di Domenico Marcella — Treccani Magazine, Atlante, 8 luglio 2026
Il magazine Treccani dedica un’intervista a Sant’Agata del Bianco e al percorso culturale che, nel nome di Saverio Strati, ha trasformato il paese in uno spazio narrativo da attraversare.
Il dialogo tocca diversi temi:
il debito che la letteratura italiana ha ancora verso Strati, e il rischio che l’etichetta di “scrittore calabrese” diventi una gabbia;
Stratificazioni, nato come festival e diventato un lavoro di scavo nella memoria del luogo;
Solo come la luna (Rubbettino, 2025) e gli aspetti meno esplorati di uno scrittore;
la cultura come leva di credibilità per le aree interne, senza illusioni sui suoi limiti;
i murales come narrazioni visive in cui le radici locali dialogano con il mondo;
l’”amore civile” dei cittadini e degli artisti che lavorano per il paese senza chiedere nulla.
L’auspicio finale è che resti un’idea: che «un piccolo paese può decidere di non consegnarsi al declino».
“L’altro giorno – racconta il sindaco – ho ascoltato, senza volerlo, una
videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di
liceo”. Domenico Stranieri, 49 anni, da due mandati è primo cittadino di Sant’Agata del Bianco, un piccolo comune situato sulla collina aspromontana della Locride, in provincia di Reggio Calabria, che si staglia tra querce e ulivi secolari, tra
calanchi disperati e vigneti che promettono, davanti a un mare Ionio sempre blu
che abbandona le sue onde sulla battigia delle spiagge della vicina Bianco,
cittadina di pescatori e di produttori dell’omonimo passito “Greco” e del
bergamotto, l’oro verde della zona che tuttavia in oro non si trasforma mai,
non come ad altre latitudini hanno saputo fare con l’aceto, trasformandolo
prima in balsamico, poi in tradizionale e infine in prodotto protetto e miliardario.
Quando si sa fare squadra spesso si vince. Negli anni del suo doppio mandato
Stranieri ha fatto squadra con giovani amministratori e ha vinto. Ha
rivoluzionato il suo paese mettendo a nuovo e rivalutando le antiche radici
culturali, riqualificando quelle architettoniche e urbane — Sant’Agata è anche
Comunità energetica —, le usanze contadine e artigianali, le individualità
artistiche, i talenti talvolta sconosciuti di un luogo che è diventato in breve
tempo meta di pellegrinaggio di scolaresche provenienti da tutta Italia.
Turisti e
studenti desiderano conoscere il borgo anche durante i mesi più freddi e
piovosi, mentre ogni estate il paese ospita band e musicisti blasonati che
hanno creduto nel progetto del giovane sindaco. Sant’Agata del Bianco ora è un
museo a cielo aperto, un trionfo di murales, installazioni, citazioni,
sculture, ma lui assicura di non voler decorare il borgo: “Vogliamo riaccenderlo – sottolinea –.
Vivere in collina è veramente un modo diverso di guardare il mondo. Io sono
convinto che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è invisibile;
dai margini si vede e si legge meglio il mondo, c’è una leggibilità diversa del
mondo”.
Arrivano giovani e meno giovani, intere scolaresche provenienti
anche dalle regioni del Nord, soprattutto perché vogliono sapere di più dello
scrittore Saverio Strati, nato e cresciuto a Sant’Agata,
autore di romanzi importanti, tra cui “Il selvaggio di Santa Venere”,
edito da Mondadori, con cui vinse il Premio
Campiello nel 1977. Scrisse anche “Tibi e
Tàscia” e molti altri romanzi. Strati si trasferì infine a Scandicci,
in Toscana, dove morì nel 2014.
Il sindaco
Stranieri, una laurea in filosofia, ha dedicato buona parte della sua vita alla
scoperta e alla rivalutazione della figura di Saverio Strati, mandando alle
stampe il libro “Solo come la luna” (Rubbettino,
2025). Il libro, arricchito dalla prefazione di Giuseppe
Polimeni, professore ordinario di Storia
della lingua italiana all’Università degli Studi di Milano, è
stato definito da Monica Lanzillotta, docente di Letteratura
italiana contemporanea all’Università della Calabria,
“un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi
tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento
accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci”.
Da sindaco, lo scrittore Stranieri ha inoltre ideato il Festival
di Letteratura e Musica “Stratificazioni”, un’esperienza
culturale non solo celebrativa, ma viva e innovativa, capace di portare la
letteratura anche tra le rocce, i sentieri e la montagna di Sant’Agata del
Bianco.
I più anziani concittadini lo ricordano, i più giovani lo
scoprono, tutti lo amano. Di certo Strati manca dai libri di testo scolastici e
ben difficilmente a scuola si studiano le sue opere. Sorte analoga al suo
dirimpettaio Corrado Alvaro, lo scrittore calabrese di San Luca,
che qualche antologia delle superiori relega tra gli autori regionali, sebbene
Alvaro sia stato a tutti gli effetti uno scrittore di respiro europeo.
“Oggi i
ragazzi studiano anche così”, prosegue il sindaco. “Si
correggono – precisa poi –, commentano, ridono, si aiutano. A
guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di
imparare, più abituato al confronto. Per questo non bisogna dire che i ragazzi
di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche
migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo
di guardare la vita”.
E siamo alla stretta attualità, richiamata dalle polemiche
scaturite a seguito dell’emanazione delle nuove Indicazioni nazionali per i
licei. Una sessantina di docenti universitari ha firmato un appello con cui si
criticano con fermezza le indicazioni nazionali per l’insegnamento della
filosofia nelle scuole superiori. Tra le contestazioni, come abbiamo riferito, l’esclusione di
autori come Spinoza, Leibniz e Marx.
La lettera, destinata al Ministero dell’Istruzione e del Merito
e al governo, definisce le scelte contenute nei nuovi programmi come “molto
gravi”. A giudizio dei firmatari, la commissione guidata dalla pedagogista Loredana
Perla ha operato una “temeraria esclusione” di alcuni
giganti della tradizione filosofica moderna e contemporanea. Tra i casi
considerati più sconcertanti figurano l’assenza di Spinoza,
Leibniz e Marx, autori rappresentativi del razionalismo, del
materialismo e del pensiero critico. I docenti rilevano poi che, per quanto
riguarda i teorici del contratto sociale, le indicazioni suggeriscono di
scegliere “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau. Una scelta che, a loro
avviso, impedirebbe di approfondire le diverse opzioni alla base della
razionalità politica moderna.
Da parte
sua, la presidente Loredana Perla, ha voluto ringraziare i professori per le
loro riflessioni, precisando che il documento è stato diffuso in una fase di
“democratica consultazione”. Secondo Perla, “questo è il momento in cui sta avvenendo
una democratica consultazione, come chiedevano i prof, con tutte le persone
interessate alla migliore formulazione delle Indicazioni nazionali e ogni
contributo verrà tenuto in considerazione”. E ancora: “Sebbene
non siano menzionati i nomi di tutti i filosofi della storia del pensiero, e
come sarebbe possibile un elenco completo? Sono indicati i movimenti e le
correnti di cui essi fanno parte”.
Ma torniamo agli studenti e ai loro discorsi. “In quella
conversazione”, osserva il sindaco Stranieri, “due
ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello
più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza”. Già,
uno dei filosofi finiti nell’occhio del ciclone, assieme a Marx e ad altri.
