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venerdì 12 giugno 2026

Orizzonte Scuola: INTERVISTA a Domenico Stranieri.

 


L’altro giorno – racconta il sindaco – ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo”. Domenico Stranieri, 49 anni, da due mandati è primo cittadino di Sant’Agata del Bianco, un piccolo comune situato sulla collina aspromontana della Locride, in provincia di Reggio Calabria, che si staglia tra querce e ulivi secolari, tra calanchi disperati e vigneti che promettono, davanti a un mare Ionio sempre blu che abbandona le sue onde sulla battigia delle spiagge della vicina Bianco, cittadina di pescatori e di produttori dell’omonimo passito “Greco” e del bergamotto, l’oro verde della zona che tuttavia in oro non si trasforma mai, non come ad altre latitudini hanno saputo fare con l’aceto, trasformandolo prima in balsamico, poi in tradizionale e infine in prodotto protetto e miliardario. 

Quando si sa fare squadra spesso si vince. Negli anni del suo doppio mandato Stranieri ha fatto squadra con giovani amministratori e ha vinto. Ha rivoluzionato il suo paese mettendo a nuovo e rivalutando le antiche radici culturali, riqualificando quelle architettoniche e urbane — Sant’Agata è anche Comunità energetica —, le usanze contadine e artigianali, le individualità artistiche, i talenti talvolta sconosciuti di un luogo che è diventato in breve tempo meta di pellegrinaggio di scolaresche provenienti da tutta Italia.

Turisti e studenti desiderano conoscere il borgo anche durante i mesi più freddi e piovosi, mentre ogni estate il paese ospita band e musicisti blasonati che hanno creduto nel progetto del giovane sindaco. Sant’Agata del Bianco ora è un museo a cielo aperto, un trionfo di murales, installazioni, citazioni, sculture, ma lui assicura di non voler decorare il borgo: “Vogliamo riaccenderlo – sottolinea –. Vivere in collina è veramente un modo diverso di guardare il mondo. Io sono convinto che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è invisibile; dai margini si vede e si legge meglio il mondo, c’è una leggibilità diversa del mondo”.

Arrivano giovani e meno giovani, intere scolaresche provenienti anche dalle regioni del Nord, soprattutto perché vogliono sapere di più dello scrittore Saverio Strati, nato e cresciuto a Sant’Agata, autore di romanzi importanti, tra cui “Il selvaggio di Santa Venere”, edito da Mondadori, con cui vinse il Premio Campiello nel 1977. Scrisse anche “Tibi e Tàscia” e molti altri romanzi. Strati si trasferì infine a Scandicci, in Toscana, dove morì nel 2014.

Il sindaco Stranieri, una laurea in filosofia, ha dedicato buona parte della sua vita alla scoperta e alla rivalutazione della figura di Saverio Strati, mandando alle stampe il libro “Solo come la luna” (Rubbettino, 2025). Il libro, arricchito dalla prefazione di Giuseppe Polimeni, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università degli Studi di Milano, è stato definito da Monica Lanzillotta, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università della Calabria, “un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci”.

Da sindaco, lo scrittore Stranieri ha inoltre ideato il Festival di Letteratura e Musica “Stratificazioni, un’esperienza culturale non solo celebrativa, ma viva e innovativa, capace di portare la letteratura anche tra le rocce, i sentieri e la montagna di Sant’Agata del Bianco.

I più anziani concittadini lo ricordano, i più giovani lo scoprono, tutti lo amano. Di certo Strati manca dai libri di testo scolastici e ben difficilmente a scuola si studiano le sue opere. Sorte analoga al suo dirimpettaio Corrado Alvaro, lo scrittore calabrese di San Luca, che qualche antologia delle superiori relega tra gli autori regionali, sebbene Alvaro sia stato a tutti gli effetti uno scrittore di respiro europeo.

Oggi i ragazzi studiano anche così”, prosegue il sindaco. “Si correggono – precisa poi –, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto. Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita”.

E siamo alla stretta attualità, richiamata dalle polemiche scaturite a seguito dell’emanazione delle nuove Indicazioni nazionali per i licei. Una sessantina di docenti universitari ha firmato un appello con cui si criticano con fermezza le indicazioni nazionali per l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori. Tra le contestazioni, come abbiamo riferito, l’esclusione di autori come Spinoza, Leibniz e Marx.

La lettera, destinata al Ministero dell’Istruzione e del Merito e al governo, definisce le scelte contenute nei nuovi programmi come “molto gravi”. A giudizio dei firmatari, la commissione guidata dalla pedagogista Loredana Perla ha operato una “temeraria esclusione” di alcuni giganti della tradizione filosofica moderna e contemporanea. Tra i casi considerati più sconcertanti figurano l’assenza di Spinoza, Leibniz e Marx, autori rappresentativi del razionalismo, del materialismo e del pensiero critico. I docenti rilevano poi che, per quanto riguarda i teorici del contratto sociale, le indicazioni suggeriscono di scegliere “almeno uno” tra Hobbes, Locke e Rousseau. Una scelta che, a loro avviso, impedirebbe di approfondire le diverse opzioni alla base della razionalità politica moderna.

Da parte sua, la presidente Loredana Perla, ha voluto ringraziare i professori per le loro riflessioni, precisando che il documento è stato diffuso in una fase di “democratica consultazione”. Secondo Perla, “questo è il momento in cui sta avvenendo una democratica consultazione, come chiedevano i prof, con tutte le persone interessate alla migliore formulazione delle Indicazioni nazionali e ogni contributo verrà tenuto in considerazione”. E ancora: “Sebbene non siano menzionati i nomi di tutti i filosofi della storia del pensiero, e come sarebbe possibile un elenco completo? Sono indicati i movimenti e le correnti di cui essi fanno parte”.

Ma torniamo agli studenti e ai loro discorsi. “In quella conversazione”, osserva il sindaco Stranieri, “due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza”. Già, uno dei filosofi finiti nell’occhio del ciclone, assieme a Marx e ad altri. Prosegue Stranieri: “Mi si è riacceso allora il ricordo di unaStoria della filosofia’ in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è ‘il più nobile e il più degno di amore dei grandi filosofi’ e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, ‘dal punto di vista etico è superiore a tutti’. Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo. 

Mi è tornata in mente anche una pagina de “Il miracolo Spinoza” di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita. Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo. Non a caso Albert Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione.

L’INTERVISTA

Sindaco Domenico Stranieri, perché quella scena l’ha colpito così tanto?

