromontana, che
è quella della congiura fra i sessi. Fino al punto in cui sia in modo cauto che
deflagrante il femminile, anche nei romanzi di Strati, si prende la rivincita
storica, per di più mantenendo saldi i legami familiari, come vediamo in
quell’autentico capolavoro che è Il diavolaro (1979)8.
Mariannina, difatti, la nipote del
«diavolaro», è una ragazza ribelle che, a Torino, esce di casa correndo per
andare «alle assemblee, alle riunioni, alle manifestazioni, agli scioperi»9.
«Già fumava come un maschio, la
mocciosa. Che vergogna! Usciva anche sola. Che scandalo! Una ragazza così
giovane sola per le strade di una città così grande! Andava dai suoi amici;
tornava spesso in compagnia di amici e si chiudevano, maschi e femmine, nella
sua stanza e ascoltavano dischi che ti rintronavano la testa e fumavano che
dalla puzza non si poteva respirare. Una sera arriva con un compagno di studio
e senza manco arrossire, senza manco abbassare gli occhi dice davanti a tutti i
fratelli: quest’è il mio ragazzo. E i fratelli gli stringono la mano, a quel
sorcio spettinato e brutto. Lui l’avrebbe buttato dalla finestra, gli avrebbe
fatto saltare le scale tutte a una volta... E la libertina dopo due minuti se
lo porta di là in camera sua a fare chi sa che! Sta per esplodere; ma visto che
ci sono i fratelli che al posto d’incazzarsi sorridono, sono d’accordo... Si
lamentava però con Eleonora di questo strano, scandaloso comportamento di
Mariannina; ed Eleonora: papà, i ragazzi d’ora non sono come quelli dei tuoi
tempi; non sono scemi e stupidi come sono stata io.»10
Anche la Gretchen
de Il nodo, che ha lo stesso nome della donna stregata da Faust
nel capolavoro di Goethe11, è libera ed emancipata, capace di
affrontare da sola la vita metropolitana di una grande città. E figure moderne
sono ormai Gemma, Gina, Luisa o Miranda in Tutta
una vita e la Trice di Non si torna indietro.
«Avvertisti dentro il tuo
orecchio la voce di Gina che il giorno prima che morisse ti aveva parlato del
sito dell’anima. C’è stato mai qualcuno, filosofo, teologo, grande scienziato,
che sia stato capace di descrivere la forma dell’anima, il suo sito dentro il
nostro corpo?»12
«Dopo che mi fui seduto al
posto indicatomi, gli amici di Miranda ripresero a parlare dei loro studi, dei
loro esami, delle loro fatiche snervanti. Dissero che Miranda era stata
bravissima, la più brava di tutti, agli esami, e che ora le toccava prepararsi
per il concorso alla Scala.»13
Ma a Terrarossa tutto
questo è impensabile per Cicca, che si reca ogni giorno con il barile in
testa alla fontana per portare l’acqua ai muratori. Il suo fidanzato, Salvatore,
è partito per la guerra in Libia e da qualche tempo non arrivano sue notizie in
paese (ma di certo «il suo pensiero, se viveva, era rivolto a Cicca, che
gli volava dagli occhi, tanto bene le voleva»14). Così, un giovane
malavitoso prova a prendersi la ragazza con la forza.
«Respiravo meglio, ora che
ero solo. Camminai un po’ per la casa, poi mi feci alla porta. Passava la gnura
Assunta, tutta raccolta nelle sue vesti nere. Parlava con se stessa, a bassa
voce. Malediva certi disgraziati del paese che infelicitavano la sua vita e la
sua famiglia. “Che avete?” le chiesi. “Sciagura, sciagura della casa mia!”
prese a dire la gnura Assunta, fermandosi davanti alla mia porta. “Siamo
rovinati, mastro Filippo mio!” “Che vi è successo?” La donna si avvicinò a me,
abbassò ancora la voce e mi disse che avevano tentato di violentare Cicca, alla
montagna. “Cicca?! Chi?” feci. “Siamo pazzi, pazzi di dolore! E Cicca è morta,
figlia mia, morta di spavento! Ah, ah! Sventura, sventura!” gemeva e moveva la
testa, come se Cicca fosse morta davvero. “E chi è stato, e perché?” le chiesi
con ansia. “Il figlio dello Spezzacollo, maledetto sia lui e la sua razza!” “Il
figlio dello Spezzacollo? Il fratello del fidanzato di Carmela?” “Sì, lui, quel
delinquente”.»15
Qui Strati mette in
discussione l’idea secondo cui la vecchia mafia sarebbe stata rispettosa nei
confronti delle donne («Biasi diceva che quelli della malavita erano
uomini senza cervello. Ma intanto erano la peste del paese»)16. Enzo Ciconte ha
scritto un libro dal titolo emblematico, Mi riconobbe per ben due volte, dove
dimostra che in molti paesi calabresi, tra il 1814 e il 1975, «lo stupro appare
come un atto di prepotenza e di sopraffazione che esprime una volontà di potere
e di dominio dell’uomo sopra la donna»17. Si tratta di una ricerca che nasce
dallo studio delle carte giudiziarie. Ma quante donne, come Cicca, non
hanno esposto denuncia?18 Finanche rimanere vedove, in molti paesi,
diveniva una condizione di insicurezza. Per questo molte donne si sposavano una
seconda volta, senza amore.
«È da tanto che non ho
pace, da tanto!» disse Cicca, con lamento. «E, tra le lacrime e i singhiozzi,
raccontò: “È da ottobre che mi dà fastidio quell’anima nera. Un giorno,
mentr’ero a riempire il barile alla fontana, ti vedo questo dannato saltarmi
davanti, la scure al braccio ed il berretto di fianco. Mi dice che mi vuole
sposare e che gli dovevo dire presto cosa pensavo. ‘Ma io sono già fidanzata’
gli dico. ‘Io questo lo so meglio di te’ mi dice lui. ‘Ma non è possibile’ gli
dico io, e tremavo di paura. ‘Io ti ho detto quali sono le mie intenzioni’ mi
disse e se ne andò. Perciò non andai più alla fontana e volli rimanere al
cantiere a trasportare o pietra o calce”.»19
Cicca diventa vittima della
sottocultura (e del sottosviluppo economico) del contesto sociale e della
famiglia. Per la madre «parlare è un’arte molto leggera!» 20 se non si sa cosa si
patisce ad avere a che fare con certa gente (difatti, in montagna, avviene il
pestaggio del padre di Cicca e il furto delle uniche due mucche che
possedeva). La donna piange ogni giorno perché condannata al matrimonio
forzato. Si sente perseguitata ma sa di essere anche la causa dei problemi
della sua famiglia. È indifesa davanti alla vita ma nessuno prova davvero a
proteggerla. Sa che rivelare un tentativo di stupro patito significa «rendere
manifesta la propria vergogna, rendere di dominio pubblico il disonore»21.
