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giovedì 2 aprile 2026

"SOLO COME LA LUNA" (Rubbettino, 2025): La recensione di MONICA LANZILLOTTA.

Recensione di Domenico Stranieri, “Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati” (Rubbettino, 2025)

di Monica Lanzillotta

Pubblicato sul sito DIACRITICA (CLICCA QUI)

                                                                                
Monica Lanzillotta (UNICAL)

Il volume di Domenico Stranieri si presenta come un’opera critica fondamentale nel panorama degli studi su Saverio Strati, restituendo alla figura dello scrittore di Sant’Agata del Bianco quella complessità e quella statura che una ricezione distratta ha finito per offuscare. Arricchito da una densa prefazione di Giuseppe Polimeni, che già nell’incipit coglie il cuore del metodo stratiano in quel «parlo con essi, per delle ore» (p. 9) – dichiarazione che diventa filo conduttore dell’intero saggio –, il libro di Stranieri si propone come un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci.

La tesi che sostiene l’intero lavoro è chiara e coraggiosa: Strati, troppo frettolosamente archiviato come epigono del Neorealismo o come scrittore regionale, è in realtà un classico del Novecento, la cui opera affonda le radici in un humus popolare e dialettale per farsi specchio universale delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, dei suoi sradicamenti, delle sue rabbie e dei suoi amori.

Il titolo stesso, Solo come la luna, lungi dall’essere una semplice citazione – tratta dall’incipit dell’ultimo romanzo, Tutta una vita –, agisce come una dichiarazione di poetica e insieme come una sintesi icastica della condizione esistenziale e artistica di Strati. La luna, corpo celeste che splende di luce riflessa, evoca la solitudine dell’intellettuale calabrese, costretto a vivere lontano dalla propria terra, a Scandicci, ma sempre «rivolto all’indietro» (p. 52), con lo sguardo fisso su un mondo che si spopola e si perde. Ma la luna è anche l’astro che illumina senza scaldare, metafora di una scrittura che non indulge al sentimentalismo né alla retorica del lamento, e che invece analizza con lucidità e rigore le piaghe del Mezzogiorno. Sottotitolo e immagine si fondono, così, in una perfetta coincidentia oppositorum: la rabbia e l’amore, l’adesione viscerale al popolo e la necessità della fuga, il realismo più crudo e la tensione metafisica che percorre, come un brivido sotterraneo, le pagine migliori di Strati.

Stranieri costruisce il proprio discorso attraverso un montaggio sapiente di fonti, che spaziano dalle lettere inedite ai documenti d’archivio, dalle testimonianze orali raccolte sul campo alle varianti d’autore dei romanzi. Il cuore pulsante del volume è costituito da alcune dichiarazioni dello stesso Strati, che l’autore restituisce al lettore nella loro nuda potenza. Su tutte, la lettera del 25 marzo 1954 all’amico Carmelo Filocamo, più volte citata e commentata: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà Firenze a cancellarle né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni ordine e grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi, per delle ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso» (p. 82). Questa pagina, che Polimeni nella prefazione accosta significativamente alla Tragedia d’un personaggio di Pirandello (p. 10), rivela il nucleo generativo dell’intera opera stratiana: i personaggi non sono costruzioni intellettuali, ma entità autonome che premono dall’interno, che “si offrono” e chiedono di essere narrati, in un processo che ha del misterioso e del sacrale. Stranieri, con finezza ermeneutica, legge in questa dinamica l’emergere del demone socratico, al quale dedica l’intero capitolo finale (pp. 189-93), mostrando come Strati fosse consapevole di obbedire a un’ispirazione che lo trascendeva, a un «oracolo interiore» che lo guidava nelle scelte decisive, persino nel passaggio dalla facoltà di medicina a quella di lettere (cfr. p. 191).

L’attenzione per la genesi profonda della scrittura si traduce, nel volume, in una serrata analisi del linguaggio stratiano, che Stranieri definisce «lingua della chiarezza» (p. 114). Lungi dall’essere un dialetto trascritto o un italiano dialettizzato, la lingua di Strati è il risultato di un lavoro ostinato di cesello, che parte dal parlato popolare – dai proverbi, dai modi di dire, dalle cadenze – per distillarne una sintassi narrativa insieme piana e potentemente espressiva. Stranieri dimostra come questa lingua si evolva con i personaggi e con i luoghi: arcaica e corale nei romanzi ambientati nei paesi dell’Aspromonte, come La Teda o Il selvaggio di Santa Venere; più mediata e introspettiva nelle opere che raccontano l’emigrazione e lo sradicamento, come Noi Lazzaroni o Il nodo. E in questa evoluzione linguistica l’autore coglie il riflesso di una trasformazione antropologica più profonda: il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, dalla staticità del paese al movimento della metropoli, dalla rassegnazione alla ribellione. L’analisi degli incipit, condotta con rigore filologico (alle pp. 100-105), diventa, così, un vero e proprio saggio nel saggio: Stranieri mostra come Strati, con pochi tratti, sia capace di gettare il lettore in medias res, in un tempo già iniziato e in uno spazio già carico di destino. «Camminavamo da più di quattr’ore per quelle brutte strade delle montagne di Terrarossa…» (p. 13) non è solo l’avvio di La Teda, ma l’ingresso in un mondo che è già tutto movimento e fatica, attesa e speranza.