Perché, come ho già scritto, dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.

Eppure?

Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx, oggi più attuale che mai, non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro Valditara. Come ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la “temeraria esclusione” di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire. Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade, tortuose, difficili, poco rassicuranti, un ragazzo può arrivare a capire meglio sé stesso e la vita. Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.

Secondo lei Marx oggi è più attuale che mai. È così?

Sì, ma bisogna intendersi. Marx non va trasformato in una statua, né in una bandiera da sventolare per appartenenza ideologica. Sarebbe il modo peggiore di leggerlo. Marx va attraversato, discusso, anche superato. Però superare Marx, come ci ricorda Edgar Morin, non significa cancellarlo. Significa andare oltre, conservando ciò che resta vivo nella sua forza critica, che è ancora necessaria. Marx ci costringe a guardare ciò che spesso il linguaggio pubblico tende a nascondere: lo sfruttamento, le disuguaglianze, il rapporto tra lavoro e dignità, il potere economico che condiziona la politica, la trasformazione dell’uomo in mezzo e non in fine. Mi viene in mente una frase durissima di Almeida Garrett, riportata ne Il Quaderno di José Saramago. Garrett si chiedeva se economisti, politici e moralisti avessero già calcolato quanti uomini bisognasse condannare alla miseria, al lavoro eccessivo, all’ignoranza, alla disgrazia, per produrre un ricco. È una domanda dell’Ottocento, ma sembra scritta per il nostro tempo. Naturalmente il mondo di oggi non è quello di Marx. Però la domanda rimane. Quante vite vengono consumate per produrre ricchezza? Quanti ragazzi partono già svantaggiati? Quante persone lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente? Quanti territori vengono lasciati ai margini perché non abbastanza produttivi secondo la logica del mercato? 

Eppure il mercato è uno strumento, non un destino. Quando diventa la grammatica generale della vita, tutto viene misurato in termini di profitto, prestazione, consumo. E allora la scuola, la cultura, la sanità, la dignità, perfino il tempo umano rischiano di essere valutati solo per ciò che rendono. Ecco, Marx serve ancora perché ci impedisce di dire: le cose stanno così e basta. Ci obbliga a chiederci chi paga il prezzo della ricchezza, della crescita, di un certo benessere. Una scuola che rinuncia a Marx rinuncia a consegnare ai ragazzi una delle grandi chiavi critiche per leggere il presente.

Qual è l’idea di scuola che il mondo degli adulti vuole costruire, secondo il suo punto di vista?

Io temo che la scuola rischi di ridursi a una macchina amministrativa che produce voti, prove, burocrazia e graduatorie. Una scuola che misura, certifica, classifica, ma qualche volta dimentica di immaginare. E di affascinare. Naturalmente servono metodo, valutazione, serietà. Non sto dicendo il contrario. Però la scuola dovrebbe essere il luogo in cui un ragazzo impara a leggere il mondo e, soprattutto, a vedere ciò che ancora non è del tutto visibile. Oggi, mentre proviamo ad adattarci a un cambiamento, il mondo accelera e cambia ancora. La tecnologia, l’intelligenza artificiale, il lavoro, le relazioni, l’economia, la comunicazione: tutto si muove con una velocità enorme. E noi, spesso, continuiamo a ragionare con categorie lente, separate, vecchie. Ma perché siamo umani. Perché abbiamo bisogno di tempo per orientarci, per dare un nome alle cose che accadono. Ecco perché la cultura può fare moltissimo: crea consapevolezza. È già accaduto con l’ambiente. Lentamente si è formata una cultura ecologica, fatta di libri, scuole, università, associazioni, dibattiti, leggi, movimenti. Una nuova sensibilità collettiva. Oggi dovremmo costruire qualcosa di simile davanti all’ecosistema tecnologico. Non una paura della tecnica, ma una coscienza della tecnica. Non il rifiuto del futuro, ma la capacità di abitarlo senza diventarne prigionieri. Heidegger diceva che la cosa più inquietante non è il dominio della tecnica, ma il fatto che l’uomo non sia preparato a questo mutamento radicale del mondo. Ecco, la scuola dovrebbe preparare proprio a questo. Non solo al funzionamento delle cose, ma al loro senso. Perché una società che sa soltanto calcolare rischia di non sapere più giudicare. 

In Italia abbiamo tante intelligenze individuali. Quello che spesso manca è un’intelligenza di sistema. La scuola dovrebbe insegnare a collegare i pezzi. A immaginare scenari. Invece tutti ci affrettiamo a fare la mossa immediata. Quando ho ascoltato quei ragazzi parlare di Spinoza, ho pensato proprio questo: la scuola funziona quando ciò che si studia comincia a riguardare la vita. Quando un filosofo, un romanzo, una pagina di storia o di scienza non restano materia da interrogazione, ma diventano strumenti per capire sé stessi e il proprio tempo. La scuola non deve preparare soltanto a rispondere bene. Deve insegnare a «vedere» meglio. Proprio per questo abbiamo bisogno di una scuola più profonda, non più veloce e superficiale.

Non solo Spinoza e Marx, non solo filosofi. Tra gli autori sconosciuti ai libri di testo e mai conosciuti dagli studenti ci sono i calabresi Corrado Alvaro e Saverio Strati. Perché tanta distrazione secondo lei?

Perché per troppo tempo abbiamo confuso la periferia con il periferico. Abbiamo pensato che ciò che nasceva lontano dai grandi centri fosse automaticamente minore, locale, laterale. Invece spesso è proprio dai margini che si vedono meglio le fratture di un Paese. Alvaro e Strati non sono importanti perché calabresi. Sono importanti perché hanno visto cose che altri non vedevano, o non volevano vedere: il rapporto tra povertà e destino, tra lingua e potere, tra istruzione e libertà, tra emigrazione e identità, tra dignità e fatica. La scuola dovrebbe far incontrare questi autori non per una quota geografica, non perché bisogna studiare anche il Sud, ma perché senza quelle pagine si capisce meno l’Italia. Alvaro, partendo dall’Aspromonte, ha poi scritto dalle capitali europee. Aveva uno sguardo moderno, inquieto, profondo. Strati, da Messina, da Firenze, dalla Svizzera, ha raccontato tutti i Sud del mondo. Nei suoi libri i poveri pensano, soffrono, desiderano, sbagliano, resistono. Hanno una voce. 