«Pensai di andare da Cicca
e ci andai. Trovai le tre donne, pallide e tristi. Parevano le tre Marie. Capii
che Cicca aveva pianto molto, e mi sentivo già più male di prima. “Sedete!” mi
disse la gnura Assunta. Sedetti. Concetta lavorava ad una maglia, e Cicca stava
raccolta in se stessa, come se le fosse morta una persona molto cara; e la
gnura Assunta filava. Non trovavo da dire neppure mezza parola, ed il loro
silenzio mi spingeva a fantasticare. “Siamo pazze!” fece la gnura Assunta, dopo
un pezzo, mettendosi il fuso in grembo. “Come vanno le cose?” le chiesi. “Male,
male, mastro Filippo mio!” fece la gnura Assunta. “Quel maledetto ci minaccia
che, se non gli diciamo di sì, viene in casa e ci dà fuoco. E mia figlia non
può più andare fuori; e mia figlia ha perso la sua libertà, in questo paese di
porci. Mia figlia muore di dolore, mastro Filippo mio! Ah, ingrata sorte! Non
si può vivere a Terrarossa!” “Disgraziato e cieco!” esclamò Concetta. “E che
pensate di fare?” chiesi. La gnura Assunta si strinse nelle spalle. “Non lo
sappiamo neppure noi stesse!” fece. “Che ci possiamo fare? Accettare!”
“Accettare?!! E Salvatore?” feci sbalordito, e provavo una grande ira verso
quel delinquente che pretendeva Cicca a forza.»22
La pioggia cadeva
incessantemente a Terrarossa, dove «non si parlava che di Cicca. Forse
facevano anche la farsa, a carnevale, su di lei. Ma non era una farsa per
ridere... Certo!»23.
Bruno diceva che Cicca era
irriconoscibile, che non aveva il coraggio di farsi vedere dagli altri. Che
’Ngela24 e Concetta25 s’erano prese per i capelli, l’altra volta, alla fontana.
Ma oramai non c’era più nulla da fare: Cicca doveva essere di Michele, e basta.26
La
famiglia di Cicca cede ai ricatti di Michele che, addirittura,
anticipa la data del matrimonio. Ma, come in una macchinazione shakespeariana,
un telegramma di Salvatore accresce nella futura sposa la percezione del
dramma.
«Arrivò Bruno, di corsa.
Era bagnato. Sedette accanto al fuoco. “La sapete l’ultima?” disse. “Cioè?!”
fecero gli altri. “È arrivato un telegramma del fratello di ’Ngela. Era
indirizzato a Cicca. Dice che è arrivato in Sicilia e che verrà presto”. “Ah!”
esclamarono Costanzo e mastro Cola. Io non parlai. “Proprio oggi che Cicca deve
fare la compromessa” disse Costanzo. “È la mano del destino” disse mastro Cola.
M’incominciava a dominare una grande curiosità. Volevo essere da Cicca, per
sapere che pensava, per vedere che faceva, come si sentiva. Per sentire anche
quello che dicevano gli altri.».27
Intanto, in lontananza, si
sentono case crollare. È l’inizio dell’alluvione che sconvolgerà per sempre la
vita degli abitanti di Terrarossa. In questo scenario apocalittico, Cicca
si lancia dalla finestra. Il suo è un «volo» di liberazione per sfuggire a un
destino segnato dalla sopraffazione perenne, dalla calunnia e dalla violenza.28
La pioggia continua la sua opera di distruzione e la trama narrativa prosegue,
intrecciando l’interruzione di un’immobilità millenaria (quella di Terrarossa)
con la tragedia umana di Cicca.
«Un gran fracasso ci
scosse. “Un’altra casa è caduta!” facemmo. “Queste catapecchie non possono
resistere più a lungo!” disse Costanzo. “Tutta Terrarossa crollerà!” Un altro
grido, forsennato, straziante. “Ma che è successo?” ci chiedemmo, guardandoci
in faccia. Ci facemmo di nuovo alla porta. L’acqua faceva polvere, come si
dice, tanto fitta cadeva. “Cicca, Cicca, Cicca!” venne a noi. “Ma che è
successo?” ci chiedemmo di nuovo. Udivamo porte aprirsi e chiudersi. Qualcuno
attraversò la strada di sopra, in gran fretta. “S’è ammazzata, s’è ammazzata!”
gridava. “Cicca, Cicca, Cicca!” Presi una coperta, me la buttai sulla testa e
scappai. La piccola casa di Cicca era piena di gente. Tutti i vicini erano lì e
gridavano e piangevano e si strappavano i capelli. Arrivai presso il letto.
Cicca era violacea, gli occhi sbarrati e spenti. Dalla testa le scorreva sangue
sulle coperte. La gnura Assunta si strappava i capelli, come se fosse
impazzita. ’Ngela era sul letto, accanto a Cicca, e piangeva più di una
fontana. Il padre di Cicca e quello di ’Ngela erano al focolare, accasciati.
Michele non c’era e la teda ardeva e le donne gridavano; e Concetta sbatteva la
testa contro il muro e ci volevano quattro donne per frenarla. Arrivarono
Costanzo e mastro Cola. Non capivo niente, tanto ero stordito. Il pianto della
gnura Assunta commoveva anche le pietre. ‘Eravamo con la nostra pace, figlia
cara!’ ‘Cara davvero!’ ripeterono le donne. ‘E ti hanno ammazzata gli altri,
speranza mia perduta!’ ‘Gli altri, sciagurati!’ ‘Si è gettata dalla finestra
che si affaccia sullo strapiombo’ diceva Bruno a noialtri. ‘Ero qui con loro e
ad un tratto Cicca si alzò di scatto, aprì la finestra e si gettò a testa in
sotto, prima che noi ci rendessimo conto di quello che faceva’.»29
Cicca muore.30 È il suo modo di
disobbedire ai tabù che sono radicati in un mondo arcaico, come avviene ancora
oggi in tutti gli Stati dove l’individuo è privato di una sua identità, di una
speranza di vincere contro il sistema che l’opprime. 31 Eppure le cose non
restano immutate per sempre. E alla fine del romanzo anche Terrarossa, ormai
distrutta, «è di nuovo illuminata dal sole».32
Canzone
Note
1.