Uno dei contributi più originali del volume è l’opera di scavo sui modelli reali dei personaggi stratiani. Stranieri, che è anche sindaco di Sant’Agata del Bianco, e che quindi conosce dall’interno i luoghi e le memorie del paese, intraprende un vero e proprio lavoro di archeologia della memoria, rintracciando, dietro le figure letterarie, i volti e le storie di uomini e donne realmente esistiti. Così, dietro l’indimenticabile protagonista dell’Uomo in fondo al pozzo (1989) emerge la figura di Giuseppe Minnici, poeta e intellettuale dalla mente «turbata dalla schizofrenia» (p. 83); dietro il barone del Diavolaro (1979), le vicende del barone Nicola Franco, la cui sfiducia politica lo portò a un isolamento e a una morte che il romanzo trasfigura in epopea; dietro la donna Betta della Marchesina, la figura storica di Vittoria Palamara, figlia di un marchese siciliano. Questo procedimento, lungi dallo sminuire la forza inventiva di Strati, la radica in una concretezza storica che è la fonte primaria della sua autenticità. I personaggi non sono archetipi astratti, ma creature di carne e ossa, la cui sofferenza e la cui rabbia sono state davvero vissute, e che proprio per questo possono parlare a tutti gli uomini, oltre ogni barriera geografica e temporale. Come osserva Stranieri, i contadini di Strati non sono solo contadini, ma rappresentano universalmente gli uomini in lotta perenne per la dignità e il riscatto.

Particolarmente riuscita è l’analisi della figura femminile nell’opera di Strati, che Stranieri segue in un arco evolutivo che va dalla Tàscia di Tibi e Tàscia (1959), bambina «imprigionata» (p. 70) nel destino del paese, alla Cicca della Teda, costretta al suicidio per sottrarsi a un matrimonio imposto dalla violenza mafiosa, fino alla Mariannina del Diavolaro, ragazza ribelle che a Torino frequenta assemblee e manifestazioni e fuma «come un maschio» (p. 93). È il segno di un mutamento profondo, che Strati registra con lucidità: la donna cessa di essere oggetto passivo del desiderio o del sopruso, e diventa soggetto della propria storia, protagonista di quella rivincita storica del femminile che mantiene saldi i legami familiari ma al contempo li trasforma dall’interno. In questa attenzione alla complessità del reale, alla dialettica tra antico e moderno, tra fedeltà e fuga, risiede una delle cifre più profonde della modernità di Strati.

L’autore non elude le contraddizioni e le zone d’ombra della biografia stratiana. Anzi, vi si sofferma con onestà intellettuale, a partire dal rapporto conflittuale con la Calabria. Strati amava la propria terra di un amore viscerale, ma ne conosceva anche i mali atavici: la «mancanza di solidarietà», lo «spirito feroce di autodistruzione» (p. 54), l’incapacità di fare gruppo e di gestire le risorse culturali. In un’intervista del 1989, riportata da Stranieri, lo scrittore arriva a dire: «Se io ho avuto delle “offese”, chiamiamole così, le ho avute dai calabresi, non da altri: soprattutto nel mio lavoro di scrittore» (p. 54). E, tuttavia, proprio questo amore offeso, questa rabbia impotente, diventa il motore di una denuncia che non concede sconti a nessuno, e che si traduce in pagine di una potenza rara. Ne è esempio l’analisi del barone che prende a calci i poveri contadini (cfr. p. 177), o la descrizione della visita medica subita dagli emigranti in Svizzera, con quel «dito in culo» (p. 65) che è l’emblema di un’umiliazione sistemica e che Strati, in Noi Lazzaroni, restituisce con un realismo che sconfina nell’allucinazione: «Mi sentii così umiliato e offeso che a quel porco del medico stavo per dare una pedata sul ventre… Ma perché non ci avevano permesso di scendere in piazza e di rompere tutto, di mettere fuoco al mondo, per poi essere liberi di ricostruirlo a modo nostro?» (p. 65).

L’ultima parte del volume è dedicata alla passione di Strati per l’arte, un aspetto finora poco indagato dalla critica. Stranieri ricostruisce i rapporti dello scrittore con pittori come Silvio Loffredo, Venturino Venturi, Renato Guttuso e Alba Dieni, e mostra come questa frequentazione non sia marginale, ma entri a pieno titolo nella poetica stratiana. L’arte, per Strati, è un atto conoscitivo, uno strumento per capire il mondo e per esprimere ciò che le parole non possono dire. Nei suoi romanzi, i personaggi artisti – come lo scultore Santo nel Diavolaro o il pittore protagonista di Il visionario e il ciabattino – sono figure liminari, capaci di vedere oltre la superficie delle cose, di «scoprire il segreto meccanismo della mente» (p. 166). E in pagine memorabili, come quelle dedicate al Beato Angelico nella Conca degli aranci o a Piero della Francesca in Tutta una vita, Strati rivela una competenza e una sensibilità che lo pongono tra i grandi scrittori d’arte del Novecento.