Prosegue Stranieri: “Mi si è riacceso allora il ricordo di una ‘Storia
della filosofia’in cui Bertrand Russell scriveva che
Spinoza è ‘il più nobile e il più degno di amore dei grandi filosofi’e
aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, ‘dal
punto di vista etico è superiore a tutti’. Forse quei ragazzi, senza saperlo,
avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un
modo profondo e limpido di stare al mondo.
Mi è tornata in
mente anche una pagina de “Il miracolo Spinoza” di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza
abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non
faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito
di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più
importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che
possono cambiare una vita. Non è difficile capire perché. Spinoza non offre
consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare.
Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue
contraddizioni, come parte della natura e del mondo. Non a caso Albert Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio,
rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini
degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura.
Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a
parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone
paura, ma comprensione.
L’INTERVISTA
Sindaco
Domenico Stranieri, perché quella scena l’ha colpito così tanto?
Perché, come ho già scritto, dei ragazzi parlavano di filosofia
come di qualcosa che li riguardava davvero.
Eppure?
Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come
Marx, oggi più attuale che mai, non compare tra gli autori indicati nella bozza
delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara.
Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre
sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno
contestato la “temeraria esclusione” di autori come Spinoza, Marx, Fichte e
Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma
certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si
vuole costruire. Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in
certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla
scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade.
E non si accorgono che proprio da quelle strade, tortuose, difficili, poco
rassicuranti, un ragazzo può arrivare a capire meglio sé stesso e la vita.
Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.
Secondo lei
Marx oggi è più attuale che mai. È così?
Sì, ma bisogna intendersi. Marx non va trasformato in una
statua, né in una bandiera da sventolare per appartenenza ideologica. Sarebbe
il modo peggiore di leggerlo. Marx va attraversato, discusso, anche superato.
Però superare Marx, come ci ricorda Edgar Morin, non significa cancellarlo.
Significa andare oltre, conservando ciò che resta vivo nella sua forza critica,
che è ancora necessaria. Marx ci costringe a guardare ciò che spesso il
linguaggio pubblico tende a nascondere: lo sfruttamento, le disuguaglianze, il
rapporto tra lavoro e dignità, il potere economico che condiziona la politica,
la trasformazione dell’uomo in mezzo e non in fine. Mi viene in mente una frase
durissima di Almeida Garrett, riportata ne Il Quaderno di José
Saramago. Garrett si chiedeva se economisti, politici e moralisti avessero già
calcolato quanti uomini bisognasse condannare alla miseria, al lavoro
eccessivo, all’ignoranza, alla disgrazia, per produrre un ricco. È una domanda
dell’Ottocento, ma sembra scritta per il nostro tempo. Naturalmente il mondo di
oggi non è quello di Marx. Però la domanda rimane. Quante vite vengono
consumate per produrre ricchezza? Quanti ragazzi partono già svantaggiati?
Quante persone lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente? Quanti
territori vengono lasciati ai margini perché non abbastanza produttivi secondo
la logica del mercato?
Eppure il mercato è uno strumento, non un destino.
Quando diventa la grammatica generale della vita, tutto viene misurato in
termini di profitto, prestazione, consumo. E allora la scuola, la cultura, la
sanità, la dignità, perfino il tempo umano rischiano di essere valutati solo
per ciò che rendono. Ecco, Marx serve ancora perché ci impedisce di dire: le
cose stanno così e basta. Ci obbliga a chiederci chi paga il prezzo della
ricchezza, della crescita, di un certo benessere. Una scuola che rinuncia a
Marx rinuncia a consegnare ai ragazzi una delle grandi chiavi critiche per
leggere il presente.
Qual è
l’idea di scuola che il mondo degli adulti vuole costruire, secondo il suo
punto di vista?
Io temo che la scuola rischi di ridursi a una macchina
amministrativa che produce voti, prove, burocrazia e graduatorie. Una scuola
che misura, certifica, classifica, ma qualche volta dimentica di immaginare. E
di affascinare. Naturalmente servono metodo, valutazione, serietà. Non sto
dicendo il contrario. Però la scuola dovrebbe essere il luogo in cui un ragazzo
impara a leggere il mondo e, soprattutto, a vedere ciò che ancora non è del
tutto visibile. Oggi, mentre proviamo ad adattarci a un cambiamento, il mondo
accelera e cambia ancora. La tecnologia, l’intelligenza artificiale, il lavoro,
le relazioni, l’economia, la comunicazione: tutto si muove con una velocità
enorme. E noi, spesso, continuiamo a ragionare con categorie lente, separate,
vecchie. Ma perché siamo umani. Perché abbiamo bisogno di tempo per orientarci,
per dare un nome alle cose che accadono. Ecco perché la cultura può fare
moltissimo: crea consapevolezza. È già accaduto con l’ambiente. Lentamente si è
formata una cultura ecologica, fatta di libri, scuole, università,
associazioni, dibattiti, leggi, movimenti. Una nuova sensibilità collettiva.
Oggi dovremmo costruire qualcosa di simile davanti all’ecosistema tecnologico.
Non una paura della tecnica, ma una coscienza della tecnica. Non il rifiuto del
futuro, ma la capacità di abitarlo senza diventarne prigionieri. Heidegger
diceva che la cosa più inquietante non è il dominio della tecnica, ma il fatto
che l’uomo non sia preparato a questo mutamento radicale del mondo. Ecco, la
scuola dovrebbe preparare proprio a questo. Non solo al funzionamento delle
cose, ma al loro senso. Perché una società che sa soltanto calcolare rischia di
non sapere più giudicare.
In Italia abbiamo tante intelligenze individuali.
Quello che spesso manca è un’intelligenza di sistema. La scuola dovrebbe
insegnare a collegare i pezzi. A immaginare scenari. Invece tutti ci
affrettiamo a fare la mossa immediata. Quando ho ascoltato quei ragazzi parlare
di Spinoza, ho pensato proprio questo: la scuola funziona quando ciò che si
studia comincia a riguardare la vita. Quando un filosofo, un romanzo, una
pagina di storia o di scienza non restano materia da interrogazione, ma
diventano strumenti per capire sé stessi e il proprio tempo. La scuola non deve
preparare soltanto a rispondere bene. Deve insegnare a «vedere» meglio. Proprio
per questo abbiamo bisogno di una scuola più profonda, non più veloce e
superficiale.
Non solo
Spinoza e Marx, non solo filosofi. Tra gli autori sconosciuti ai libri di testo
e mai conosciuti dagli studenti ci sono i calabresi Corrado Alvaro e Saverio
Strati. Perché tanta distrazione secondo lei?
Perché per troppo tempo abbiamo confuso la periferia con il
periferico. Abbiamo pensato che ciò che nasceva lontano dai grandi centri fosse
automaticamente minore, locale, laterale. Invece spesso è proprio dai margini
che si vedono meglio le fratture di un Paese. Alvaro e Strati non sono
importanti perché calabresi. Sono importanti perché hanno visto cose che altri
non vedevano, o non volevano vedere: il rapporto tra povertà e destino, tra
lingua e potere, tra istruzione e libertà, tra emigrazione e identità, tra
dignità e fatica. La scuola dovrebbe far incontrare questi autori non per una
quota geografica, non perché bisogna studiare anche il Sud,
ma perché senza quelle pagine si capisce meno l’Italia. Alvaro, partendo
dall’Aspromonte, ha poi scritto dalle capitali europee. Aveva uno sguardo
moderno, inquieto, profondo. Strati, da Messina, da Firenze, dalla Svizzera, ha
raccontato tutti i Sud del mondo. Nei suoi libri i poveri pensano, soffrono,
desiderano, sbagliano, resistono. Hanno una voce.