Elio Vittorini, in una lettera del 10 gennaio 1957 inviata a
Strati, esprime un giudizio positivo riguardo il romanzo La Teda, apprezzandone
l’allegro stupore e l’ingenua malinconia (vedi G. Neri, Saverio Strati. Dal
realismo poetico al realismo politico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, p.
58).
2.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 20.
3.
Ivi, p. 21.
4.
Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, per descrivere le
sofferenze e le fatiche di alcune donne di Africo che «vociferavano tutte
assieme» sullo spazio «dinanzi alla baracca del Municipio», scrive che avevano
«visi così tirati dalle rughe, dalle curve amare delle bocche, da rendere
impossibile ogni sorriso» (Tra la perduta gente, Rubbettino, Soveria Mannelli
2006, p. 116).
5.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
169.
6.
F. Perri, Emigranti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p.
126.
7.
Estratto dal discorso di Strati a Girifalco del 20 agosto
1989 (archivio Vito Caliò).
8.
L. Tassoni, Le essenzialità sublimi di Strati, in «Il
Quotidiano del Sud», 31 marzo 2024, pp. VIII-IX.
9.
S. Strati, Il diavolaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023,
p. 181.
10.
Ivi, p. 175.
11.
Nel Faust, Gretchen impazzirà e in carcere canterà dolorose
canzoni d’amore.
12.
S. Strati, Tutta una vita, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021,
p. 21.
13.
Ivi, p. 170.
14.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 45.
15.
Ivi, p. 138.
16.
Ivi, p. 124.
17.
E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello
stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria
2001, p. 14.
18.
Vedi V. Stranieri, I Don Rodrigo della vallata La Verde
(https://www.ecodellalocride.it/news/i-don-rodrigo-della-vallata-la-verde-di-enzo-stranieri/).
19.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
141.
20.
Ivi, p. 172.
21.
E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello
stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria
2001, p. 101.
22.
S. Strati, La Teda (Soveria M., Rubbettino, 2020) pp.
165-166.
23.
Ivi, p. 192.
24.
Sorella di Salvatore (fidanzato di Cicca).
25.
Sorella di Cicca.
26.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
213.
27.
Ivi, p. 215.
28.
Anche nel romanzo Emigranti, di Francesco Perri, Rosa Blèfari
a un certo punto «si trovò perduta» a causa dei tranelli della vita e siccome
«tutto le crollava intorno», per sfuggire alle voci calunniose della gente, «si
votò alla morte» e «si recò dietro la Timpa - un burrone scosceso, quasi a
picco, sul quale era elevato il paese...» (p. 130).
29.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp.
220-221.
30.
Oggi, per andare ad Africo vecchia (la «Terrarossa» di
Strati), salendo da Bova, si arriva in un tratto in cui la carreggiata si
restringe e si può ammirare un bellissimo panorama, laddove la parete rocciosa,
sotto gli archi che sorreggono elevata la strada, diventa un pendio. Questo
punto esatto è detto «passu da zita», e da secoli si narra che una fidanzata
(zita) si lanciò nel vuoto, come Cicca, per non sposare un uomo di cui non era
innamorata.
31.
Scrive Francesco Bevilacqua: «La Teda è una storia di miseria
sordida, di oppressione, di violenza, ma anche di dignità. È la dignità dei
poveri, dei diseredati, che accettano di vivere (e di morire) nonostante la
loro miseria». (Lettere Meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, p. 160).
32.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
227.
(DocenteLetteratura italiana contemporanea UNICAL)
Il volume di Domenico Stranieri si presenta come
un’opera critica fondamentale nel panorama degli studi su Saverio Strati,
restituendo alla figura dello scrittore di Sant’Agata del Bianco quella
complessità e quella statura che una ricezione distratta ha finito per
offuscare. Arricchito da una densa prefazione di Giuseppe Polimeni, che già
nell’incipit coglie il cuore del metodo stratiano in quel «parlo con essi, per
delle ore» (p. 9) – dichiarazione che diventa filo conduttore dell’intero
saggio –, il libro di Stranieri si propone come un’indagine a tutto tondo,
capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia
culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo
vivo di pagine, memorie e voci.
La tesi che sostiene l’intero lavoro è chiara e
coraggiosa: Strati, troppo frettolosamente archiviato come epigono del
Neorealismo o come scrittore regionale, è in realtà un classico del Novecento,
la cui opera affonda le radici in un humus popolare e dialettale per farsi
specchio universale delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, dei suoi
sradicamenti, delle sue rabbie e dei suoi amori.
Il titolo stesso, Solo come la luna, lungi dall’essere
una semplice citazione – tratta dall’incipit dell’ultimo romanzo, Tutta una
vita –, agisce come una dichiarazione di poetica e insieme come una sintesi
icastica della condizione esistenziale e artistica di Strati. La luna, corpo
celeste che splende di luce riflessa, evoca la solitudine dell’intellettuale
calabrese, costretto a vivere lontano dalla propria terra, a Scandicci, ma
sempre «rivolto all’indietro» (p. 52), con lo sguardo fisso su un mondo che si
spopola e si perde. Ma la luna è anche l’astro che illumina senza scaldare,
metafora di una scrittura che non indulge al sentimentalismo né alla retorica
del lamento, e che invece analizza con lucidità e rigore le piaghe del
Mezzogiorno. Sottotitolo e immagine si fondono, così, in una perfetta
coincidentia oppositorum: la rabbia e l’amore, l’adesione viscerale al popolo e
la necessità della fuga, il realismo più crudo e la tensione metafisica che
percorre, come un brivido sotterraneo, le pagine migliori di Strati.