In conclusione, il lavoro di Domenico Stranieri è molto più di una monografia: è un atto di giustizia critica e un invito pressante a rileggere un’intera porzione della letteratura italiana del Novecento. La sua pubblicazione nel 2025, a oltre un decennio dalla scomparsa dello scrittore, segna forse l’inizio di una riscoperta di Saverio Strati. Ma è anche, e forse soprattutto, un libro necessario per capire la Calabria, il Sud, l’Italia. Perché, come Strati stesso aveva profetizzato nel 2009, «tra cinquant’anni, quando uscirà il mio diario, i calabresi capiranno chi sono e il potenziale che non sanno di avere» (p. 56). Solo come la luna ci avvicina a quel giorno, restituendo a Strati la sua voce e il suo volto, e a noi lettori la possibilità di ascoltare, finalmente, il battito profondo di una terra che non smette di interrogare la storia.

 

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)


Servizio RAI



Matteo Cosenza (Giornalista)


lunedì 24 novembre 2025

Francesca A. Martino intervista Domenico Stranieri (23 Novembre 2025)

L’eredità di Strati: Sant’Agata del Bianco ridisegnata da un Sindaco-visionario. Rubrica: “Le storie positive” | DeliaPress.it

di Francesca Aleida Martino

Arroccato sulle pendici dell’Aspromonte, con lo Ionio che si apre all’orizzonte, c’è un piccolo borgo calabrese che ha scelto di sfidare l’abbandono con il linguaggio universale dell’arte: Sant’Agata del Bianco. Un tempo destinato a diventare l’ennesimo paese fantasma del Sud, oggi è un museo a cielo aperto, che pulsa di nuova vita. Quella, che fino a pochi anni fa era polvere, ora è tela. Le case non sono solo muri, ma pagine di un libro aperto sul mondo, costellate da murales, sculture e installazioni, che richiamano alla memoria lo scrittore Saverio Strati, nativo del luogo e le antiche leggende della Magna Grecia. Questo è il racconto di una tenacia ammirevole, un modello di rigenerazione urbana dove la cultura e la creatività sono diventate l’interruttore, per riaccendere la luce e la gioia di vivere in una comunità, che ha riscoperto la forza della propria identità.

A Sant’Agata del Bianco, l’arte non è solo un abbellimento, ma un vero e proprio piano di rinascita firmato da un giovane sindaco, Domenico Stranieri, giornalista pubblicista e blogger, che ha scelto i libri come strumento di governo. Il primo cittadino con un solido background letterario, ha trasformato l’oblio in opportunità, trasformando il borgo in un’incubatrice di creatività e memoria. Le sue strategie, che spaziano dal Festival “Stratificazioni”, dedicato all’illustre scrittore, all’inaugurazione del singolare Museo delle Cose Perdute, non sono semplici eventi, ma azioni concrete di rigenerazione urbana. Ogni vicolo, ogni facciata, è stata convertita in una tela o in una pagina, ispirata dai personaggi e dai racconti dell’autore calabrese, in particolare da Tibi e Tascia. Stranieri ha dimostrato che si può oltrepassare l’inerzia dello spopolamento, utilizzando la propria identità storica e letteraria per “caricare” il futuro, creando un modello di sviluppo dove la cultura non è un costo, ma la risorsa più preziosa. Ma, la luce, che oggi rischiara le vie di Sant’Agata non è solo quella dei lampioni, che potrebbero rappresentare una metafora, ovvero quella piccola, costante speranza, che non si spegne mai, il segnale che anche nel momento più buio, non siamo lasciati completamente soli.  E quando la nebbia si alza, trasformando i fasci luminosi in dischi d’oro lattiginoso, il lampione non è più solo una fonte di luce, ma un soggetto pittorico, un punto fermo che rende magico l’ambiente circostante. Assolve così la sua funzione più alta: non solo illuminare la strada, ma accendere l’immaginazione.