Quando le scuole vengono a
Sant’Agata, i ragazzi capiscono subito questi messaggi. E questo è un fatto
importante. Anche perché Strati pone una questione che resta attuale: che
possibilità ha un ragazzo nato povero di non restare prigioniero della
condizione in cui è venuto al mondo? Non è un problema regionale. È una domanda
politica universale. Ma credo che, purtroppo, uno spirito di semplificazione
crescente stia invadendo ogni aspetto del pensare e della parola. Lo aveva
capito già Pasolini, che nel 1973 scriveva: “La letteratura è un vecchio valore
di cui il nuovo potere non sa più che farsene”.
Il borgo, ci ha ricordato il poeta e filosofo Giuliano Belloni,
è “un avamposto dove tutti gli abitanti parlano la stessa lingua, sentono la
stessa primavera che tu hai visto e fai memoria”. Un avamposto di relazioni,
quindi, prima ancora che un luogo geografico. Ma il destino dei borghi è
strettamente legato anche alla difesa delle piccole scuole. La realtà, spesso
sottovalutata, delle pluriclassi nasce dallo spopolamento, ma può diventare
anche una risorsa educativa se sostenuta con intelligenza, servizi e visione.
Quando, invece, la scuola viene percepita come fragile o marginale, molte
famiglie scelgono di trasferirsi nei comuni vicini. Si crea così un circolo
vizioso: partono le famiglie, si svuotano le scuole, le scuole chiudono, e con
esse si spegne una delle ultime luci del paese. Cosa possono e devono fare,
allora, le amministrazioni pubbliche per frenare questa deriva?
Forse bisognerebbe smettere di guardare la scuola soltanto
attraverso il numero degli iscritti. Capisco bene che servano organizzazione,
risorse, personale, sostenibilità. Ma ci sono luoghi in cui una scuola vale più
della somma dei suoi alunni. In un piccolo paese la scuola è un presidio
civile. È il segno che una comunità non si arrende. Quando chiude una scuola,
spesso comincia un processo psicologico prima ancora che demografico: le
famiglie pensano che lì non valga più la pena restare. E qui torna il tema
dell’uguaglianza sostanziale. La Repubblica non può limitarsi a dire che tutti
i cittadini sono uguali davanti alla legge. Deve creare le condizioni perché
quella uguaglianza diventi reale. Se in un territorio mancano scuole,
trasporti, asili, servizi, connessioni, opportunità, il diritto resta scritto
sulla carta ma non entra nella vita. Le piccole scuole, quindi, non vanno
difese solo con la nostalgia. Vanno ripensate. Possono diventare scuole aperte
al territorio, connesse digitalmente, capaci di lavorare in rete con altri
istituti, con biblioteche, laboratori, educazione ambientale, memoria locale,
cittadinanza attiva. Le pluriclassi, se sostenute bene, possono diventare anche
luoghi di apprendimento più cooperativo, più umano. Ma servono strumenti
adeguati e docenti messi nelle condizioni di lavorare davvero.
Le
amministrazioni pubbliche devono fare rete. Non possono affrontare da sole una
questione così delicata. Noi, insieme ai Comuni di Caraffa del Bianco e
Casignana, riusciamo ancora a mantenere la scuola dell’infanzia, la scuola
primaria e la scuola secondaria di primo grado. Ma dobbiamo dirlo con
chiarezza: se un giorno questo presidio dovesse chiudere perché mancano due o
tre alunni per raggiungere un numero stabilito da una tabella, allora non
verrebbe meno soltanto un servizio. Potrebbero chiudere anche tante case dei
nostri paesi. Senza una comunità educante tutto diventa più fragile. Il paese
diventa attesa, spostamenti continui, disagio quotidiano per le famiglie. Si
perde una parte essenziale della vita collettiva. Perché una scuola, in un
piccolo centro, non è solo un servizio ma un legame che tiene insieme le
generazioni. È il segno concreto che un domani, forse, è ancora possibile.
Nei giorni
scorsi lei ha ricordato che il futuro di tanti ragazzi non può essere
condizionato dalle condizioni sociali e che Saverio Strati ha scritto che ci
si può difendere dalle ingiustizie anche imparando a leggere e scrivere. Ne ha
parlato il giorno della commemorazione della nostra Repubblica alludendo al
romanzo di Strati La Marchesina. Strati lì descrive Sant’Agata come
un paese socialista. Ma poi anche questa speranza passa.
Nel libro La Marchesina, il 2 giugno 1946
non è solo una data istituzionale. È il momento in cui un paese povero,
contadino, abituato alla fatica e alla dipendenza, sente per un istante che la
storia può cambiare direzione. A Sant’Agata del Bianco la Repubblica vinse con
il 58,56 per cento dei voti. Strati consegna quel passaggio alla memoria
letteraria con una frase: “S. Agata Socialista!”. È il segno di una speranza
collettiva. Per i poveri, i contadini, gli operai, quella parola voleva dire
pane, dignità, giustizia, possibilità di riscatto.
In Noi
Lazzaroni, inoltre, un romanzo di Strati del 1972, c’è un momento
in cui la storia smette di essere soltanto racconto e diventa scena. E quella
scena è la piazza, dove, un tempo, parlavano i padroni. Discutere a voce alta
era un privilegio, quasi un segno di potere. Gli altri ascoltavano. Contadini e
operai erano esclusi non solo dalla ricchezza, ma anche dalla parola. Poi
qualcosa si rovescia. Gli operai cominciano a parlare animatamente, a voce
alta. È un gesto semplice, ma è già politico. Quella voce alta non è arroganza.
È coscienza. Questa trasformazione si sente ancora di più quando gli operai
tornati da tutti gli angoli d’Europa si sentono, per la prima volta,
protagonisti. La piazza cambia significato: non è più soltanto il luogo del
potere, ma diventa il luogo del riconoscimento. Dentro questa trasformazione
c’è anche un canto: Bandiera Rossa. Lo cantavano le
donne nei campi, lo fischiettavano i bambini, e pareva davvero che il mondo
fosse finito, almeno per un momento, nelle mani di chi non aveva mai avuto
nulla. Poi, certo, quella speranza passa. O almeno si consuma. Il canto
scompare. Al suo posto arrivano canzonette prive di senso. Non è soltanto un
cambiamento musicale. È un mutamento politico e umano: il passaggio da una
comunità che si riconosce a una comunità che si disperde.
Strati è grande anche
per questo. Non racconta soltanto l’entusiasmo. Racconta il dopo, la promessa
mancata, il dolore di una liberazione rimasta incompiuta. Per questo ho voluto
che quella frase, “S. Agata Socialista!”, entrasse nella Sala Consiliare del
Comune. Non per nostalgia e non per appartenenza ideologica. Ma perché quella
frase ricorda che la Repubblica, nei nostri paesi, nacque anche come attesa di
giustizia sociale. Non fu soltanto un cambio istituzionale. Fu, per molti
poveri, la speranza di non essere più condannati dalla nascita. E qui torna il
tema della scuola. Strati lo sapeva bene. Lui, figlio di muratore, ragazzo
costretto a lavorare, capì sulla propria pelle che leggere e scrivere potevano
diventare strumenti di difesa. Non bastano, certo. La cultura da sola non
abbatte le ingiustizie. Ma senza cultura gli ultimi restano più soli, più
esposti, più facilmente dominabili.