Stranieri costruisce il proprio discorso attraverso un
montaggio sapiente di fonti, che spaziano dalle lettere inedite ai documenti
d’archivio, dalle testimonianze orali raccolte sul campo alle varianti d’autore
dei romanzi. Il cuore pulsante del volume è costituito da alcune dichiarazioni
dello stesso Strati, che l’autore restituisce al lettore nella loro nuda
potenza. Su tutte, la lettera del 25 marzo 1954 all’amico Carmelo Filocamo, più
volte citata e commentata: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani
e la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà
Firenze a cancellarle né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri
contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni ordine e grado, di
ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi, per delle ore, per delle
settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso»
(p. 82). Questa pagina, che Polimeni nella prefazione accosta
significativamente alla Tragedia d’un personaggio di Pirandello (p. 10), rivela
il nucleo generativo dell’intera opera stratiana: i personaggi non sono
costruzioni intellettuali, ma entità autonome che premono dall’interno, che “si
offrono” e chiedono di essere narrati, in un processo che ha del misterioso e del
sacrale. Stranieri, con finezza ermeneutica, legge in questa dinamica
l’emergere del demone socratico, al quale dedica l’intero capitolo finale (pp.
189-93), mostrando come Strati fosse consapevole di obbedire a un’ispirazione
che lo trascendeva, a un «oracolo interiore» che lo guidava nelle scelte
decisive, persino nel passaggio dalla facoltà di medicina a quella di lettere
(cfr. p. 191).
L’attenzione per la genesi profonda della scrittura si
traduce, nel volume, in una serrata analisi del linguaggio stratiano, che
Stranieri definisce «lingua della chiarezza» (p. 114). Lungi dall’essere un
dialetto trascritto o un italiano dialettizzato, la lingua di Strati è il
risultato di un lavoro ostinato di cesello, che parte dal parlato popolare –
dai proverbi, dai modi di dire, dalle cadenze – per distillarne una sintassi
narrativa insieme piana e potentemente espressiva. Stranieri dimostra come questa
lingua si evolva con i personaggi e con i luoghi: arcaica e corale nei romanzi
ambientati nei paesi dell’Aspromonte, come La Teda o Il selvaggio di Santa
Venere; più mediata e introspettiva nelle opere che raccontano l’emigrazione e
lo sradicamento, come Noi Lazzaroni o Il nodo. E in questa evoluzione
linguistica l’autore coglie il riflesso di una trasformazione antropologica più
profonda: il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, dalla
staticità del paese al movimento della metropoli, dalla rassegnazione alla
ribellione. L’analisi degli incipit, condotta con rigore filologico (alle pp.
100-105), diventa, così, un vero e proprio saggio nel saggio: Stranieri mostra
come Strati, con pochi tratti, sia capace di gettare il lettore in medias res,
in un tempo già iniziato e in uno spazio già carico di destino. «Camminavamo da
più di quattr’ore per quelle brutte strade delle montagne di Terrarossa…» (p.
13) non è solo l’avvio di La Teda, ma l’ingresso in un mondo che è già tutto
movimento e fatica, attesa e speranza.
Uno dei contributi più originali del volume è l’opera
di scavo sui modelli reali dei personaggi stratiani. Stranieri, che è anche
sindaco di Sant’Agata del Bianco, e che quindi conosce dall’interno i luoghi e
le memorie del paese, intraprende un vero e proprio lavoro di archeologia della
memoria, rintracciando, dietro le figure letterarie, i volti e le storie di
uomini e donne realmente esistiti. Così, dietro l’indimenticabile protagonista
dell’Uomo in fondo al pozzo (1989) emerge la figura di Giuseppe Minnici, poeta
e intellettuale dalla mente «turbata dalla schizofrenia» (p. 83); dietro il
barone del Diavolaro (1979), le vicende del barone Nicola Franco, la cui
sfiducia politica lo portò a un isolamento e a una morte che il romanzo
trasfigura in epopea; dietro la donna Betta della Marchesina, la figura storica
di Vittoria Palamara, figlia di un marchese siciliano. Questo procedimento,
lungi dallo sminuire la forza inventiva di Strati, la radica in una concretezza
storica che è la fonte primaria della sua autenticità. I personaggi non sono
archetipi astratti, ma creature di carne e ossa, la cui sofferenza e la cui
rabbia sono state davvero vissute, e che proprio per questo possono parlare a
tutti gli uomini, oltre ogni barriera geografica e temporale. Come osserva
Stranieri, i contadini di Strati non sono solo contadini, ma rappresentano
universalmente gli uomini in lotta perenne per la dignità e il riscatto.
Particolarmente riuscita è l’analisi della figura
femminile nell’opera di Strati, che Stranieri segue in un arco evolutivo che va
dalla Tàscia di Tibi e Tàscia (1959), bambina «imprigionata» (p. 70) nel
destino del paese, alla Cicca della Teda, costretta al suicidio per sottrarsi a
un matrimonio imposto dalla violenza mafiosa, fino alla Mariannina del
Diavolaro, ragazza ribelle che a Torino frequenta assemblee e manifestazioni e
fuma «come un maschio» (p. 93). È il segno di un mutamento profondo, che Strati
registra con lucidità: la donna cessa di essere oggetto passivo del desiderio o
del sopruso, e diventa soggetto della propria storia, protagonista di quella
rivincita storica del femminile che mantiene saldi i legami familiari ma al
contempo li trasforma dall’interno. In questa attenzione alla complessità del
reale, alla dialettica tra antico e moderno, tra fedeltà e fuga, risiede una
delle cifre più profonde della modernità di Strati.
L’autore non elude le contraddizioni e le zone d’ombra
della biografia stratiana. Anzi, vi si sofferma con onestà intellettuale, a
partire dal rapporto conflittuale con la Calabria. Strati amava la propria
terra di un amore viscerale, ma ne conosceva anche i mali atavici: la «mancanza
di solidarietà», lo «spirito feroce di autodistruzione» (p. 54), l’incapacità
di fare gruppo e di gestire le risorse culturali. In un’intervista del 1989,
riportata da Stranieri, lo scrittore arriva a dire: «Se io ho avuto delle
“offese”, chiamiamole così, le ho avute dai calabresi, non da altri:
soprattutto nel mio lavoro di scrittore» (p. 54). E, tuttavia, proprio questo
amore offeso, questa rabbia impotente, diventa il motore di una denuncia che
non concede sconti a nessuno, e che si traduce in pagine di una potenza rara.