 Dunque, si tratta di un bagliore più antico e poetico, riflesso da un satellite celeste: la Luna. È qui, che nasce e si sviluppa l’idea dietro il titolo del libro “Solo come la luna”, scritto dal sindaco Domenico Stranieri, edito dalla casa editrice: “Rubbettino”, nella collana “Varia”, ed è una ricerca/biografia intellettuale sull’opera di Saverio Strati. Le pagine del volume rimandano all’essenziale, alla semplicità dell’essere, con tutte le sue contraddizioni, dubbi e verità assolute soggettive. Il titolo, che nasce dalla constatazione di Strati di sentirsi “solo come la luna” nella sua distanza dai luoghi natii, è stato qui riabilitato come un’ode alla forza interiore. Non solitudine, ma la capacità di brillare autonomamente, di resistere all’oblio. E allora in un’epoca dominata dal consumo, dall’effimero e dalla velocità, sembra che Sant’Agata del Bianco offra un rifugio sicuro, proponendo una filosofia semplice, ma radicale, ovvero di non provare paura di tracciare il proprio cammino, anche se questo potrebbe fare sentire la persona “soli come la luna” nelle scelte controcorrente. A volte, è necessario imparare a tenere accesa la propria luce, perfino quando tutto attorno è buio, proprio come i giovani personaggi di Strati che, pur provenendo dal Sud rurale, hanno sempre avuto una fame inestinguibile di conoscenza e cambiamento. Dunque, Sant’Agata del Bianco non celebra solo un autore, ma regala ai suoi giovani la metafora perfetta, per un futuro coraggioso: non è la solitudine a definirti, ma la tua capacità di resilienza e di illuminare il buio.



  Ecco di seguito l’intervista:

 

1. Dal giugno 2016 ricopre la carica di Sindaco di Sant’Agata del Bianco. Cos’è cambiato da allora?

Quando nel 2016 sono diventato sindaco, Sant’Agata del Bianco rischiava di scivolare lentamente nell’invisibilità, come tanti centri dell’entroterra. Abbiamo pertanto provato a compiere un gesto semplice ma radicale: reinventare il nostro mondo partendo da una frase di uno scrittore del luogo, Giuseppe Melina, che abbiamo installato all’entrata del paese: «Il segno che caratterizza l’uomo di Sant’Agata è l’arte. Penso a un gene che emerge (e senza interruzioni) dal fondo greco della nostra cultura». Da lì è nata una rigenerazione artistica e urbana che non è stata un abbellimento passeggero, ma una nuova forma di “contratto sociale”: un patto fondato sulla partecipazione e sull’idea che la bellezza potesse diventare collante, identità e responsabilità condivisa. Festival, musei diffusi, residenze artistiche e progetti culturali hanno rimesso in circolo energie nuove, spingendo i cittadini a diventare custodi attivi del proprio territorio. Così Sant’Agata è diventato un vero museo a cielo aperto, visitato da migliaia di persone. Non era affatto scontato vedere una coppia arrivare da Bolzano per trascorrere qui l’inverno in smart working, né assistere alla nascita di nuove attività o alla creazione di un progetto di albergo diffuso avviato da un architetto santagatese che vive a Torino. Questa esperienza ci ha dimostrato che i piccoli paesi non sono condannati: serve una cittadinanza che non aspetta, ma immagina e costruisce. Il messaggio che nasce da Sant’Agata è semplice: se è possibile qui, è possibile ovunque. 

 

2. Dal 2017 promuove il Festival “Stratificazioni”. Qual è un momento a cui si sente particolarmente legato?

Il Festival Stratificazioni, nato nel 2017, già nel nome racchiude la sua identità: non solo il richiamo a Saverio Strati, ma le stratificazioni della nostra cultura – musica, teatro, letteratura, storia. Negli anni, nel nostro paese si sono esibiti artisti come Lodo Guenzi, Luca Ward, Michele Placido, Alexia, Karima, Mietta, Peppe Servillo, Javier Girotto, Modena City Ramblers, Peppe Voltarelli, Fabio Nirta, Rashmi Bhatt, Manuela Cricelli, Paolo Sofia, Mimmo Cavallaro, Antonio Tallura, Nour Eddine Fatty e tanti altri, soprattutto calabresi, che meriterebbero maggiore attenzione. E poi gli scrittori, sempre generosi e disponibili, che hanno dimostrato di assomigliare davvero a ciò che scrivono e raccontano. Uno dei momenti più intensi è stato Stratificazioni 2020: sei ore di musica dal tramonto alla notte, con centinaia di giovani seduti sulle rocce di Campolico. Anche il Convegno del Centenario di Saverio Strati, con studiosi e istituzioni, ha segnato un punto altissimo nella consapevolezza culturale del territorio.

 

3. L’amministrazione ha realizzato un percorso artistico divenuto modello di bellezza e memoria. Potrebbe raccontarci la storia dei murales?