Quando le scuole vengono a Sant’Agata, i ragazzi capiscono subito questi messaggi. E questo è un fatto importante. Anche perché Strati pone una questione che resta attuale: che possibilità ha un ragazzo nato povero di non restare prigioniero della condizione in cui è venuto al mondo? Non è un problema regionale. È una domanda politica universale. Ma credo che, purtroppo, uno spirito di semplificazione crescente stia invadendo ogni aspetto del pensare e della parola. Lo aveva capito già Pasolini, che nel 1973 scriveva: “La letteratura è un vecchio valore di cui il nuovo potere non sa più che farsene”.

Il borgo, ci ha ricordato il poeta e filosofo Giuliano Belloni, è “un avamposto dove tutti gli abitanti parlano la stessa lingua, sentono la stessa primavera che tu hai visto e fai memoria”. Un avamposto di relazioni, quindi, prima ancora che un luogo geografico. Ma il destino dei borghi è strettamente legato anche alla difesa delle piccole scuole. La realtà, spesso sottovalutata, delle pluriclassi nasce dallo spopolamento, ma può diventare anche una risorsa educativa se sostenuta con intelligenza, servizi e visione. Quando, invece, la scuola viene percepita come fragile o marginale, molte famiglie scelgono di trasferirsi nei comuni vicini. Si crea così un circolo vizioso: partono le famiglie, si svuotano le scuole, le scuole chiudono, e con esse si spegne una delle ultime luci del paese. Cosa possono e devono fare, allora, le amministrazioni pubbliche per frenare questa deriva?

Forse bisognerebbe smettere di guardare la scuola soltanto attraverso il numero degli iscritti. Capisco bene che servano organizzazione, risorse, personale, sostenibilità. Ma ci sono luoghi in cui una scuola vale più della somma dei suoi alunni. In un piccolo paese la scuola è un presidio civile. È il segno che una comunità non si arrende. Quando chiude una scuola, spesso comincia un processo psicologico prima ancora che demografico: le famiglie pensano che lì non valga più la pena restare. E qui torna il tema dell’uguaglianza sostanziale. La Repubblica non può limitarsi a dire che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Deve creare le condizioni perché quella uguaglianza diventi reale. Se in un territorio mancano scuole, trasporti, asili, servizi, connessioni, opportunità, il diritto resta scritto sulla carta ma non entra nella vita. Le piccole scuole, quindi, non vanno difese solo con la nostalgia. Vanno ripensate. Possono diventare scuole aperte al territorio, connesse digitalmente, capaci di lavorare in rete con altri istituti, con biblioteche, laboratori, educazione ambientale, memoria locale, cittadinanza attiva. Le pluriclassi, se sostenute bene, possono diventare anche luoghi di apprendimento più cooperativo, più umano. Ma servono strumenti adeguati e docenti messi nelle condizioni di lavorare davvero. 

Le amministrazioni pubbliche devono fare rete. Non possono affrontare da sole una questione così delicata. Noi, insieme ai Comuni di Caraffa del Bianco e Casignana, riusciamo ancora a mantenere la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado. Ma dobbiamo dirlo con chiarezza: se un giorno questo presidio dovesse chiudere perché mancano due o tre alunni per raggiungere un numero stabilito da una tabella, allora non verrebbe meno soltanto un servizio. Potrebbero chiudere anche tante case dei nostri paesi. Senza una comunità educante tutto diventa più fragile. Il paese diventa attesa, spostamenti continui, disagio quotidiano per le famiglie. Si perde una parte essenziale della vita collettiva. Perché una scuola, in un piccolo centro, non è solo un servizio ma un legame che tiene insieme le generazioni. È il segno concreto che un domani, forse, è ancora possibile.

Nei giorni scorsi lei ha ricordato che il futuro di tanti ragazzi non può essere condizionato dalle condizioni sociali e che Saverio Strati ha scritto che ci si può difendere dalle ingiustizie anche imparando a leggere e scrivere. Ne ha parlato il giorno della commemorazione della nostra Repubblica alludendo al romanzo di Strati La Marchesina. Strati lì descrive Sant’Agata come un paese socialista. Ma poi anche questa speranza passa.

Nel libro La Marchesina, il 2 giugno 1946 non è solo una data istituzionale. È il momento in cui un paese povero, contadino, abituato alla fatica e alla dipendenza, sente per un istante che la storia può cambiare direzione. A Sant’Agata del Bianco la Repubblica vinse con il 58,56 per cento dei voti. Strati consegna quel passaggio alla memoria letteraria con una frase: “S. Agata Socialista!”. È il segno di una speranza collettiva. Per i poveri, i contadini, gli operai, quella parola voleva dire pane, dignità, giustizia, possibilità di riscatto. 

In Noi Lazzaroni, inoltre, un romanzo di Strati del 1972, c’è un momento in cui la storia smette di essere soltanto racconto e diventa scena. E quella scena è la piazza, dove, un tempo, parlavano i padroni. Discutere a voce alta era un privilegio, quasi un segno di potere. Gli altri ascoltavano. Contadini e operai erano esclusi non solo dalla ricchezza, ma anche dalla parola. Poi qualcosa si rovescia. Gli operai cominciano a parlare animatamente, a voce alta. È un gesto semplice, ma è già politico. Quella voce alta non è arroganza. È coscienza. Questa trasformazione si sente ancora di più quando gli operai tornati da tutti gli angoli d’Europa si sentono, per la prima volta, protagonisti. La piazza cambia significato: non è più soltanto il luogo del potere, ma diventa il luogo del riconoscimento. Dentro questa trasformazione c’è anche un canto: Bandiera Rossa. Lo cantavano le donne nei campi, lo fischiettavano i bambini, e pareva davvero che il mondo fosse finito, almeno per un momento, nelle mani di chi non aveva mai avuto nulla. Poi, certo, quella speranza passa. O almeno si consuma. Il canto scompare. Al suo posto arrivano canzonette prive di senso. Non è soltanto un cambiamento musicale. È un mutamento politico e umano: il passaggio da una comunità che si riconosce a una comunità che si disperde. 

Strati è grande anche per questo. Non racconta soltanto l’entusiasmo. Racconta il dopo, la promessa mancata, il dolore di una liberazione rimasta incompiuta. Per questo ho voluto che quella frase, “S. Agata Socialista!”, entrasse nella Sala Consiliare del Comune. Non per nostalgia e non per appartenenza ideologica. Ma perché quella frase ricorda che la Repubblica, nei nostri paesi, nacque anche come attesa di giustizia sociale. Non fu soltanto un cambio istituzionale. Fu, per molti poveri, la speranza di non essere più condannati dalla nascita. E qui torna il tema della scuola. Strati lo sapeva bene. Lui, figlio di muratore, ragazzo costretto a lavorare, capì sulla propria pelle che leggere e scrivere potevano diventare strumenti di difesa. Non bastano, certo. La cultura da sola non abbatte le ingiustizie. Ma senza cultura gli ultimi restano più soli, più esposti, più facilmente dominabili.