Strati è
stato un autodidatta. Mentre i suoi coetanei andavano a scuola lui spaccava le
pietre e posava i mattoni. Leggeva libri presi in prestito e non ha mai smesso
di studiare. “Il miracolo di questo muratore diventato scrittore è anche la
perseveranza di chi non si limita a raccontare storie ma inventa un linguaggio
ostinatamente fedele alla realtà dei personaggi”, si legge nella prefazione del
libro che lei ha scritto di recente, che poi è la biografia di Strati, il libro Solo
come la luna. C’è più rabbia o solitudine in questo titolo?
Ci sono entrambe. Ma non sono due sentimenti separati. In Strati
la solitudine diventa conoscenza. E la rabbia non si trasforma in odio. Diventa
denuncia, anche politica.Nel mio saggio parto dall’immagine della luna. Non la
luna delle favole o delle canzoni. La luna di Strati è uno specchio del tempo.
Non abbellisce il mondo. Lo guarda da lontano. È una luna silenziosa, antica,
che accompagna la fatica di portarsi dentro il proprio passato e la propria
terra. Solo
come la luna viene dall’incipit di Tutta una vita: “Sei stanco e
avanti negli anni. Sei solo come la luna, da tempo ormai”. Non è soltanto una
frase bella. È una condizione esistenziale. Strati, soprattutto nell’ultima
parte della sua vita, si sente distante dai luoghi e dalle persone. Ma proprio
come la luna continua a illuminare. Da lontano, ma diffonde una luce. La
rabbia, nei suoi libri, nasce dal vedere l’ingiustizia. La solitudine nasce dal
non accettare le finzioni consolatorie. In mezzo c’è la letteratura, che per
lui non è mai evasione. È una forma di verità.
Ecco perché il cuore del libro è
proprio il passaggio dalla vita alla letteratura. Strati parte da un mondo
reale: Sant’Agata, l’Aspromonte, i contadini, i muratori, gli emigranti, le
donne oppresse, i ragazzi inquieti, i lavoratori. Il mio lavoro prova a seguire
questo movimento: la persona reale che diventa personaggio, il dialetto che
diventa lingua letteraria, la rabbia che diventa coscienza, l’amore per la
propria terra che diventa anche denuncia dei suoi mali. Nel mio saggio provo a
spiegare che Strati non fu “il muratore diventato scrittore”, come se si
trattasse di una curiosità biografica. Il lavoro manuale gli diede una misura
del mondo. Gli insegnò la fatica, il peso delle cose, la precisione dei gesti,
la serietà della materia. Lui diceva che il mestiere non è saper mettere le
pietre, ma capire perché si mettono le pietre. Questa frase vale anche per la
sua scrittura. Strati non mette parole una dopo l’altra per mestiere esteriore.
Cerca il perché delle parole. Ogni parola deve avere una funzione, un peso, una
sua verità.
Torniamo a
Sant’Agata del Bianco. Lei ha detto che vivere in collina è un modo diverso di
guardare il mondo e che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è
invisibile. È così?
Sì, ma non vorrei che questa frase fosse letta in modo
romantico. I margini non sono belli perché sono margini. Spesso sono faticosi e
ingiusti. Ma dai margini vedi meglio certe cose perché ne porti il peso, perché
conosci la distanza tra ciò che viene promesso e ciò che accade davvero. Altro
che nuove proposte di legge sulle aree interne. Ogni giorno ci rendiamo conto
che un servizio pubblico non è una parola astratta. È la differenza tra restare
e partire. E capisci che una strada, una connessione, un medico, un autobus
possono decidere il destino di una famiglia. Insomma, dal centro, a volte, si
vedono le statistiche. Dai margini, invece, si vedono i volti e gli sguardi.
Purtroppo, per anni, una parte del discorso pubblico ha raccontato il Sud come
un luogo che riceve troppo, spreca e pretende. Ma questa narrazione spesso
serve a coprire una verità più scomoda: in molte aree del Mezzogiorno non sono
mai stati garantiti davvero gli stessi livelli di servizi, infrastrutture e
opportunità. Certo, gli sperperi di denaro pubblico, le cattive gestioni e le
responsabilità esistono e vanno combattuti. Ma non si può trasformare una
disuguaglianza storica in una colpa collettiva. Vivere in collina mi ha
insegnato l’etica della resistenza. E mi ha fatto capire che bisogna partire
sempre dalle conseguenze concrete delle decisioni. Ogni ritardo, ogni
inefficienza, ogni occasione perduta qui pesa di più, perché diventa sfiducia,
emigrazione e spopolamento. Per questo il Sud non ha bisogno di consolazioni
generiche. Ha bisogno di serietà e impegno. Forse dai margini si vede proprio
questo: che il futuro di un Paese non si decide soltanto dove tutto corre, ma
anche dove qualcosa rischia di spegnersi.
L’altro giorno ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo.
Oggi i ragazzi studiano anche così. Si correggono, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto.
Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita.
In quella conversazione, due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza.
Mi si è riacceso allora il ricordo di una Storia della filosofia in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è «il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi» e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, «dal punto di vista etico è superiore a tutti».
Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo.
Mi è tornata in mente anche una pagina de Il miracolo Spinoza di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita.
Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo.
Non a caso A. Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione.
Ecco perché quella scena mi ha colpito: dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.
Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx — oggi più attuale che mai — non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara. Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la «temeraria esclusione» di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire.
Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade — tortuose, difficili, poco rassicuranti — un ragazzo può arrivare a capire meglio se stesso e la vita.
Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.
Nel romanzo La Teda1,
l’incontro del lettore con la figura di Cicca avviene attraverso le
parole di Costanzo (uno dei muratori arrivati a Terrarossa per costruire
delle case popolari) che subito ne evidenzia la bellezza.
Costanzo tornò. Sedette e
si diede a mangiarsi il suo pezzo di pane, in silenzio. «Che, hai la femmina a
Terrarossa?» gli fece mastro Cosmo, per ischerzo. Costanzo rise, e disse che
era andato da Cicca a portarle una matassa di filo. Parlava sempre di Cicca,
lui, anche davanti a mia sorella. Diceva che Cicca era bella e buona d’animo; e
tante altre cose diceva di lei. Era scesa la notte; il cielo era luminoso,
infinito; e nel paese non c’era nessun segno di luce.» 2
Filippo, il giovane protagonista
del racconto (insieme allo stesso Costanzo, che sa leggere ed esorta i
lavoratori alla ribellione), lontano dal suo paese si sente libero e inizia a
fantasticare e desiderare le donne che incontra.
«Loro parlavano, ma io
davo ascolto alle voci che venivano dalla strada vicina. Lì c’era Cicca, mi
aveva detto Costanzo. Chi sa quanto era bella Cicca! L’avrei veduta domani, al
cantiere. Ma stasera me la andavo immaginando. Mi sorgeva una certa impazienza,
a sentirmi libero.»3
Nei primi romanzi di Strati,
l’elemento femminile è oppresso dalle ataviche leggi della società, dagli
«occhi» maliziosi della gente. I sentimenti sono limitati, rallentati, senza
futuro. Non si vive l’amore (ogni passione è prigioniera dello spazio e del
tempo). Esistono solo sguardi o incontri lesti e clandestini. Anche i sogni,
nelle donne, si spengono dopo l’infanzia4. Così Tàscia
resterà ingabbiata nel paese, e non riuscirà mai ad andare via, mentre Cicca,
la cui bellezza diventa una maledizione, per non sposare un mafioso, «un’anima
nera», preserva la sua purezza cercando la morte.