All’inizio abbiamo preso i romanzi di Saverio Strati e li abbiamo portati sulle pareti delle case, trasformando il suo universo verbale in materia urbana. Non per decorare, ma per affermare che i luoghi parlano e che esiste una presenza umana capace di raccontarsi attraverso l’arte. Prima dei murales, però, c’è stata la parola: ricerche, memorie, storie recuperate. Poi i murales hanno dato forma visiva a quelle storie. Per questo esiste un unico filo conduttore che unisce il primo graffito – un semplice interruttore della luce – all’ultimo murale nella parte alta del centro storico. I murales e le installazioni che oggi caratterizzano Sant’Agata del Bianco sono in gran parte opere di artisti santagatesi – Antonio Scarfone, Antonio Zappia, Andrea Sposari e Vincenzo Baldissarro – che, attraverso il loro lavoro, hanno trasformato il paese in un racconto a cielo aperto, costruito dall’interno e non calato dall’esterno. Restituendo nome e memoria ai luoghi, la bellezza a Sant’Agata è diventata bene comune. Con il tempo il paese ha accolto anche figure universali – Artemide, Dante e Beatrice, la Ragazza afghana – intrecciando le radici locali con i riferimenti globali. È il segno che la nostra identità dialoga con il mondo. Rendere Sant’Agata del Bianco più bella – attraverso i colori dei murales, le piazzette del centro storico ripensate per gli eventi, le installazioni artistiche e la musica – ha significato accendere orgoglio e cura nei residenti e, allo stesso tempo, creare una nuova attrazione per l’esterno. Anche la musica ha avuto un ruolo importante, grazie all’impegno degli artisti santagatesi Romano Scarfone e Francesco Romeo (che hanno recuperato centinaia di versi dei poeti contadini). Chi arriva qui, che sia uno studente, un viaggiatore o un anziano che torna al paese natale, percepisce subito che la bellezza non è chiusa in teche: è ovunque, gratuita e contagiosa.

 

4. Saverio Strati avrebbe compiuto 100 anni nel 2024. Quanto ha influito sulla letteratura e la sua memoria è stata ferita in Calabria?

Saverio Strati ci ha lasciato una vera e propria geografia morale, una lente attraverso cui leggere il nostro mondo. La sua opera è tra le più significative del Novecento: emigrazione, ingiustizia sociale, mutamenti antropologici, potere politico e mafioso attraversano le sue pagine con lucidità e forza. In Calabria si è spesso detto che sia stato dimenticato, ma oggi qualcosa sta cambiando. Il Convegno del Centenario tenuto a Sant’Agata ha restituito Strati al dibattito nazionale. Leggerlo oggi è un atto di resistenza: la sua lingua, asciutta e potente, continua a parlare ai giovani e a ricordarci che dignità e memoria possono diventare strumenti di trasformazione.    

 

5. Molti borghi calabresi si spopolano, ma Sant’Agata del Bianco resiste. Quale narrazione avete avviato?

Le cifre confermano ciò che la letteratura racconta dalla metà del Novecento: in Calabria molti comuni hanno perso quasi metà della popolazione in pochi decenni. Il paesaggio stesso ne soffre. Saverio Strati, tornando nel suo Aspromonte alla fine degli anni ’70, descriveva la desolazione di colline un tempo vive di voci e oggi silenziose: «È un paesaggio selvaggio che può incantare un poeta; ma è anche un paesaggio che avvilisce l’uomo… una bellezza nella desolazione che dà una sensazione di sfascio, che è dell’uomo, non della natura». Secondo noi il futuro dei paesi passa dalla capacità di riconfigurare l’esistente: non restaurare il passato, ma renderlo vivo. Restare significa migliorare ogni giorno il proprio territorio e costruire narrazioni autentiche, legate alla storia, alla cultura e alla complessità del luogo. Ovviamente, per costruire un futuro servono servizi. L’analisi territoriale mette in luce la straordinaria varietà delle aree interne italiane e la necessità di interventi differenziati. Solo partendo dallo studio del territorio e dalla conoscenza della sua storia culturale e antropologica è possibile avviare una trasformazione concreta, un progetto a lungo termine, una visione capace di costruire nuove vie – e non solo nuove strade – anche nelle realtà più difficili e marginali. Questa rivoluzione dal basso ha però bisogno di condizioni favorevoli: politiche nazionali coraggiose, investimenti mirati, una burocrazia più snella, formazione per i talenti locali, incentivi per chi decide di tornare. Il Sud e le aree interne devono diventare una priorità nell’agenda nazionale, non un pensiero secondario. Servono fondi, certo, ma soprattutto visione, perché senza visione ogni finanziamento rischia di disperdersi. La letteratura, l’arte e la memoria ci forniscono le parole; la passione civile e politica dovrebbe fornirci le azioni, non nuova propaganda.

 

6. “Solo come la luna”. Perché questo titolo? Cosa vuole trasmettere ai giovani?

Il titolo nasce da una frase di Saverio Strati che si trova nell’incipit del romanzo Tutta una vita: «Sei stanco e avanti negli anni, sei solo come la luna, da tempo ormai». Quando lessi quelle parole rimasi colpito dalla potenza poetica dell’immagine. Strati, con il tempo, si sentiva lontano dai suoi luoghi e dalle persone, un po’ come la luna che brilla solitaria nel cielo. Ma per me la luna non è solo solitudine: è anche simbolo di memoria e di rinascita. Borges parlava della luna come “specchio del tempo”: in quella luce fragile eppure eterna c’è l’idea che il tempo passi, ma ritorni, e che nulla vada davvero perduto se sappiamo ricordare. Viviamo in un’epoca frenetica, in cui tutto si consuma e si dimentica. La luna, invece, ci ricorda che le cose essenziali ritornano, se custodiamo la memoria. Nelle storie di Strati le vicende marginali diventano universali, e la letteratura continua a dirci chi siamo. Questo è ciò che vorrei trasmettere ai giovani: l’importanza di conoscere le proprie radici, anche quelle più umili o dolorose, perché è lì che si trova la forza per immaginare il domani. I giovani personaggi di Strati spesso non vogliono assomigliare ai loro padri: hanno fame di conoscenza e desiderio di cambiamento. Ai ragazzi dico: abbiate il coraggio di tracciare strade nuove senza dimenticare da dove venite. Non abbiate paura di sentirvi “soli come la luna” nelle vostre scelte controcorrente. A volte bisogna imparare a brillare da soli, a tenere accesa la propria luce anche quando attorno è buio.           