Strati è stato un autodidatta. Mentre i suoi coetanei andavano a scuola lui spaccava le pietre e posava i mattoni. Leggeva libri presi in prestito e non ha mai smesso di studiare. “Il miracolo di questo muratore diventato scrittore è anche la perseveranza di chi non si limita a raccontare storie ma inventa un linguaggio ostinatamente fedele alla realtà dei personaggi”, si legge nella prefazione del libro che lei ha scritto di recente, che poi è la biografia di Strati, il libro Solo come la luna. C’è più rabbia o solitudine in questo titolo?

Ci sono entrambe. Ma non sono due sentimenti separati. In Strati la solitudine diventa conoscenza. E la rabbia non si trasforma in odio. Diventa denuncia, anche politica.Nel mio saggio parto dall’immagine della luna. Non la luna delle favole o delle canzoni. La luna di Strati è uno specchio del tempo. Non abbellisce il mondo. Lo guarda da lontano. È una luna silenziosa, antica, che accompagna la fatica di portarsi dentro il proprio passato e la propria terra. Solo come la luna viene dall’incipit di Tutta una vita: “Sei stanco e avanti negli anni. Sei solo come la luna, da tempo ormai”. Non è soltanto una frase bella. È una condizione esistenziale. Strati, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, si sente distante dai luoghi e dalle persone. Ma proprio come la luna continua a illuminare. Da lontano, ma diffonde una luce. La rabbia, nei suoi libri, nasce dal vedere l’ingiustizia. La solitudine nasce dal non accettare le finzioni consolatorie. In mezzo c’è la letteratura, che per lui non è mai evasione. È una forma di verità. 

Ecco perché il cuore del libro è proprio il passaggio dalla vita alla letteratura. Strati parte da un mondo reale: Sant’Agata, l’Aspromonte, i contadini, i muratori, gli emigranti, le donne oppresse, i ragazzi inquieti, i lavoratori. Il mio lavoro prova a seguire questo movimento: la persona reale che diventa personaggio, il dialetto che diventa lingua letteraria, la rabbia che diventa coscienza, l’amore per la propria terra che diventa anche denuncia dei suoi mali. Nel mio saggio provo a spiegare che Strati non fu “il muratore diventato scrittore”, come se si trattasse di una curiosità biografica. Il lavoro manuale gli diede una misura del mondo. Gli insegnò la fatica, il peso delle cose, la precisione dei gesti, la serietà della materia. Lui diceva che il mestiere non è saper mettere le pietre, ma capire perché si mettono le pietre. Questa frase vale anche per la sua scrittura. Strati non mette parole una dopo l’altra per mestiere esteriore. Cerca il perché delle parole. Ogni parola deve avere una funzione, un peso, una sua verità.

Torniamo a Sant’Agata del Bianco. Lei ha detto che vivere in collina è un modo diverso di guardare il mondo e che dai margini si vede meglio qualcosa che dal centro è invisibile. È così?

Sì, ma non vorrei che questa frase fosse letta in modo romantico. I margini non sono belli perché sono margini. Spesso sono faticosi e ingiusti. Ma dai margini vedi meglio certe cose perché ne porti il peso, perché conosci la distanza tra ciò che viene promesso e ciò che accade davvero. Altro che nuove proposte di legge sulle aree interne. Ogni giorno ci rendiamo conto che un servizio pubblico non è una parola astratta. È la differenza tra restare e partire. E capisci che una strada, una connessione, un medico, un autobus possono decidere il destino di una famiglia. Insomma, dal centro, a volte, si vedono le statistiche. Dai margini, invece, si vedono i volti e gli sguardi. 

Purtroppo, per anni, una parte del discorso pubblico ha raccontato il Sud come un luogo che riceve troppo, spreca e pretende. Ma questa narrazione spesso serve a coprire una verità più scomoda: in molte aree del Mezzogiorno non sono mai stati garantiti davvero gli stessi livelli di servizi, infrastrutture e opportunità. Certo, gli sperperi di denaro pubblico, le cattive gestioni e le responsabilità esistono e vanno combattuti. Ma non si può trasformare una disuguaglianza storica in una colpa collettiva. Vivere in collina mi ha insegnato l’etica della resistenza. E mi ha fatto capire che bisogna partire sempre dalle conseguenze concrete delle decisioni. Ogni ritardo, ogni inefficienza, ogni occasione perduta qui pesa di più, perché diventa sfiducia, emigrazione e spopolamento. Per questo il Sud non ha bisogno di consolazioni generiche. Ha bisogno di serietà e impegno. Forse dai margini si vede proprio questo: che il futuro di un Paese non si decide soltanto dove tutto corre, ma anche dove qualcosa rischia di spegnersi.

 

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Difesa del classico


giovedì 14 maggio 2026

Spinoza, Valditara e una videochiamata qualunque

L’altro giorno ho ascoltato, senza volerlo, una videochiamata tra quattro giovani studenti che frequentano il quarto anno di liceo.

Oggi i ragazzi studiano anche così. Si correggono, commentano, ridono, si aiutano. A guardarli bene, viene quasi il sospetto che abbiano trovato un modo diverso di imparare, più abituato al confronto.

Per questo non bisogna dire che i ragazzi di oggi sono peggiori di quelli di una volta. Per certi versi sono anche migliori: meno provinciali, meno prigionieri di certi tabù, più aperti nel modo di guardare la vita.


In quella conversazione, due ragazzi concordavano su una cosa: tra i filosofi studiati quest’anno, quello più vicino al loro modo di vedere la vita era Baruch Spinoza.

Mi si è riacceso allora il ricordo di una Storia della filosofia in cui Bertrand Russell scriveva che Spinoza è «il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi» e aggiungeva che, se altri possono averlo superato sul piano intellettuale, «dal punto di vista etico è superiore a tutti».

Forse quei ragazzi, senza saperlo, avevano intercettato proprio questo: non soltanto un sistema di pensiero, ma un modo profondo e limpido di stare al mondo.