«La mia preoccupazione,
era pensare che Cicca si poteva ammazzare: anzi, che si ammazzava. Una ragazza
più bella della luna di gennaio, più bella del sole appena spunta.»5
La vita delle nostre donne
è sempre senza autonomia; è difficile perciò che nasca e si alimenti in esse un
amore di pura elezione, nutrito di simpatia e di comprensione reciproca.6
Di solito le donne povere
venivano sotterrate a piedi nudi. Gli uomini, anche questo è un problema degno
di esame, per quanto poveri fossero avevano sempre le scarpe. Un uomo scalzo
era inconcepibile. Le scarpe facevano parte della dignità maschile; le donne
che avevano le scarpe erano proprio rare. Le donne dunque a piedi nudi
nascevano, a piedi nudi vivevano e a piedi nudi venivano sepolte. Ma da quando
in paese si seppe che mia madre era abile a cucire pantofole con vecchia
stoffa, appena moriva una qualche contadina si presentava una qualche
caritatevole comare e le diceva: – per l’anima dei beati morti, cucite un paio
di sandali per la poveraccia che è morta. Non è giusto che si presenti a piedi
nudi davanti al Signore...7
Le donne sono silenziose o
serve, e spesso sono figure animate dalle fantasie erotiche dell’adolescente
narratore, dalle sue ansie ormonali che si mescolano ai discorsi degli adulti,
alternativa alla prepotenza dei seduttori per diritto, i cosiddetti «uomini
d’onore» disposti a tutto, e in realtà succubi di quella miscela di incoscienza
arcaica e istintività bestiale. L’amore selvaggio, l’affermazione del sé e del
maschile, il tormento delle donne, soffocate nel loro ruolo, insidiate, con
poco fiato, con poca voce e, se madri, potenti organi di maledizione, dicono di
un’altra pericolosa separazione, di un’altra isola nell’isola aspromontana, che
è quella della congiura fra i sessi. Fino al punto in cui sia in modo cauto che
deflagrante il femminile, anche nei romanzi di Strati, si prende la rivincita
storica, per di più mantenendo saldi i legami familiari, come vediamo in
quell’autentico capolavoro che è Il diavolaro (1979)8.
Mariannina, difatti, la nipote del
«diavolaro», è una ragazza ribelle che, a Torino, esce di casa correndo per
andare «alle assemblee, alle riunioni, alle manifestazioni, agli scioperi»9.
«Già fumava come un maschio, la
mocciosa. Che vergogna! Usciva anche sola. Che scandalo! Una ragazza così
giovane sola per le strade di una città così grande! Andava dai suoi amici;
tornava spesso in compagnia di amici e si chiudevano, maschi e femmine, nella
sua stanza e ascoltavano dischi che ti rintronavano la testa e fumavano che
dalla puzza non si poteva respirare. Una sera arriva con un compagno di studio
e senza manco arrossire, senza manco abbassare gli occhi dice davanti a tutti i
fratelli: quest’è il mio ragazzo. E i fratelli gli stringono la mano, a quel
sorcio spettinato e brutto. Lui l’avrebbe buttato dalla finestra, gli avrebbe
fatto saltare le scale tutte a una volta... E la libertina dopo due minuti se
lo porta di là in camera sua a fare chi sa che! Sta per esplodere; ma visto che
ci sono i fratelli che al posto d’incazzarsi sorridono, sono d’accordo... Si
lamentava però con Eleonora di questo strano, scandaloso comportamento di
Mariannina; ed Eleonora: papà, i ragazzi d’ora non sono come quelli dei tuoi
tempi; non sono scemi e stupidi come sono stata io.»10
Anche la Gretchen
de Il nodo, che ha lo stesso nome della donna stregata da Faust
nel capolavoro di Goethe11, è libera ed emancipata, capace di
affrontare da sola la vita metropolitana di una grande città. E figure moderne
sono ormai Gemma, Gina, Luisa o Miranda in Tutta
una vita e la Trice di Non si torna indietro.
«Avvertisti dentro il tuo
orecchio la voce di Gina che il giorno prima che morisse ti aveva parlato del
sito dell’anima. C’è stato mai qualcuno, filosofo, teologo, grande scienziato,
che sia stato capace di descrivere la forma dell’anima, il suo sito dentro il
nostro corpo?»12
«Dopo che mi fui seduto al
posto indicatomi, gli amici di Miranda ripresero a parlare dei loro studi, dei
loro esami, delle loro fatiche snervanti. Dissero che Miranda era stata
bravissima, la più brava di tutti, agli esami, e che ora le toccava prepararsi
per il concorso alla Scala.»13
Ma a Terrarossa tutto
questo è impensabile per Cicca, che si reca ogni giorno con il barile in
testa alla fontana per portare l’acqua ai muratori. Il suo fidanzato, Salvatore,
è partito per la guerra in Libia e da qualche tempo non arrivano sue notizie in
paese (ma di certo «il suo pensiero, se viveva, era rivolto a Cicca, che
gli volava dagli occhi, tanto bene le voleva»14). Così, un giovane
malavitoso prova a prendersi la ragazza con la forza.
«Respiravo meglio, ora che
ero solo. Camminai un po’ per la casa, poi mi feci alla porta. Passava la gnura
Assunta, tutta raccolta nelle sue vesti nere. Parlava con se stessa, a bassa
voce. Malediva certi disgraziati del paese che infelicitavano la sua vita e la
sua famiglia. “Che avete?” le chiesi. “Sciagura, sciagura della casa mia!”
prese a dire la gnura Assunta, fermandosi davanti alla mia porta. “Siamo
rovinati, mastro Filippo mio!” “Che vi è successo?” La donna si avvicinò a me,
abbassò ancora la voce e mi disse che avevano tentato di violentare Cicca, alla
montagna. “Cicca?! Chi?” feci. “Siamo pazzi, pazzi di dolore! E Cicca è morta,
figlia mia, morta di spavento! Ah, ah! Sventura, sventura!” gemeva e moveva la
testa, come se Cicca fosse morta davvero. “E chi è stato, e perché?” le chiesi
con ansia. “Il figlio dello Spezzacollo, maledetto sia lui e la sua razza!” “Il
figlio dello Spezzacollo? Il fratello del fidanzato di Carmela?” “Sì, lui, quel
delinquente”.»15
Qui Strati mette in
discussione l’idea secondo cui la vecchia mafia sarebbe stata rispettosa nei
confronti delle donne («Biasi diceva che quelli della malavita erano
uomini senza cervello. Ma intanto erano la peste del paese»)16. Enzo Ciconte ha
scritto un libro dal titolo emblematico, Mi riconobbe per ben due volte, dove
dimostra che in molti paesi calabresi, tra il 1814 e il 1975, «lo stupro appare
come un atto di prepotenza e di sopraffazione che esprime una volontà di potere
e di dominio dell’uomo sopra la donna»17. Si tratta di una ricerca che nasce
dallo studio delle carte giudiziarie. Ma quante donne, come Cicca, non
hanno esposto denuncia?18 Finanche rimanere vedove, in molti paesi,
diveniva una condizione di insicurezza. Per questo molte donne si sposavano una
seconda volta, senza amore.