venerdì 30 maggio 2025

E il sindaco raccontò il piccolo mondo di Strati - di Giuseppe Smorto.

 Da "l' Altravoce - IL QUOTIDIANO" del 29.05.2025.




Non capita spesso che il sindaco di un paese si incarichi di una riconoscente restituzione di pensiero a un cittadino illustre, a lungo dimenticato. Domenico Stranieri lo ha fatto prima con l’azione politica e amministrativa, riaprendo la casa di Saverio Strati, ridando vita ai vicoli con la memoria dei suoi personaggi.

E oggi lo fa con un libro “Solo come la luna” (Rubbettino Editore), dove Sant’Agata del Bianco è la culla, l’humus, della formidabile vita di uno scrittore contadino/muratore/appassionato d’arte. La Calabria zappata da bracciante, cementata da muratore, studiata da intellettuale.

Sepolto, come Corrado Alvaro, lontano da casa, Strati ha avuto a lungo un rapporto difficile con il suo paese, e a un certo punto, anche per motivi di salute, non ci è tornato più. Rimbombava la solita domanda: «Ma alla fine, cos’ha fatto per noi?». Ha scritto, ed è la migliore risposta. E se oggi andate a Sant’Agata, lo ritroverete in mille forme: sono proprio quelle che Stranieri, da umanista e non da politico eletto dal popolo, ha voluto raccontare. Di Strati ricordiamo spesso solo le ultime puntate: il sostegno della Legge Bacchelli quando era finito in povertà, grazie a una storica campagna stampa del Quotidiano.

Meno sappiamo degli anni luminosi, dei suoi libri tradotti in tutto il mondo (33 anni con Mondadori), del suo girovagare al Nord, fra Svizzera e Toscana, mantenendo sempre una fedeltà critica a quel grumo di case sotto la grande montagna, che si affacciano sullo Jonio. Un posto che ha dato i natali a intellettuali, poeti, compositori, per motivi non spiegabili se non con quella frase di Pavese: «Un tempo qui la civiltà era greca». E Stranieri, che è uno che parla con i figli dei figli, va prima di tutto alla ricerca dei personaggi dei libri di Strati, che sono esistiti. “L’uomo in fondo al pozzo” per esempio, è Giuseppe Minnici. Memoria fenomenale, dava lezioni private gratis a chi le chiedeva, una fervida e fragile mente turbata dalla schizofrenia. Ditemi se in ogni paese non c’è un personaggio del genere. E poi Betta, “La Marchesina”. Si chiamava Vittoria Palamara, gestiva insieme al marito una bottega a Casalnuovo «e si faceva rispettare a dovere in un ambiente chiuso e maschilista come era quello di allora ». C’è naturalmente anche l’amore: ma la più bella del paese a un certo punto decide di non aspettare più il giovane Saverio, che grazie ai soldi di uno zio d’America, il fratello della madre, riesce a prendere il diploma a Catanzaro a 24 anni, e poi a frequentare l’università a Messina. Lei conserverà sempre una lettera, e si incontreranno solo quarant’anni dopo, a un funerale. Lui prende un’altra strada: allievo di Giacomo Debenedetti, si ferma a un passo dalla laurea, quando il professore-faro viene estromesso dall’insegnamento. Strati comincia allora a pubblicare al Nord, cristallizzando un mondo dove non ci sono più le nonne che raccontano le favole, con una lingua che segue l’evoluzione dei luoghi e dei personaggi. Riduce il dialetto al minimo, è ossessionato dalla scrittura. «Ha vissuto solo per quello » dice Stranieri. E ricorda un racconto del ’52 “Leo” riscritto la bellezza di sei volte. (Oggi viviamo i tempi in cui un libro sul nuovo Papa esce una settimana dopo la fumata bianca).