Mi è tornata in mente anche una pagina de Il miracolo Spinoza di Frédéric Lenoir. Lenoir racconta di aver incontrato Spinoza abbastanza tardi. All’università, all’inizio degli anni Ottanta, Spinoza non faceva parte del programma ufficiale. Lo incrociò quasi per caso, nell’ambito di un corso di filosofia politica, e quell’incontro diventò poi uno dei più importanti della sua esistenza. Scrive che Spinoza è uno di quegli autori che possono cambiare una vita.

Non è difficile capire perché. Spinoza non offre consolazioni facili. Non invita a giudicare subito, a detestare, a semplificare. Invita a comprendere. A guardare l’uomo, le sue passioni, le sue paure, le sue contraddizioni, come parte della natura e del mondo. 

Non a caso A. Einstein, quando gli chiesero se credesse in Dio, rispose di credere nel Dio di Spinoza: non un Dio che interviene sui destini degli uomini, ma quello che si manifesta nell’armonia delle leggi della natura. Anche in quella frase c’è qualcosa che aiuta a capire perché Spinoza continui a parlare ai ragazzi: perché non chiede obbedienza, ma intelligenza; non impone paura, ma comprensione.

Ecco perché quella scena mi ha colpito: dei ragazzi parlavano di filosofia come di qualcosa che li riguardava davvero.

Eppure proprio Spinoza, insieme ad altri grandi filosofi come Marx — oggi più attuale che mai — non compare tra gli autori indicati nella bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei volute dal ministro ValditaraCome ha riportato il Corriere della Sera, oltre sessanta docenti ed ex docenti universitari, tra cui Massimo Cacciari, hanno contestato la «temeraria esclusione» di autori come Spinoza, Marx, Fichte e Schelling. È vero che la commissione parla di indicazioni non vincolanti, ma certe assenze non sono mai neutre. Dicono molto dell’idea di scuola che si vuole costruire.

Il guaio, allora, non sta nelle nuove generazioni. Sta in certi adulti che, quando hanno il potere di fare politica e di decidere sulla scuola, invece di allargare la mappa, cominciano col cancellare alcune strade. E non si accorgono che proprio da quelle strade — tortuose, difficili, poco rassicuranti — un ragazzo può arrivare a capire meglio se stesso e la vita.

Anche passando da Spinoza, durante una videochiamata qualunque.

giovedì 16 aprile 2026

IL VOLO DI CICCA

Capitolo estratto dal saggio "SOLO COME LA LUNA - Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati" (Rubbettino, 2025, pp. 91 - 99)

di Domenico Stranieri

Nel romanzo La Teda1, l’incontro del lettore con la figura di Cicca avviene attraverso le parole di Costanzo (uno dei muratori arrivati a Terrarossa per costruire delle case popolari) che subito ne evidenzia la bellezza.

Costanzo tornò. Sedette e si diede a mangiarsi il suo pezzo di pane, in silenzio. «Che, hai la femmina a Terrarossa?» gli fece mastro Cosmo, per ischerzo. Costanzo rise, e disse che era andato da Cicca a portarle una matassa di filo. Parlava sempre di Cicca, lui, anche davanti a mia sorella. Diceva che Cicca era bella e buona d’animo; e tante altre cose diceva di lei. Era scesa la notte; il cielo era luminoso, infinito; e nel paese non c’era nessun segno di luce.» 2


Filippo, il giovane protagonista del racconto (insieme allo stesso Costanzo, che sa leggere ed esorta i lavoratori alla ribellione), lontano dal suo paese si sente libero e inizia a fantasticare e desiderare le donne che incontra.

«Loro parlavano, ma io davo ascolto alle voci che venivano dalla strada vicina. Lì c’era Cicca, mi aveva detto Costanzo. Chi sa quanto era bella Cicca! L’avrei veduta domani, al cantiere. Ma stasera me la andavo immaginando. Mi sorgeva una certa impazienza, a sentirmi libero.»3

Nei primi romanzi di Strati, l’elemento femminile è oppresso dalle ataviche leggi della società, dagli «occhi» maliziosi della gente. I sentimenti sono limitati, rallentati, senza futuro. Non si vive l’amore (ogni passione è prigioniera dello spazio e del tempo). Esistono solo sguardi o incontri lesti e clandestini. Anche i sogni, nelle donne, si spengono dopo l’infanzia4. Così Tàscia resterà ingabbiata nel paese, e non riuscirà mai ad andare via, mentre Cicca, la cui bellezza diventa una maledizione, per non sposare un mafioso, «un’anima nera», preserva la sua purezza cercando la morte.

«La mia preoccupazione, era pensare che Cicca si poteva ammazzare: anzi, che si ammazzava. Una ragazza più bella della luna di gennaio, più bella del sole appena spunta5

La vita delle nostre donne è sempre senza autonomia; è difficile perciò che nasca e si alimenti in esse un amore di pura elezione, nutrito di simpatia e di comprensione reciproca.6

Di solito le donne povere venivano sotterrate a piedi nudi. Gli uomini, anche questo è un problema degno di esame, per quanto poveri fossero avevano sempre le scarpe. Un uomo scalzo era inconcepibile. Le scarpe facevano parte della dignità maschile; le donne che avevano le scarpe erano proprio rare. Le donne dunque a piedi nudi nascevano, a piedi nudi vivevano e a piedi nudi venivano sepolte. Ma da quando in paese si seppe che mia madre era abile a cucire pantofole con vecchia stoffa, appena moriva una qualche contadina si presentava una qualche caritatevole comare e le diceva: – per l’anima dei beati morti, cucite un paio di sandali per la poveraccia che è morta. Non è giusto che si presenti a piedi nudi davanti al Signore...7

Le donne sono silenziose o serve, e spesso sono figure animate dalle fantasie erotiche dell’adolescente narratore, dalle sue ansie ormonali che si mescolano ai discorsi degli adulti, alternativa alla prepotenza dei seduttori per diritto, i cosiddetti «uomini d’onore» disposti a tutto, e in realtà succubi di quella miscela di incoscienza arcaica e istintività bestiale. L’amore selvaggio, l’affermazione del sé e del maschile, il tormento delle donne, soffocate nel loro ruolo, insidiate, con poco fiato, con poca voce e, se madri, potenti organi di maledizione, dicono di un’altra pericolosa separazione, di un’altra isola nell’isola aspromontana, che è quella della congiura fra i sessi. Fino al punto in cui sia in modo cauto che deflagrante il femminile, anche nei romanzi di Strati, si prende la rivincita storica, per di più mantenendo saldi i legami familiari, come vediamo in quell’autentico capolavoro che è Il diavolaro (1979)8.