«È da tanto che non ho
pace, da tanto!» disse Cicca, con lamento. «E, tra le lacrime e i singhiozzi,
raccontò: “È da ottobre che mi dà fastidio quell’anima nera. Un giorno,
mentr’ero a riempire il barile alla fontana, ti vedo questo dannato saltarmi
davanti, la scure al braccio ed il berretto di fianco. Mi dice che mi vuole
sposare e che gli dovevo dire presto cosa pensavo. ‘Ma io sono già fidanzata’
gli dico. ‘Io questo lo so meglio di te’ mi dice lui. ‘Ma non è possibile’ gli
dico io, e tremavo di paura. ‘Io ti ho detto quali sono le mie intenzioni’ mi
disse e se ne andò. Perciò non andai più alla fontana e volli rimanere al
cantiere a trasportare o pietra o calce”.»19
Cicca diventa vittima della
sottocultura (e del sottosviluppo economico) del contesto sociale e della
famiglia. Per la madre «parlare è un’arte molto leggera!» 20 se non si sa cosa si
patisce ad avere a che fare con certa gente (difatti, in montagna, avviene il
pestaggio del padre di Cicca e il furto delle uniche due mucche che
possedeva). La donna piange ogni giorno perché condannata al matrimonio
forzato. Si sente perseguitata ma sa di essere anche la causa dei problemi
della sua famiglia. È indifesa davanti alla vita ma nessuno prova davvero a
proteggerla. Sa che rivelare un tentativo di stupro patito significa «rendere
manifesta la propria vergogna, rendere di dominio pubblico il disonore»21.
«Pensai di andare da Cicca
e ci andai. Trovai le tre donne, pallide e tristi. Parevano le tre Marie. Capii
che Cicca aveva pianto molto, e mi sentivo già più male di prima. “Sedete!” mi
disse la gnura Assunta. Sedetti. Concetta lavorava ad una maglia, e Cicca stava
raccolta in se stessa, come se le fosse morta una persona molto cara; e la
gnura Assunta filava. Non trovavo da dire neppure mezza parola, ed il loro
silenzio mi spingeva a fantasticare. “Siamo pazze!” fece la gnura Assunta, dopo
un pezzo, mettendosi il fuso in grembo. “Come vanno le cose?” le chiesi. “Male,
male, mastro Filippo mio!” fece la gnura Assunta. “Quel maledetto ci minaccia
che, se non gli diciamo di sì, viene in casa e ci dà fuoco. E mia figlia non
può più andare fuori; e mia figlia ha perso la sua libertà, in questo paese di
porci. Mia figlia muore di dolore, mastro Filippo mio! Ah, ingrata sorte! Non
si può vivere a Terrarossa!” “Disgraziato e cieco!” esclamò Concetta. “E che
pensate di fare?” chiesi. La gnura Assunta si strinse nelle spalle. “Non lo
sappiamo neppure noi stesse!” fece. “Che ci possiamo fare? Accettare!”
“Accettare?!! E Salvatore?” feci sbalordito, e provavo una grande ira verso
quel delinquente che pretendeva Cicca a forza.»22
La pioggia cadeva
incessantemente a Terrarossa, dove «non si parlava che di Cicca. Forse
facevano anche la farsa, a carnevale, su di lei. Ma non era una farsa per
ridere... Certo!»23.
Bruno diceva che Cicca era
irriconoscibile, che non aveva il coraggio di farsi vedere dagli altri. Che
’Ngela24 e Concetta25 s’erano prese per i capelli, l’altra volta, alla fontana.
Ma oramai non c’era più nulla da fare: Cicca doveva essere di Michele, e basta.26
La
famiglia di Cicca cede ai ricatti di Michele che, addirittura,
anticipa la data del matrimonio. Ma, come in una macchinazione shakespeariana,
un telegramma di Salvatore accresce nella futura sposa la percezione del
dramma.
«Arrivò Bruno, di corsa.
Era bagnato. Sedette accanto al fuoco. “La sapete l’ultima?” disse. “Cioè?!”
fecero gli altri. “È arrivato un telegramma del fratello di ’Ngela. Era
indirizzato a Cicca. Dice che è arrivato in Sicilia e che verrà presto”. “Ah!”
esclamarono Costanzo e mastro Cola. Io non parlai. “Proprio oggi che Cicca deve
fare la compromessa” disse Costanzo. “È la mano del destino” disse mastro Cola.
M’incominciava a dominare una grande curiosità. Volevo essere da Cicca, per
sapere che pensava, per vedere che faceva, come si sentiva. Per sentire anche
quello che dicevano gli altri.».27
Intanto, in lontananza, si
sentono case crollare. È l’inizio dell’alluvione che sconvolgerà per sempre la
vita degli abitanti di Terrarossa. In questo scenario apocalittico, Cicca
si lancia dalla finestra. Il suo è un «volo» di liberazione per sfuggire a un
destino segnato dalla sopraffazione perenne, dalla calunnia e dalla violenza.28
La pioggia continua la sua opera di distruzione e la trama narrativa prosegue,
intrecciando l’interruzione di un’immobilità millenaria (quella di Terrarossa)
con la tragedia umana di Cicca.
«Un gran fracasso ci
scosse. “Un’altra casa è caduta!” facemmo. “Queste catapecchie non possono
resistere più a lungo!” disse Costanzo. “Tutta Terrarossa crollerà!” Un altro
grido, forsennato, straziante. “Ma che è successo?” ci chiedemmo, guardandoci
in faccia. Ci facemmo di nuovo alla porta. L’acqua faceva polvere, come si
dice, tanto fitta cadeva. “Cicca, Cicca, Cicca!” venne a noi. “Ma che è
successo?” ci chiedemmo di nuovo. Udivamo porte aprirsi e chiudersi. Qualcuno
attraversò la strada di sopra, in gran fretta. “S’è ammazzata, s’è ammazzata!”
gridava. “Cicca, Cicca, Cicca!” Presi una coperta, me la buttai sulla testa e
scappai. La piccola casa di Cicca era piena di gente. Tutti i vicini erano lì e
gridavano e piangevano e si strappavano i capelli. Arrivai presso il letto.
Cicca era violacea, gli occhi sbarrati e spenti. Dalla testa le scorreva sangue
sulle coperte. La gnura Assunta si strappava i capelli, come se fosse
impazzita. ’Ngela era sul letto, accanto a Cicca, e piangeva più di una
fontana. Il padre di Cicca e quello di ’Ngela erano al focolare, accasciati.
Michele non c’era e la teda ardeva e le donne gridavano; e Concetta sbatteva la
testa contro il muro e ci volevano quattro donne per frenarla. Arrivarono
Costanzo e mastro Cola. Non capivo niente, tanto ero stordito. Il pianto della
gnura Assunta commoveva anche le pietre. ‘Eravamo con la nostra pace, figlia
cara!’ ‘Cara davvero!’ ripeterono le donne. ‘E ti hanno ammazzata gli altri,
speranza mia perduta!’ ‘Gli altri, sciagurati!’ ‘Si è gettata dalla finestra
che si affaccia sullo strapiombo’ diceva Bruno a noialtri. ‘Ero qui con loro e
ad un tratto Cicca si alzò di scatto, aprì la finestra e si gettò a testa in
sotto, prima che noi ci rendessimo conto di quello che faceva’.»29
Cicca muore.30 È il suo modo di
disobbedire ai tabù che sono radicati in un mondo arcaico, come avviene ancora
oggi in tutti gli Stati dove l’individuo è privato di una sua identità, di una
speranza di vincere contro il sistema che l’opprime. 31 Eppure le cose non
restano immutate per sempre. E alla fine del romanzo anche Terrarossa, ormai
distrutta, «è di nuovo illuminata dal sole».32
Canzone
Note
1.