Ne è esempio l’analisi del barone che prende a calci i poveri contadini (cfr.
p. 177), o la descrizione della visita medica subita dagli emigranti in
Svizzera, con quel «dito in culo» (p. 65) che è l’emblema di un’umiliazione
sistemica e che Strati, in Noi Lazzaroni, restituisce con un realismo che
sconfina nell’allucinazione: «Mi sentii così umiliato e offeso che a quel porco
del medico stavo per dare una pedata sul ventre… Ma perché non ci avevano
permesso di scendere in piazza e di rompere tutto, di mettere fuoco al mondo,
per poi essere liberi di ricostruirlo a modo nostro?» (p. 65).
L’ultima parte del volume è dedicata alla passione di
Strati per l’arte, un aspetto finora poco indagato dalla critica. Stranieri
ricostruisce i rapporti dello scrittore con pittori come Silvio Loffredo,
Venturino Venturi, Renato Guttuso e Alba Dieni, e mostra come questa
frequentazione non sia marginale, ma entri a pieno titolo nella poetica
stratiana. L’arte, per Strati, è un atto conoscitivo, uno strumento per capire
il mondo e per esprimere ciò che le parole non possono dire. Nei suoi romanzi,
i personaggi artisti – come lo scultore Santo nel Diavolaro o il pittore
protagonista di Il visionario e il ciabattino – sono figure liminari, capaci di
vedere oltre la superficie delle cose, di «scoprire il segreto meccanismo della
mente» (p. 166). E in pagine memorabili, come quelle dedicate al Beato Angelico
nella Conca degli aranci o a Piero della Francesca in Tutta una vita, Strati
rivela una competenza e una sensibilità che lo pongono tra i grandi scrittori
d’arte del Novecento.
In conclusione, il lavoro di Domenico Stranieri è
molto più di una monografia: è un atto di giustizia critica e un invito
pressante a rileggere un’intera porzione della letteratura italiana del
Novecento. La sua pubblicazione nel 2025, a oltre un decennio dalla scomparsa
dello scrittore, segna forse l’inizio di una riscoperta di Saverio Strati. Ma è
anche, e forse soprattutto, un libro necessario per capire la Calabria, il Sud,
l’Italia. Perché, come Strati stesso aveva profetizzato nel 2009, «tra cinquant’anni,
quando uscirà il mio diario, i calabresi capiranno chi sono e il potenziale che
non sanno di avere» (p. 56). Solo come la luna ci avvicina a quel giorno,
restituendo a Strati la sua voce e il suo volto, e a noi lettori la possibilità
di ascoltare, finalmente, il battito profondo di una terra che non smette di
interrogare la storia.
Arroccato
sulle pendici dell’Aspromonte, con lo Ionio che si apre all’orizzonte, c’è un
piccolo borgo calabrese che ha scelto di sfidare l’abbandono con il linguaggio
universale dell’arte: Sant’Agata del Bianco. Un tempo destinato a diventare
l’ennesimo paese fantasma del Sud, oggi è un museo a cielo aperto, che pulsa di
nuova vita. Quella, che fino a pochi anni fa era polvere, ora è tela. Le case
non sono solo muri, ma pagine di un libro aperto sul mondo, costellate da
murales, sculture e installazioni, che richiamano alla memoria lo scrittore
Saverio Strati, nativo del luogo e le antiche leggende della Magna Grecia.
Questo è il racconto di una tenacia ammirevole, un modello di rigenerazione
urbana dove la cultura e la creatività sono diventate l’interruttore, per
riaccendere la luce e la gioia di vivere in una comunità, che ha riscoperto la
forza della propria identità.
A
Sant’Agata del Bianco, l’arte non è solo un abbellimento, ma un vero e proprio
piano di rinascita firmato da un giovane sindaco, Domenico Stranieri,
giornalista pubblicista e blogger, che ha scelto i libri come strumento di
governo. Il primo cittadino con un solido background letterario, ha trasformato
l’oblio in opportunità, trasformando il borgo in un’incubatrice di creatività e
memoria. Le sue strategie, che spaziano dal Festival “Stratificazioni”,
dedicato all’illustre scrittore, all’inaugurazione del singolare Museo delle
Cose Perdute, non sono semplici eventi, ma azioni concrete di rigenerazione
urbana. Ogni vicolo, ogni facciata, è stata convertita in una tela o in una
pagina, ispirata dai personaggi e dai racconti dell’autore calabrese, in particolare
da Tibi e Tascia. Stranieri ha dimostrato che si può oltrepassare l’inerzia
dello spopolamento, utilizzando la propria identità storica e letteraria per
“caricare” il futuro, creando un modello di sviluppo dove la cultura non è un
costo, ma la risorsa più preziosa. Ma, la luce, che oggi rischiara le vie di
Sant’Agata non è solo quella dei lampioni, che potrebbero rappresentare una
metafora, ovvero quella piccola, costante speranza, che non si spegne mai, il
segnale che anche nel momento più buio, non siamo lasciati completamente
soli.E quando la nebbia si alza,
trasformando i fasci luminosi in dischi d’oro lattiginoso, il lampione non è
più solo una fonte di luce, ma un soggetto pittorico, un punto fermo che rende
magico l’ambiente circostante. Assolve così la sua funzione più alta: non solo
illuminare la strada, ma accendere l’immaginazione.