Mariannina, difatti, la nipote del «diavolaro», è una ragazza ribelle che, a Torino, esce di casa correndo per andare «alle assemblee, alle riunioni, alle manifestazioni, agli scioperi»9.

«Già fumava come un maschio, la mocciosa. Che vergogna! Usciva anche sola. Che scandalo! Una ragazza così giovane sola per le strade di una città così grande! Andava dai suoi amici; tornava spesso in compagnia di amici e si chiudevano, maschi e femmine, nella sua stanza e ascoltavano dischi che ti rintronavano la testa e fumavano che dalla puzza non si poteva respirare. Una sera arriva con un compagno di studio e senza manco arrossire, senza manco abbassare gli occhi dice davanti a tutti i fratelli: quest’è il mio ragazzo. E i fratelli gli stringono la mano, a quel sorcio spettinato e brutto. Lui l’avrebbe buttato dalla finestra, gli avrebbe fatto saltare le scale tutte a una volta... E la libertina dopo due minuti se lo porta di là in camera sua a fare chi sa che! Sta per esplodere; ma visto che ci sono i fratelli che al posto d’incazzarsi sorridono, sono d’accordo... Si lamentava però con Eleonora di questo strano, scandaloso comportamento di Mariannina; ed Eleonora: papà, i ragazzi d’ora non sono come quelli dei tuoi tempi; non sono scemi e stupidi come sono stata io.»10

Anche la Gretchen de Il nodo, che ha lo stesso nome della donna stregata da Faust nel capolavoro di Goethe11, è libera ed emancipata, capace di affrontare da sola la vita metropolitana di una grande città. E figure moderne sono ormai Gemma, Gina, Luisa o Miranda in Tutta una vita e la Trice di Non si torna indietro.

«Avvertisti dentro il tuo orecchio la voce di Gina che il giorno prima che morisse ti aveva parlato del sito dell’anima. C’è stato mai qualcuno, filosofo, teologo, grande scienziato, che sia stato capace di descrivere la forma dell’anima, il suo sito dentro il nostro corpo?»12

«Dopo che mi fui seduto al posto indicatomi, gli amici di Miranda ripresero a parlare dei loro studi, dei loro esami, delle loro fatiche snervanti. Dissero che Miranda era stata bravissima, la più brava di tutti, agli esami, e che ora le toccava prepararsi per il concorso alla Scala.»13

Ma a Terrarossa tutto questo è impensabile per Cicca, che si reca ogni giorno con il barile in testa alla fontana per portare l’acqua ai muratori. Il suo fidanzato, Salvatore, è partito per la guerra in Libia e da qualche tempo non arrivano sue notizie in paese (ma di certo «il suo pensiero, se viveva, era rivolto a Cicca, che gli volava dagli occhi, tanto bene le voleva»14). Così, un giovane malavitoso prova a prendersi la ragazza con la forza.

«Respiravo meglio, ora che ero solo. Camminai un po’ per la casa, poi mi feci alla porta. Passava la gnura Assunta, tutta raccolta nelle sue vesti nere. Parlava con se stessa, a bassa voce. Malediva certi disgraziati del paese che infelicitavano la sua vita e la sua famiglia. “Che avete?” le chiesi. “Sciagura, sciagura della casa mia!” prese a dire la gnura Assunta, fermandosi davanti alla mia porta. “Siamo rovinati, mastro Filippo mio!” “Che vi è successo?” La donna si avvicinò a me, abbassò ancora la voce e mi disse che avevano tentato di violentare Cicca, alla montagna. “Cicca?! Chi?” feci. “Siamo pazzi, pazzi di dolore! E Cicca è morta, figlia mia, morta di spavento! Ah, ah! Sventura, sventura!” gemeva e moveva la testa, come se Cicca fosse morta davvero. “E chi è stato, e perché?” le chiesi con ansia. “Il figlio dello Spezzacollo, maledetto sia lui e la sua razza!” “Il figlio dello Spezzacollo? Il fratello del fidanzato di Carmela?” “Sì, lui, quel delinquente”15

Qui Strati mette in discussione l’idea secondo cui la vecchia mafia sarebbe stata rispettosa nei confronti delle donne («Biasi diceva che quelli della malavita erano uomini senza cervello. Ma intanto erano la peste del paese»)16. Enzo Ciconte ha scritto un libro dal titolo emblematico, Mi riconobbe per ben due volte, dove dimostra che in molti paesi calabresi, tra il 1814 e il 1975, «lo stupro appare come un atto di prepotenza e di sopraffazione che esprime una volontà di potere e di dominio dell’uomo sopra la donna»17. Si tratta di una ricerca che nasce dallo studio delle carte giudiziarie. Ma quante donne, come Cicca, non hanno esposto denuncia?18 Finanche rimanere vedove, in molti paesi, diveniva una condizione di insicurezza. Per questo molte donne si sposavano una seconda volta, senza amore.

«È da tanto che non ho pace, da tanto!» disse Cicca, con lamento. «E, tra le lacrime e i singhiozzi, raccontò: “È da ottobre che mi dà fastidio quell’anima nera. Un giorno, mentr’ero a riempire il barile alla fontana, ti vedo questo dannato saltarmi davanti, la scure al braccio ed il berretto di fianco. Mi dice che mi vuole sposare e che gli dovevo dire presto cosa pensavo. ‘Ma io sono già fidanzata’ gli dico. ‘Io questo lo so meglio di te’ mi dice lui. ‘Ma non è possibile’ gli dico io, e tremavo di paura. ‘Io ti ho detto quali sono le mie intenzioni’ mi disse e se ne andò. Perciò non andai più alla fontana e volli rimanere al cantiere a trasportare o pietra o calce”19

Cicca diventa vittima della sottocultura (e del sottosviluppo economico) del contesto sociale e della famiglia. Per la madre «parlare è un’arte molto leggera!» 20 se non si sa cosa si patisce ad avere a che fare con certa gente (difatti, in montagna, avviene il pestaggio del padre di Cicca e il furto delle uniche due mucche che possedeva). La donna piange ogni giorno perché condannata al matrimonio forzato. Si sente perseguitata ma sa di essere anche la causa dei problemi della sua famiglia. È indifesa davanti alla vita ma nessuno prova davvero a proteggerla. Sa che rivelare un tentativo di stupro patito significa «rendere manifesta la propria vergogna, rendere di dominio pubblico il disonore»21.