Elio Vittorini, in una lettera del 10 gennaio 1957 inviata a
Strati, esprime un giudizio positivo riguardo il romanzo La Teda, apprezzandone
l’allegro stupore e l’ingenua malinconia (vedi G. Neri, Saverio Strati. Dal
realismo poetico al realismo politico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, p.
58).
2.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 20.
3.
Ivi, p. 21.
4.
Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, per descrivere le
sofferenze e le fatiche di alcune donne di Africo che «vociferavano tutte
assieme» sullo spazio «dinanzi alla baracca del Municipio», scrive che avevano
«visi così tirati dalle rughe, dalle curve amare delle bocche, da rendere
impossibile ogni sorriso» (Tra la perduta gente, Rubbettino, Soveria Mannelli
2006, p. 116).
5.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
169.
6.
F. Perri, Emigranti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p.
126.
7.
Estratto dal discorso di Strati a Girifalco del 20 agosto
1989 (archivio Vito Caliò).
8.
L. Tassoni, Le essenzialità sublimi di Strati, in «Il
Quotidiano del Sud», 31 marzo 2024, pp. VIII-IX.
9.
S. Strati, Il diavolaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023,
p. 181.
10.
Ivi, p. 175.
11.
Nel Faust, Gretchen impazzirà e in carcere canterà dolorose
canzoni d’amore.
12.
S. Strati, Tutta una vita, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021,
p. 21.
13.
Ivi, p. 170.
14.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 45.
15.
Ivi, p. 138.
16.
Ivi, p. 124.
17.
E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello
stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria
2001, p. 14.
18.
Vedi V. Stranieri, I Don Rodrigo della vallata La Verde
(https://www.ecodellalocride.it/news/i-don-rodrigo-della-vallata-la-verde-di-enzo-stranieri/).
19.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
141.
20.
Ivi, p. 172.
21.
E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello
stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria
2001, p. 101.
22.
S. Strati, La Teda (Soveria M., Rubbettino, 2020) pp.
165-166.
23.
Ivi, p. 192.
24.
Sorella di Salvatore (fidanzato di Cicca).
25.
Sorella di Cicca.
26.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
213.
27.
Ivi, p. 215.
28.
Anche nel romanzo Emigranti, di Francesco Perri, Rosa Blèfari
a un certo punto «si trovò perduta» a causa dei tranelli della vita e siccome
«tutto le crollava intorno», per sfuggire alle voci calunniose della gente, «si
votò alla morte» e «si recò dietro la Timpa - un burrone scosceso, quasi a
picco, sul quale era elevato il paese...» (p. 130).
29.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp.
220-221.
30.
Oggi, per andare ad Africo vecchia (la «Terrarossa» di
Strati), salendo da Bova, si arriva in un tratto in cui la carreggiata si
restringe e si può ammirare un bellissimo panorama, laddove la parete rocciosa,
sotto gli archi che sorreggono elevata la strada, diventa un pendio. Questo
punto esatto è detto «passu da zita», e da secoli si narra che una fidanzata
(zita) si lanciò nel vuoto, come Cicca, per non sposare un uomo di cui non era
innamorata.
31.
Scrive Francesco Bevilacqua: «La Teda è una storia di miseria
sordida, di oppressione, di violenza, ma anche di dignità. È la dignità dei
poveri, dei diseredati, che accettano di vivere (e di morire) nonostante la
loro miseria». (Lettere Meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, p. 160).
32.
S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.
227.
(DocenteLetteratura italiana contemporanea UNICAL)
Il volume di Domenico Stranieri si presenta come
un’opera critica fondamentale nel panorama degli studi su Saverio Strati,
restituendo alla figura dello scrittore di Sant’Agata del Bianco quella
complessità e quella statura che una ricezione distratta ha finito per
offuscare. Arricchito da una densa prefazione di Giuseppe Polimeni, che già
nell’incipit coglie il cuore del metodo stratiano in quel «parlo con essi, per
delle ore» (p. 9) – dichiarazione che diventa filo conduttore dell’intero
saggio –, il libro di Stranieri si propone come un’indagine a tutto tondo,
capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia
culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo
vivo di pagine, memorie e voci.
La tesi che sostiene l’intero lavoro è chiara e
coraggiosa: Strati, troppo frettolosamente archiviato come epigono del
Neorealismo o come scrittore regionale, è in realtà un classico del Novecento,
la cui opera affonda le radici in un humus popolare e dialettale per farsi
specchio universale delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, dei suoi
sradicamenti, delle sue rabbie e dei suoi amori.
Il titolo stesso, Solo come la luna, lungi dall’essere
una semplice citazione – tratta dall’incipit dell’ultimo romanzo, Tutta una
vita –, agisce come una dichiarazione di poetica e insieme come una sintesi
icastica della condizione esistenziale e artistica di Strati. La luna, corpo
celeste che splende di luce riflessa, evoca la solitudine dell’intellettuale
calabrese, costretto a vivere lontano dalla propria terra, a Scandicci, ma
sempre «rivolto all’indietro» (p. 52), con lo sguardo fisso su un mondo che si
spopola e si perde. Ma la luna è anche l’astro che illumina senza scaldare,
metafora di una scrittura che non indulge al sentimentalismo né alla retorica
del lamento, e che invece analizza con lucidità e rigore le piaghe del
Mezzogiorno. Sottotitolo e immagine si fondono, così, in una perfetta
coincidentia oppositorum: la rabbia e l’amore, l’adesione viscerale al popolo e
la necessità della fuga, il realismo più crudo e la tensione metafisica che
percorre, come un brivido sotterraneo, le pagine migliori di Strati.
Stranieri costruisce il proprio discorso attraverso un
montaggio sapiente di fonti, che spaziano dalle lettere inedite ai documenti
d’archivio, dalle testimonianze orali raccolte sul campo alle varianti d’autore
dei romanzi. Il cuore pulsante del volume è costituito da alcune dichiarazioni
dello stesso Strati, che l’autore restituisce al lettore nella loro nuda
potenza. Su tutte, la lettera del 25 marzo 1954 all’amico Carmelo Filocamo, più
volte citata e commentata: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani
e la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà
Firenze a cancellarle né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri
contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni ordine e grado, di
ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi, per delle ore, per delle
settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso»
(p. 82). Questa pagina, che Polimeni nella prefazione accosta
significativamente alla Tragedia d’un personaggio di Pirandello (p. 10), rivela
il nucleo generativo dell’intera opera stratiana: i personaggi non sono
costruzioni intellettuali, ma entità autonome che premono dall’interno, che “si
offrono” e chiedono di essere narrati, in un processo che ha del misterioso e del
sacrale. Stranieri, con finezza ermeneutica, legge in questa dinamica
l’emergere del demone socratico, al quale dedica l’intero capitolo finale (pp.
189-93), mostrando come Strati fosse consapevole di obbedire a un’ispirazione
che lo trascendeva, a un «oracolo interiore» che lo guidava nelle scelte
decisive, persino nel passaggio dalla facoltà di medicina a quella di lettere
(cfr. p. 191).