Dunque, si tratta di un bagliore più antico e
poetico, riflesso da un satellite celeste: la Luna. È qui, che nasce e si
sviluppa l’idea dietro il titolo del libro “Solo come la luna”, scritto dal
sindaco Domenico Stranieri, edito dalla casa editrice: “Rubbettino”, nella
collana “Varia”, ed è una ricerca/biografia intellettuale sull’opera di Saverio
Strati. Le pagine del volume rimandano all’essenziale, alla semplicità
dell’essere, con tutte le sue contraddizioni, dubbi e verità assolute
soggettive. Il titolo, che nasce dalla constatazione di Strati di sentirsi
“solo come la luna” nella sua distanza dai luoghi natii, è stato qui
riabilitato come un’ode alla forza interiore. Non solitudine, ma la capacità di
brillare autonomamente, di resistere all’oblio. E allora in un’epoca dominata
dal consumo, dall’effimero e dalla velocità, sembra che Sant’Agata del Bianco
offra un rifugio sicuro, proponendo una filosofia semplice, ma radicale, ovvero
di non provare paura di tracciare il proprio cammino, anche se questo potrebbe
fare sentire la persona “soli come la luna” nelle scelte controcorrente. A
volte, è necessario imparare a tenere accesa la propria luce, perfino quando
tutto attorno è buio, proprio come i giovani personaggi di Strati che, pur
provenendo dal Sud rurale, hanno sempre avuto una fame inestinguibile di
conoscenza e cambiamento. Dunque, Sant’Agata del Bianco non celebra solo un
autore, ma regala ai suoi giovani la metafora perfetta, per un futuro
coraggioso: non è la solitudine a definirti, ma la tua capacità di resilienza e
di illuminare il buio.
Ecco di seguito l’intervista:
1.
Dal giugno 2016 ricopre la carica di Sindaco di Sant’Agata del Bianco. Cos’è
cambiato da allora?
Quando
nel 2016 sono diventato sindaco, Sant’Agata del Bianco rischiava di scivolare
lentamente nell’invisibilità, come tanti centri dell’entroterra. Abbiamo
pertanto provato a compiere un gesto semplice ma radicale: reinventare il
nostro mondo partendo da una frase di uno scrittore del luogo, Giuseppe Melina,
che abbiamo installato all’entrata del paese: «Il segno che caratterizza l’uomo
di Sant’Agata è l’arte. Penso a un gene che emerge (e senza interruzioni) dal
fondo greco della nostra cultura». Da lì è nata una rigenerazione artistica e
urbana che non è stata un abbellimento passeggero, ma una nuova forma di
“contratto sociale”: un patto fondato sulla partecipazione e sull’idea che la
bellezza potesse diventare collante, identità e responsabilità condivisa.
Festival, musei diffusi, residenze artistiche e progetti culturali hanno
rimesso in circolo energie nuove, spingendo i cittadini a diventare custodi
attivi del proprio territorio. Così Sant’Agata è diventato un vero museo a
cielo aperto, visitato da migliaia di persone. Non era affatto scontato vedere
una coppia arrivare da Bolzano per trascorrere qui l’inverno in smart working,
né assistere alla nascita di nuove attività o alla creazione di un progetto di
albergo diffuso avviato da un architetto santagatese che vive a Torino. Questa
esperienza ci ha dimostrato che i piccoli paesi non sono condannati: serve una
cittadinanza che non aspetta, ma immagina e costruisce. Il messaggio che nasce
da Sant’Agata è semplice: se è possibile qui, è possibile ovunque.
2.
Dal 2017 promuove il Festival “Stratificazioni”. Qual è un momento a cui si
sente particolarmente legato?
Il
Festival Stratificazioni, nato nel 2017, già nel nome racchiude la sua
identità: non solo il richiamo a Saverio Strati, ma le stratificazioni della
nostra cultura – musica, teatro, letteratura, storia. Negli anni, nel nostro
paese si sono esibiti artisti come Lodo Guenzi, Luca Ward, Michele Placido,
Alexia, Karima, Mietta, Peppe Servillo, Javier Girotto, Modena City Ramblers,
Peppe Voltarelli, Fabio Nirta, Rashmi Bhatt, Manuela Cricelli, Paolo Sofia,
Mimmo Cavallaro, Antonio Tallura, Nour Eddine Fatty e tanti altri, soprattutto
calabresi, che meriterebbero maggiore attenzione. E poi gli scrittori, sempre
generosi e disponibili, che hanno dimostrato di assomigliare davvero a ciò che
scrivono e raccontano. Uno dei momenti più intensi è stato Stratificazioni 2020: sei ore di musica dal tramonto alla notte, con centinaia di giovani
seduti sulle rocce di Campolico. Anche il Convegno del Centenario di Saverio
Strati, con studiosi e istituzioni, ha segnato un punto altissimo nella
consapevolezza culturale del territorio.
3.
L’amministrazione ha realizzato un percorso artistico divenuto modello di
bellezza e memoria. Potrebbe raccontarci la storia dei murales?
All’inizio
abbiamo preso i romanzi di Saverio Strati e li abbiamo portati sulle pareti
delle case, trasformando il suo universo verbale in materia urbana. Non per
decorare, ma per affermare che i luoghi parlano e che esiste una presenza umana
capace di raccontarsi attraverso l’arte. Prima dei murales, però, c’è stata la
parola: ricerche, memorie, storie recuperate. Poi i murales hanno dato forma
visiva a quelle storie. Per questo esiste un unico filo conduttore che unisce
il primo graffito – un semplice interruttore della luce – all’ultimo murale
nella parte alta del centro storico. I murales e le installazioni che oggi caratterizzano Sant’Agata del Bianco sono in gran parte opere di artisti santagatesi – Antonio Scarfone, Antonio Zappia, Andrea Sposari e Vincenzo
Baldissarro – che, attraverso il loro lavoro, hanno trasformato il paese in un
racconto a cielo aperto, costruito dall’interno e non calato dall’esterno.
Restituendo nome e memoria ai luoghi, la bellezza a Sant’Agata è diventata bene
comune. Con il tempo il paese ha accolto anche figure universali – Artemide,
Dante e Beatrice, la Ragazza afghana – intrecciando le radici locali con i
riferimenti globali. È il segno che la nostra identità dialoga con il mondo.
Rendere Sant’Agata del Bianco più bella – attraverso i colori dei murales, le
piazzette del centro storico ripensate per gli eventi, le installazioni
artistiche e la musica – ha significato accendere orgoglio e cura nei residenti
e, allo stesso tempo, creare una nuova attrazione per l’esterno. Anche la
musica ha avuto un ruolo importante, grazie all’impegno degli artisti
santagatesi Romano Scarfone e Francesco Romeo (che hanno recuperato centinaia
di versi dei poeti contadini). Chi arriva qui, che sia uno studente, un
viaggiatore o un anziano che torna al paese natale, percepisce subito che la
bellezza non è chiusa in teche: è ovunque, gratuita e contagiosa.