«Pensai di andare da Cicca e ci andai. Trovai le tre donne, pallide e tristi. Parevano le tre Marie. Capii che Cicca aveva pianto molto, e mi sentivo già più male di prima. “Sedete!” mi disse la gnura Assunta. Sedetti. Concetta lavorava ad una maglia, e Cicca stava raccolta in se stessa, come se le fosse morta una persona molto cara; e la gnura Assunta filava. Non trovavo da dire neppure mezza parola, ed il loro silenzio mi spingeva a fantasticare. “Siamo pazze!” fece la gnura Assunta, dopo un pezzo, mettendosi il fuso in grembo. “Come vanno le cose?” le chiesi. “Male, male, mastro Filippo mio!” fece la gnura Assunta. “Quel maledetto ci minaccia che, se non gli diciamo di sì, viene in casa e ci dà fuoco. E mia figlia non può più andare fuori; e mia figlia ha perso la sua libertà, in questo paese di porci. Mia figlia muore di dolore, mastro Filippo mio! Ah, ingrata sorte! Non si può vivere a Terrarossa!” “Disgraziato e cieco!” esclamò Concetta. “E che pensate di fare?” chiesi. La gnura Assunta si strinse nelle spalle. “Non lo sappiamo neppure noi stesse!” fece. “Che ci possiamo fare? Accettare!” “Accettare?!! E Salvatore?” feci sbalordito, e provavo una grande ira verso quel delinquente che pretendeva Cicca a forza.»22

La pioggia cadeva incessantemente a Terrarossa, dove «non si parlava che di Cicca. Forse facevano anche la farsa, a carnevale, su di lei. Ma non era una farsa per ridere... Certo!»23.

Bruno diceva che Cicca era irriconoscibile, che non aveva il coraggio di farsi vedere dagli altri. Che ’Ngela24 e Concetta25 s’erano prese per i capelli, l’altra volta, alla fontana. Ma oramai non c’era più nulla da fare: Cicca doveva essere di Michele, e basta.26

La famiglia di Cicca cede ai ricatti di Michele che, addirittura, anticipa la data del matrimonio. Ma, come in una macchinazione shakespeariana, un telegramma di Salvatore accresce nella futura sposa la percezione del dramma.

«Arrivò Bruno, di corsa. Era bagnato. Sedette accanto al fuoco. “La sapete l’ultima?” disse. “Cioè?!” fecero gli altri. “È arrivato un telegramma del fratello di ’Ngela. Era indirizzato a Cicca. Dice che è arrivato in Sicilia e che verrà presto”. “Ah!” esclamarono Costanzo e mastro Cola. Io non parlai. “Proprio oggi che Cicca deve fare la compromessa” disse Costanzo. “È la mano del destino” disse mastro Cola. M’incominciava a dominare una grande curiosità. Volevo essere da Cicca, per sapere che pensava, per vedere che faceva, come si sentiva. Per sentire anche quello che dicevano gli altri.».27

Intanto, in lontananza, si sentono case crollare. È l’inizio dell’alluvione che sconvolgerà per sempre la vita degli abitanti di Terrarossa. In questo scenario apocalittico, Cicca si lancia dalla finestra. Il suo è un «volo» di liberazione per sfuggire a un destino segnato dalla sopraffazione perenne, dalla calunnia e dalla violenza.28 La pioggia continua la sua opera di distruzione e la trama narrativa prosegue, intrecciando l’interruzione di un’immobilità millenaria (quella di Terrarossa) con la tragedia umana di Cicca.

«Un gran fracasso ci scosse. “Un’altra casa è caduta!” facemmo. “Queste catapecchie non possono resistere più a lungo!” disse Costanzo. “Tutta Terrarossa crollerà!” Un altro grido, forsennato, straziante. “Ma che è successo?” ci chiedemmo, guardandoci in faccia. Ci facemmo di nuovo alla porta. L’acqua faceva polvere, come si dice, tanto fitta cadeva. “Cicca, Cicca, Cicca!” venne a noi. “Ma che è successo?” ci chiedemmo di nuovo. Udivamo porte aprirsi e chiudersi. Qualcuno attraversò la strada di sopra, in gran fretta. “S’è ammazzata, s’è ammazzata!” gridava. “Cicca, Cicca, Cicca!” Presi una coperta, me la buttai sulla testa e scappai. La piccola casa di Cicca era piena di gente. Tutti i vicini erano lì e gridavano e piangevano e si strappavano i capelli. Arrivai presso il letto. Cicca era violacea, gli occhi sbarrati e spenti. Dalla testa le scorreva sangue sulle coperte. La gnura Assunta si strappava i capelli, come se fosse impazzita. ’Ngela era sul letto, accanto a Cicca, e piangeva più di una fontana. Il padre di Cicca e quello di ’Ngela erano al focolare, accasciati. Michele non c’era e la teda ardeva e le donne gridavano; e Concetta sbatteva la testa contro il muro e ci volevano quattro donne per frenarla. Arrivarono Costanzo e mastro Cola. Non capivo niente, tanto ero stordito. Il pianto della gnura Assunta commoveva anche le pietre. ‘Eravamo con la nostra pace, figlia cara!’ ‘Cara davvero!’ ripeterono le donne. ‘E ti hanno ammazzata gli altri, speranza mia perduta!’ ‘Gli altri, sciagurati!’ ‘Si è gettata dalla finestra che si affaccia sullo strapiombo’ diceva Bruno a noialtri. ‘Ero qui con loro e ad un tratto Cicca si alzò di scatto, aprì la finestra e si gettò a testa in sotto, prima che noi ci rendessimo conto di quello che faceva’29

Cicca muore.30 È il suo modo di disobbedire ai tabù che sono radicati in un mondo arcaico, come avviene ancora oggi in tutti gli Stati dove l’individuo è privato di una sua identità, di una speranza di vincere contro il sistema che l’opprime. 31 Eppure le cose non restano immutate per sempre. E alla fine del romanzo anche Terrarossa, ormai distrutta, «è di nuovo illuminata dal sole».32







Canzone 



Note

1. Elio Vittorini, in una lettera del 10 gennaio 1957 inviata a Strati, esprime un giudizio positivo riguardo il romanzo La Teda, apprezzandone l’allegro stupore e l’ingenua malinconia (vedi G. Neri, Saverio Strati. Dal realismo poetico al realismo politico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, p. 58).

2. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 20.