Ma prima del “Campiello”, degli sceneggiati, prima del matrimonio con la svizzera Hildegard, prima di quelle sei settimane in testa alla classifica dei libri con “Il selvaggio di Santa Venere (come un Cazzullo di oggi) c’è la vita di Sant’Agata fatta di stenti e sogni. I calli alle mani gliela ricordano ogni momento: la sua opera è spesso un incrocio fra vecchio e nuovo, la contrapposizione fra gli onesti e i disonesti, i blocchi politici che oggi non esistono più. Lui ha visto le baracche e i grattacieli, le matite spuntate e i primi computer. Strati è stato il figlio che ha detto al padre che non bisogna essere onorati di essere servi. Ha raccontato i democristiani e i comunisti, e quel sindacalista:se non lo avessero ucciso, il paese non si sarebbe spopolato. Certe cose si vedono meglio da lontano. “L’Aspromonte è bello come la Svizzera, solo che gli svizzeri lo sanno, i calabresi no”. “C’erano dei bambini che giocavano come Tibi e Tàscia, la differenza è che avevano le scarpe”.

Strati mantiene la memoria dei personaggi, della loro fame. Poi li ritrova adulti, belli e cresciuti. Torna spesso in paese, ma preferisce l’isolamento, frequenta casa di una delle due sorelle. Non si spiega il livore degli altri scrittori calabresi. Sentite cosa scrive di lui Fortunato Seminara: “Un piccolo borghese, nostalgico e qualunquista”. Lui si sente offeso, non si spiega questo ignorarsi a vicenda - sono gli anni di Repaci, La Cava - lui che in tempi lontani era andato da Alvaro a Caraffa del Bianco a sottoporgli alcuni racconti. Confessa di non sentirsi libero, in quel rito interminabile della visita ai parenti, appena arrivato. Di quei pranzi che ben conosciamo “dove tutti si siedono come lupi affamati”. E anche qui torna - per contrasto - la vita di prima: c’è stato un tempo in cui mangiavamo pane e olive, ed era il massimo.

Strati è stato definito come “l’ultimo neorealista sociale”, ma gli arrivano accuse per il finale di “Tibi e Tàscia”, perché alla fine Tibi si salva da solo: non lo aiuta il sindacato né il partito né la rivoluzione. Era dunque quel mondo un paradiso di ingiustizie? Un Sud crudo, non si sente l’eco di una favola. Strati non ne sente nostalgia: anche dopo la guerra, le passioni restano prigioniere dello spazio e del tempo. C’erano donne che indossavano nella bara il primo paio di scarpe. Altre “che avevano rughe così tirate da non poter sorridere” come scrisse Umberto Zanotti. Condannate ai lavori più pesanti, ad andare a prendere l’acqua alla fontana. Gelsominaie che si alzavano di notte, braccia che avevano la stessa forza dei maschi, la stessa determinazione. Cicca che si uccide per non sposare un mafioso. Donne silenziose che fanno in tempo a vedere la gioia dell’emancipazione. Mariannina che lavora al Nord e porta gli amici in paese e mostra un altro mondo fatto di amore dichiarato, “amore libero” inteso come una parolaccia, fidanzati che parlano in un altro modo. Fino alla fine, Strati è guidato da una “voce interna”, un fiume di parole, una lingua originale che Stranieri registra: insalinito, loffio, maschiate sono termini entrati in una lingua pura e celebrata, sciacquata nell’Arno, dove il dialetto è ridotto al minimo.

E c’è ancora il tempo per il diario inedito che lo scrittore ha tenuto fino all’ultimo giorno, ora nelle mani del figlio. Avrà raccontato i giorni della decadenza e delle porte che si chiudono. “Tu vali per quanto guadagni e per quanti ti vedono” scrive Strati, fotografando le leggi dell’audience e del mercato. Il libro di Stranieri è un invito a rendere pubbliche tutte quelle pagine, e a farlo nel posto dove tutto è cominciato, fra la calce da impastare e un libro di Pinocchio: di sicuro Sant’Agata ha pagato la sua colpa, Saverio Costantino Rocco Strati non è più solo.




Servizio RAI del 05.06.2025

venerdì 18 aprile 2025

SOLO COME LA LUNA: il saggio di Domenico Stranieri.

 

Il mio libro SOLO COME LA LUNA (Ed. Rubbettino) è finalmente disponibile, in libreria e online.

Si tratta di uno "scavo originale" dentro la vita e l’opera di Saverio Strati, ma anche dentro di noi: nel nostro modo di pensare, di parlare, di partire… e nel pensiero, sempre vivo, di tornare.

Difatti, attraverso lo sguardo di un grande scrittore possiamo capire chi siamo: tra luci e ombre, rabbia e amore, sentimenti profondi e storie dimenticate.

Nel testo troverete anche curiosità inedite, importanti studi critici e letterari, una certa "memoria del dolore", la voglia di cambiare le cose e scintille di poesia.

La prefazione è di Giuseppe Polimeni, professore ordinario di Linguistica italiana e Storia della lingua italiana presso l’Università degli Studi di Milano e membro dell'Accademia della Crusca.

▪︎ SOLO COME LA LUNA è stato presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino, giovedì 15 maggio, ore 19:00, Lingotto – Padiglione Oval, Spazio Calabria.