4.
Saverio Strati avrebbe compiuto 100 anni nel 2024. Quanto ha influito sulla
letteratura e la sua memoria è stata ferita in Calabria?
Saverio
Strati ci ha lasciato una vera e propria geografia morale, una lente attraverso
cui leggere il nostro mondo. La sua opera è tra le più significative del
Novecento: emigrazione, ingiustizia sociale, mutamenti antropologici, potere
politico e mafioso attraversano le sue pagine con lucidità e forza. In Calabria
si è spesso detto che sia stato dimenticato, ma oggi qualcosa sta cambiando. Il
Convegno del Centenario tenuto a Sant’Agata ha restituito Strati al dibattito
nazionale. Leggerlo oggi è un atto di resistenza: la sua lingua, asciutta e
potente, continua a parlare ai giovani e a ricordarci che dignità e memoria
possono diventare strumenti di trasformazione.
5.
Molti borghi calabresi si spopolano, ma Sant’Agata del Bianco resiste. Quale
narrazione avete avviato?
Le
cifre confermano ciò che la letteratura racconta dalla metà del Novecento: in
Calabria molti comuni hanno perso quasi metà della popolazione in pochi
decenni. Il paesaggio stesso ne soffre. Saverio Strati, tornando nel suo
Aspromonte alla fine degli anni ’70, descriveva la desolazione di colline un
tempo vive di voci e oggi silenziose: «È un paesaggio selvaggio che può
incantare un poeta; ma è anche un paesaggio che avvilisce l’uomo… una bellezza
nella desolazione che dà una sensazione di sfascio, che è dell’uomo, non della
natura». Secondo noi il futuro dei paesi passa dalla capacità di riconfigurare
l’esistente: non restaurare il passato, ma renderlo vivo. Restare significa
migliorare ogni giorno il proprio territorio e costruire narrazioni autentiche,
legate alla storia, alla cultura e alla complessità del luogo. Ovviamente, per
costruire un futuro servono servizi. L’analisi territoriale mette in luce la
straordinaria varietà delle aree interne italiane e la necessità di interventi
differenziati. Solo partendo dallo studio del territorio e dalla conoscenza
della sua storia culturale e antropologica è possibile avviare una
trasformazione concreta, un progetto a lungo termine, una visione capace di
costruire nuove vie – e non solo nuove strade – anche nelle realtà più
difficili e marginali. Questa rivoluzione dal basso ha però bisogno di
condizioni favorevoli: politiche nazionali coraggiose, investimenti mirati, una
burocrazia più snella, formazione per i talenti locali, incentivi per chi
decide di tornare. Il Sud e le aree interne devono diventare una priorità
nell’agenda nazionale, non un pensiero secondario. Servono fondi, certo, ma
soprattutto visione, perché senza visione ogni finanziamento rischia di
disperdersi. La letteratura, l’arte e la memoria ci forniscono le parole; la
passione civile e politica dovrebbe fornirci le azioni, non nuova propaganda.
6.
“Solo come la luna”. Perché questo titolo? Cosa vuole trasmettere ai giovani?
Il
titolo nasce da una frase di Saverio Strati che si trova nell’incipit del
romanzo Tutta una vita: «Sei stanco e avanti negli anni, sei solo come la luna, da
tempo ormai». Quando lessi quelle parole rimasi colpito dalla potenza poetica
dell’immagine. Strati, con il tempo, si sentiva lontano dai suoi luoghi e dalle
persone, un po’ come la luna che brilla solitaria nel cielo. Ma per me la luna
non è solo solitudine: è anche simbolo di memoria e di rinascita. Borges
parlava della luna come “specchio del tempo”: in quella luce fragile eppure
eterna c’è l’idea che il tempo passi, ma ritorni, e che nulla vada davvero
perduto se sappiamo ricordare. Viviamo in un’epoca frenetica, in cui tutto si
consuma e si dimentica. La luna, invece, ci ricorda che le cose essenziali
ritornano, se custodiamo la memoria. Nelle storie di Strati le vicende
marginali diventano universali, e la letteratura continua a dirci chi siamo.
Questo è ciò che vorrei trasmettere ai giovani: l’importanza di conoscere le
proprie radici, anche quelle più umili o dolorose, perché è lì che si trova la
forza per immaginare il domani. I giovani personaggi di Strati spesso non
vogliono assomigliare ai loro padri: hanno fame di conoscenza e desiderio di
cambiamento. Ai ragazzi dico: abbiate il coraggio di tracciare strade nuove
senza dimenticare da dove venite. Non abbiate paura di sentirvi “soli come la
luna” nelle vostre scelte controcorrente. A volte bisogna imparare a brillare
da soli, a tenere accesa la propria luce anche quando attorno è buio.
Non capita spesso che il sindaco di un
paese si incarichi di una riconoscente restituzione di pensiero a un cittadino
illustre, a lungo dimenticato. Domenico Stranieri lo ha fatto prima con
l’azione politica e amministrativa, riaprendo la casa di Saverio Strati,
ridando vita ai vicoli con la memoria dei suoi personaggi.
E oggi lo fa con un libro “Solo come la luna” (Rubbettino Editore), dove Sant’Agata del Bianco è la culla, l’humus,
della formidabile vita di uno scrittore contadino/muratore/appassionato
d’arte. La Calabria zappata da bracciante, cementata da muratore, studiata da
intellettuale.
Sepolto, come Corrado Alvaro, lontano da
casa, Strati ha avuto a lungo un rapporto difficile con il suo paese, e a un
certo punto, anche per motivi di salute, non ci è tornato più. Rimbombava la
solita domanda: «Ma alla fine, cos’ha fatto per noi?». Ha scritto, ed è la
migliore risposta. E se oggi andate a Sant’Agata, lo ritroverete in mille
forme: sono proprio quelle che Stranieri, da umanista e non da politico eletto
dal popolo, ha voluto raccontare. Di Strati ricordiamo spesso solo le ultime
puntate: il sostegno della Legge Bacchelli quando era finito in povertà, grazie
a una storica campagna stampa del Quotidiano.