L’attenzione per la genesi profonda della scrittura si
traduce, nel volume, in una serrata analisi del linguaggio stratiano, che
Stranieri definisce «lingua della chiarezza» (p. 114). Lungi dall’essere un
dialetto trascritto o un italiano dialettizzato, la lingua di Strati è il
risultato di un lavoro ostinato di cesello, che parte dal parlato popolare –
dai proverbi, dai modi di dire, dalle cadenze – per distillarne una sintassi
narrativa insieme piana e potentemente espressiva. Stranieri dimostra come questa
lingua si evolva con i personaggi e con i luoghi: arcaica e corale nei romanzi
ambientati nei paesi dell’Aspromonte, come La Teda o Il selvaggio di Santa
Venere; più mediata e introspettiva nelle opere che raccontano l’emigrazione e
lo sradicamento, come Noi Lazzaroni o Il nodo. E in questa evoluzione
linguistica l’autore coglie il riflesso di una trasformazione antropologica più
profonda: il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, dalla
staticità del paese al movimento della metropoli, dalla rassegnazione alla
ribellione. L’analisi degli incipit, condotta con rigore filologico (alle pp.
100-105), diventa, così, un vero e proprio saggio nel saggio: Stranieri mostra
come Strati, con pochi tratti, sia capace di gettare il lettore in medias res,
in un tempo già iniziato e in uno spazio già carico di destino. «Camminavamo da
più di quattr’ore per quelle brutte strade delle montagne di Terrarossa…» (p.
13) non è solo l’avvio di La Teda, ma l’ingresso in un mondo che è già tutto
movimento e fatica, attesa e speranza.
Uno dei contributi più originali del volume è l’opera
di scavo sui modelli reali dei personaggi stratiani. Stranieri, che è anche
sindaco di Sant’Agata del Bianco, e che quindi conosce dall’interno i luoghi e
le memorie del paese, intraprende un vero e proprio lavoro di archeologia della
memoria, rintracciando, dietro le figure letterarie, i volti e le storie di
uomini e donne realmente esistiti. Così, dietro l’indimenticabile protagonista
dell’Uomo in fondo al pozzo (1989) emerge la figura di Giuseppe Minnici, poeta
e intellettuale dalla mente «turbata dalla schizofrenia» (p. 83); dietro il
barone del Diavolaro (1979), le vicende del barone Nicola Franco, la cui
sfiducia politica lo portò a un isolamento e a una morte che il romanzo
trasfigura in epopea; dietro la donna Betta della Marchesina, la figura storica
di Vittoria Palamara, figlia di un marchese siciliano. Questo procedimento,
lungi dallo sminuire la forza inventiva di Strati, la radica in una concretezza
storica che è la fonte primaria della sua autenticità. I personaggi non sono
archetipi astratti, ma creature di carne e ossa, la cui sofferenza e la cui
rabbia sono state davvero vissute, e che proprio per questo possono parlare a
tutti gli uomini, oltre ogni barriera geografica e temporale. Come osserva
Stranieri, i contadini di Strati non sono solo contadini, ma rappresentano
universalmente gli uomini in lotta perenne per la dignità e il riscatto.
Particolarmente riuscita è l’analisi della figura
femminile nell’opera di Strati, che Stranieri segue in un arco evolutivo che va
dalla Tàscia di Tibi e Tàscia (1959), bambina «imprigionata» (p. 70) nel
destino del paese, alla Cicca della Teda, costretta al suicidio per sottrarsi a
un matrimonio imposto dalla violenza mafiosa, fino alla Mariannina del
Diavolaro, ragazza ribelle che a Torino frequenta assemblee e manifestazioni e
fuma «come un maschio» (p. 93). È il segno di un mutamento profondo, che Strati
registra con lucidità: la donna cessa di essere oggetto passivo del desiderio o
del sopruso, e diventa soggetto della propria storia, protagonista di quella
rivincita storica del femminile che mantiene saldi i legami familiari ma al
contempo li trasforma dall’interno. In questa attenzione alla complessità del
reale, alla dialettica tra antico e moderno, tra fedeltà e fuga, risiede una
delle cifre più profonde della modernità di Strati.
L’autore non elude le contraddizioni e le zone d’ombra
della biografia stratiana. Anzi, vi si sofferma con onestà intellettuale, a
partire dal rapporto conflittuale con la Calabria. Strati amava la propria
terra di un amore viscerale, ma ne conosceva anche i mali atavici: la «mancanza
di solidarietà», lo «spirito feroce di autodistruzione» (p. 54), l’incapacità
di fare gruppo e di gestire le risorse culturali. In un’intervista del 1989,
riportata da Stranieri, lo scrittore arriva a dire: «Se io ho avuto delle
“offese”, chiamiamole così, le ho avute dai calabresi, non da altri:
soprattutto nel mio lavoro di scrittore» (p. 54). E, tuttavia, proprio questo
amore offeso, questa rabbia impotente, diventa il motore di una denuncia che
non concede sconti a nessuno, e che si traduce in pagine di una potenza rara.
Ne è esempio l’analisi del barone che prende a calci i poveri contadini (cfr.
p. 177), o la descrizione della visita medica subita dagli emigranti in
Svizzera, con quel «dito in culo» (p. 65) che è l’emblema di un’umiliazione
sistemica e che Strati, in Noi Lazzaroni, restituisce con un realismo che
sconfina nell’allucinazione: «Mi sentii così umiliato e offeso che a quel porco
del medico stavo per dare una pedata sul ventre… Ma perché non ci avevano
permesso di scendere in piazza e di rompere tutto, di mettere fuoco al mondo,
per poi essere liberi di ricostruirlo a modo nostro?» (p. 65).
L’ultima parte del volume è dedicata alla passione di
Strati per l’arte, un aspetto finora poco indagato dalla critica. Stranieri
ricostruisce i rapporti dello scrittore con pittori come Silvio Loffredo,
Venturino Venturi, Renato Guttuso e Alba Dieni, e mostra come questa
frequentazione non sia marginale, ma entri a pieno titolo nella poetica
stratiana. L’arte, per Strati, è un atto conoscitivo, uno strumento per capire
il mondo e per esprimere ciò che le parole non possono dire. Nei suoi romanzi,
i personaggi artisti – come lo scultore Santo nel Diavolaro o il pittore
protagonista di Il visionario e il ciabattino – sono figure liminari, capaci di
vedere oltre la superficie delle cose, di «scoprire il segreto meccanismo della
mente» (p. 166). E in pagine memorabili, come quelle dedicate al Beato Angelico
nella Conca degli aranci o a Piero della Francesca in Tutta una vita, Strati
rivela una competenza e una sensibilità che lo pongono tra i grandi scrittori
d’arte del Novecento.
In conclusione, il lavoro di Domenico Stranieri è
molto più di una monografia: è un atto di giustizia critica e un invito
pressante a rileggere un’intera porzione della letteratura italiana del
Novecento. La sua pubblicazione nel 2025, a oltre un decennio dalla scomparsa
dello scrittore, segna forse l’inizio di una riscoperta di Saverio Strati. Ma è
anche, e forse soprattutto, un libro necessario per capire la Calabria, il Sud,
l’Italia. Perché, come Strati stesso aveva profetizzato nel 2009, «tra cinquant’anni,
quando uscirà il mio diario, i calabresi capiranno chi sono e il potenziale che
non sanno di avere» (p. 56). Solo come la luna ci avvicina a quel giorno,
restituendo a Strati la sua voce e il suo volto, e a noi lettori la possibilità
di ascoltare, finalmente, il battito profondo di una terra che non smette di
interrogare la storia.