Salone del libro di Torino (15.05.2025)


SINOSSIUna ricerca rigorosa e originale che apre nuovi spunti di riflessione sulla vicenda umana e sull'opera di Saverio Strati. A cent'anni anni dalla nascita dello scrittore, Domenico Stranieri ci conduce in un particolare faccia a faccia con la letteratura in movimento di Strati. 

Il "miracolo" di questo muratore diventato scrittore è anche la perseveranza di chi non si limita a raccontare storie ma inventa un linguaggio ostinatamente fedele alla realtà dei personaggi. 

Nell'ultimo periodo, isolatosi a Scandicci, Strati sembra parlare a sé stesso nell'incipit del romanzo Tutta una vita: «Sei stanco e avanti negli anni. Sei solo come la luna, da tempo ormai». Un'esistenza, la sua, che ad un certo punto si posiziona distante dal mondo, staccata dai luoghi e dalle persone, eppure, proprio come la luna, non smette di guidare, con la sua luce continua, chi resta e chi parte.





Servizio RAI del 05.06.2025


domenica 26 maggio 2024

Vincenzo Baldissarro, l’artista che “libera” le figure dalla roccia


 Appunti sull'arte di Vincenzo Baldissarro

Sant'Agata del Bianco (RC)


Il mito di Sisifo

Si possono liberare dalla roccia: donne, uomini, sirene e miti? E creare un mondo dove ogni opera è la risposta a un "sentire"? Non è tanto una questione di precisione tecnica, ma è l'esplosione di una visione, di uno svelamento.

Ognuno di noi ha la propria sensibilità, unica e particolare, ma se pensiamo allo sguardo di un artista sappiamo che è illuminato da una potenza creativa capace di rompere il tempo e oltrepassarlo.

Vincenzo Baldissarro, artista “senza scuola” di Sant’Agata del Bianco, ha interiorizzato l'antica pazienza di osservare le cose trasformandole in un suo personale modo di percepire la materia. Ad un certo punto, in un angolo o una parete della roccia, sente o vede qualcosa. Inizia così a lavorare, a scavare, seguendo una spinta interna, eliminando tutto ciò che è superfluo, non necessario, per "liberare" una figura. 

L’arte per lui è un bisogno, un istinto, una rivelazione. È questa la forza che mi affascina di tutti i “senza scuola”, dai poeti contadini ai pittori. 

Anche lo scrittore Saverio Strati era rapito dalla fantasia, e dalla capacità di maneggiare l'essenza della forma, tipica dei tagliapietre e degli artigiani del suo paese.

Chi ha letto i libri di Strati ricorderà che nel romanzo “Il Diavolaro” (1979) don Santo, da giovane, realizzava delle sculture: 

Accende la luce e illumina il laboratorio dove negli ultimi anni si rifugiava, quando aveva allentato un poco l’attività di imprenditore edile, e vi lavorava per intiere giornate, specie d’inverno. Grossi massi di pietra scalpellata stanno là come resti di un tempo morto e sepolto. Ci sono figure che neanche ricordava più. Ah, quel cane! Un cane che sembra voglia uscire dalla pietra, liberarsi della pietra che lo contiene. Una bella testa di cane lupo con il petto proteso in avanti in uno slancio di corsa e le gambe anteriori appena abbozzate. Lo aveva fatto vedere a un ingegnere che s’intendeva d’arte. E quell’ingegnere là gli disse: ma voi, don Santo, siete un artista, altro che imprenditore. Un artista vero, autentico. Questo cane qua è molto bello. È un capolavoro. C’è in voi, don Santo, l’estro dell’artista, il fuoco sacro dell’arte. E ammirò le altre opere, e da quel giorno gli parlava con riguardo e stima anche lui, sia sul cantiere, sia al genio civile”.

Nel suo monolite in C.da Cernica, V. Baldissarro ha fatto "riemergere" le sirene dormienti (con il loro sonno “oracolare”), Sisifo ed il masso che è condannato a spingere per l'eternità, due amanti che si nascondono nell’angolo più segreto della roccia, una donna “velata”, un contadino che riposa, un cavallo, il piede di Polifemo, il mezzo busto di un guerriero greco, un suonatoreun uomo che prova a staccarsi dalla roccia (per allontanarsi da un dolore) stringendosi la nuca con le mani. Inoltre, all’interno di una piccola grotta, è raffigurato il complesso maestoso della Natività.

Vincenzo ha sempre pensato che la bellezza sia un valore non solo estetico ma soprattutto morale, e che alla fine possa aiutarci a mettere qualcosa a posto in questo strano mondo. Me lo ripete spesso, con i suoi occhi azzurri sinceri e sorridenti. E a me, ogni volta, piace pensare che, in fondo, sia vero.


DOMENICO STRANIERI


Gli amanti di V. Baldissarro


La prima opera che ha incuriosito molti visitatori è stata quella delle "Sirene dormienti":


Adesso, di Vincenzo Baldissarro si stanno occupando molti giornalisti e "viaggiatori/escursionisti".


Vincenzo Baldissarro

Per raggiungere le opere di Baldissarro cliccare > GOOGLE MAPS





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