Meno sappiamo degli anni luminosi, dei
suoi libri tradotti in tutto il mondo (33 anni con Mondadori), del suo
girovagare al Nord, fra Svizzera e Toscana, mantenendo sempre una fedeltà
critica a quel grumo di case sotto la grande montagna, che si affacciano sullo
Jonio. Un posto che ha dato i natali a intellettuali, poeti, compositori, per
motivi non spiegabili se non con quella frase di Pavese: «Un tempo qui la
civiltà era greca». E Stranieri, che è uno che parla con i figli dei figli, va
prima di tutto alla ricerca dei personaggi dei libri di Strati, che sono
esistiti. “L’uomo in fondo al pozzo” per esempio, è Giuseppe Minnici. Memoria
fenomenale, dava lezioni private gratis a chi le chiedeva, una fervida e
fragile mente turbata dalla schizofrenia. Ditemi se in ogni paese non c’è un
personaggio del genere. E poi Betta, “La Marchesina”. Si chiamava Vittoria
Palamara, gestiva insieme al marito una bottega a Casalnuovo «e si faceva
rispettare a dovere in un ambiente chiuso e maschilista come era quello di
allora ». C’è naturalmente anche l’amore: ma la più bella del paese a un certo
punto decide di non aspettare più il giovane Saverio, che grazie ai soldi di
uno zio d’America, il fratello della madre, riesce a prendere il diploma a
Catanzaro a 24 anni, e poi a frequentare l’università a Messina. Lei conserverà
sempre una lettera, e si incontreranno solo quarant’anni dopo, a un funerale. Lui
prende un’altra strada: allievo di Giacomo Debenedetti, si ferma a un passo
dalla laurea, quando il professore-faro viene estromesso dall’insegnamento. Strati
comincia allora a pubblicare al Nord, cristallizzando un mondo dove non ci sono
più le nonne che raccontano le favole, con una lingua che segue l’evoluzione
dei luoghi e dei personaggi. Riduce il dialetto al minimo, è ossessionato dalla
scrittura. «Ha vissuto solo per quello » dice Stranieri. E ricorda un racconto
del ’52 “Leo” riscritto la bellezza di sei volte. (Oggi viviamo i tempi in cui
un libro sul nuovo Papa esce una settimana dopo la fumata bianca).
Ma prima del “Campiello”, degli
sceneggiati, prima del matrimonio con la svizzera Hildegard, prima di quelle
sei settimane in testa alla classifica dei libri con “Il selvaggio di Santa
Venere (come un Cazzullo di oggi) c’è la vita di Sant’Agata fatta di stenti e
sogni. I calli alle mani gliela ricordano ogni momento: la sua opera è spesso un
incrocio fra vecchio e nuovo, la contrapposizione fra gli onesti e i disonesti,
i blocchi politici che oggi non esistono più. Lui ha visto le baracche e i
grattacieli, le matite spuntate e i primi computer. Strati è stato il figlio
che ha detto al padre che non bisogna essere onorati di essere servi. Ha
raccontato i democristiani e i comunisti, e quel sindacalista:se non lo
avessero ucciso, il paese non si sarebbe spopolato. Certe cose si vedono meglio
da lontano. “L’Aspromonte è bello come la Svizzera, solo che gli svizzeri lo
sanno, i calabresi no”. “C’erano dei bambini che giocavano come Tibi e Tàscia,
la differenza è che avevano le scarpe”.
Strati mantiene la memoria dei personaggi,
della loro fame. Poi li ritrova adulti, belli e cresciuti. Torna spesso in
paese, ma preferisce l’isolamento, frequenta casa di una delle due sorelle. Non
si spiega il livore degli altri scrittori calabresi. Sentite cosa scrive di lui
Fortunato Seminara: “Un piccolo borghese, nostalgico e qualunquista”. Lui si
sente offeso, non si spiega questo ignorarsi a vicenda - sono gli anni di
Repaci, La Cava - lui che in tempi lontani era andato da Alvaro a Caraffa del
Bianco a sottoporgli alcuni racconti. Confessa di non sentirsi libero, in quel
rito interminabile della visita ai parenti, appena arrivato. Di quei pranzi che
ben conosciamo “dove tutti si siedono come lupi affamati”. E anche qui torna -
per contrasto - la vita di prima: c’è stato un tempo in cui mangiavamo pane e
olive, ed era il massimo.
Strati è stato definito come “l’ultimo
neorealista sociale”, ma gli arrivano accuse per il finale di “Tibi e Tàscia”,
perché alla fine Tibi si salva da solo: non lo aiuta il sindacato né il partito
né la rivoluzione. Era dunque quel mondo un paradiso di ingiustizie? Un Sud
crudo, non si sente l’eco di una favola. Strati non ne sente nostalgia: anche
dopo la guerra, le passioni restano prigioniere dello spazio e del tempo.
C’erano donne che indossavano nella bara il primo paio di scarpe. Altre “che
avevano rughe così tirate da non poter sorridere” come scrisse Umberto Zanotti.
Condannate ai lavori più pesanti, ad andare a prendere l’acqua alla fontana.
Gelsominaie che si alzavano di notte, braccia che avevano la stessa forza dei
maschi, la stessa determinazione. Cicca che si uccide per non sposare un
mafioso. Donne silenziose che fanno in tempo a vedere la gioia dell’emancipazione.
Mariannina che lavora al Nord e porta gli amici in paese e mostra un altro
mondo fatto di amore dichiarato, “amore libero” inteso come una parolaccia,
fidanzati che parlano in un altro modo. Fino alla fine, Strati è guidato da una
“voce interna”, un fiume di parole, una lingua originale che Stranieri
registra: insalinito, loffio, maschiate sono termini entrati in una
lingua pura e celebrata, sciacquata nell’Arno, dove il dialetto è ridotto al
minimo.
E c’è ancora il tempo per il diario
inedito che lo scrittore ha tenuto fino all’ultimo giorno, ora nelle mani del
figlio. Avrà raccontato i giorni della decadenza e delle porte che si chiudono.
“Tu vali per quanto guadagni e per quanti ti vedono” scrive Strati,
fotografando le leggi dell’audience e del mercato. Il libro di Stranieri è un
invito a rendere pubbliche tutte quelle pagine, e a farlo nel posto dove tutto
è cominciato, fra la calce da impastare e un libro di Pinocchio: di sicuro
Sant’Agata ha pagato la sua colpa, Saverio Costantino Rocco Strati non è più
solo.