3. Ivi, p. 21.

4. Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, per descrivere le sofferenze e le fatiche di alcune donne di Africo che «vociferavano tutte assieme» sullo spazio «dinanzi alla baracca del Municipio», scrive che avevano «visi così tirati dalle rughe, dalle curve amare delle bocche, da rendere impossibile ogni sorriso» (Tra la perduta gente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 116).

5. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 169.

6. F. Perri, Emigranti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p. 126.

7. Estratto dal discorso di Strati a Girifalco del 20 agosto 1989 (archivio Vito Caliò).

8. L. Tassoni, Le essenzialità sublimi di Strati, in «Il Quotidiano del Sud», 31 marzo 2024, pp. VIII-IX.

9. S. Strati, Il diavolaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023, p. 181.

10. Ivi, p. 175.

11. Nel Faust, Gretchen impazzirà e in carcere canterà dolorose canzoni d’amore.

12. S. Strati, Tutta una vita, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p. 21.

13. Ivi, p. 170.

14. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 45.

15. Ivi, p. 138.

16. Ivi, p. 124.

17. E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria 2001, p. 14.

18. Vedi V. Stranieri, I Don Rodrigo della vallata La Verde (https://www.ecodellalocride.it/news/i-don-rodrigo-della-vallata-la-verde-di-enzo-stranieri/).

19. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 141.

20. Ivi, p. 172.

21. E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria 2001, p. 101.

22. S. Strati, La Teda (Soveria M., Rubbettino, 2020) pp. 165-166.

23. Ivi, p. 192.

24. Sorella di Salvatore (fidanzato di Cicca).

25. Sorella di Cicca.

26. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 213.

27. Ivi, p. 215.

28. Anche nel romanzo Emigranti, di Francesco Perri, Rosa Blèfari a un certo punto «si trovò perduta» a causa dei tranelli della vita e siccome «tutto le crollava intorno», per sfuggire alle voci calunniose della gente, «si votò alla morte» e «si recò dietro la Timpa - un burrone scosceso, quasi a picco, sul quale era elevato il paese...» (p. 130).

29. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 220-221.

30. Oggi, per andare ad Africo vecchia (la «Terrarossa» di Strati), salendo da Bova, si arriva in un tratto in cui la carreggiata si restringe e si può ammirare un bellissimo panorama, laddove la parete rocciosa, sotto gli archi che sorreggono elevata la strada, diventa un pendio. Questo punto esatto è detto «passu da zita», e da secoli si narra che una fidanzata (zita) si lanciò nel vuoto, come Cicca, per non sposare un uomo di cui non era innamorata.

31. Scrive Francesco Bevilacqua: «La Teda è una storia di miseria sordida, di oppressione, di violenza, ma anche di dignità. È la dignità dei poveri, dei diseredati, che accettano di vivere (e di morire) nonostante la loro miseria». (Lettere Meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, p. 160).

32. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 227.

giovedì 2 aprile 2026

"SOLO COME LA LUNA" (Rubbettino, 2025): La recensione di MONICA LANZILLOTTA.

Recensione di Domenico Stranieri, “Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati” (Rubbettino, 2025)

di Monica Lanzillotta

Pubblicato sul sito DIACRITICA (CLICCA QUI)

                                                                                
Monica Lanzillotta 
(Docente Letteratura italiana contemporanea UNICAL)

Il volume di Domenico Stranieri si presenta come un’opera critica fondamentale nel panorama degli studi su Saverio Strati, restituendo alla figura dello scrittore di Sant’Agata del Bianco quella complessità e quella statura che una ricezione distratta ha finito per offuscare. Arricchito da una densa prefazione di Giuseppe Polimeni, che già nell’incipit coglie il cuore del metodo stratiano in quel «parlo con essi, per delle ore» (p. 9) – dichiarazione che diventa filo conduttore dell’intero saggio –, il libro di Stranieri si propone come un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci.

La tesi che sostiene l’intero lavoro è chiara e coraggiosa: Strati, troppo frettolosamente archiviato come epigono del Neorealismo o come scrittore regionale, è in realtà un classico del Novecento, la cui opera affonda le radici in un humus popolare e dialettale per farsi specchio universale delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, dei suoi sradicamenti, delle sue rabbie e dei suoi amori.

Il titolo stesso, Solo come la luna, lungi dall’essere una semplice citazione – tratta dall’incipit dell’ultimo romanzo, Tutta una vita –, agisce come una dichiarazione di poetica e insieme come una sintesi icastica della condizione esistenziale e artistica di Strati. La luna, corpo celeste che splende di luce riflessa, evoca la solitudine dell’intellettuale calabrese, costretto a vivere lontano dalla propria terra, a Scandicci, ma sempre «rivolto all’indietro» (p. 52), con lo sguardo fisso su un mondo che si spopola e si perde. Ma la luna è anche l’astro che illumina senza scaldare, metafora di una scrittura che non indulge al sentimentalismo né alla retorica del lamento, e che invece analizza con lucidità e rigore le piaghe del Mezzogiorno. Sottotitolo e immagine si fondono, così, in una perfetta coincidentia oppositorum: la rabbia e l’amore, l’adesione viscerale al popolo e la necessità della fuga, il realismo più crudo e la tensione metafisica che percorre, come un brivido sotterraneo, le pagine migliori di Strati.

Stranieri costruisce il proprio discorso attraverso un montaggio sapiente di fonti, che spaziano dalle lettere inedite ai documenti d’archivio, dalle testimonianze orali raccolte sul campo alle varianti d’autore dei romanzi. Il cuore pulsante del volume è costituito da alcune dichiarazioni dello stesso Strati, che l’autore restituisce al lettore nella loro nuda potenza. Su tutte, la lettera del 25 marzo 1954 all’amico Carmelo Filocamo, più volte citata e commentata: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà Firenze a cancellarle né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni ordine e grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi, per delle ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso» (p. 82). Questa pagina, che Polimeni nella prefazione accosta significativamente alla Tragedia d’un personaggio di Pirandello (p. 10), rivela il nucleo generativo dell’intera opera stratiana: i personaggi non sono costruzioni intellettuali, ma entità autonome che premono dall’interno, che “si offrono” e chiedono di essere narrati, in un processo che ha del misterioso e del sacrale. Stranieri, con finezza ermeneutica, legge in questa dinamica l’emergere del demone socratico, al quale dedica l’intero capitolo finale (pp. 189-93), mostrando come Strati fosse consapevole di obbedire a un’ispirazione che lo trascendeva, a un «oracolo interiore» che lo guidava nelle scelte decisive, persino nel passaggio dalla facoltà di medicina a quella di lettere (cfr. p. 191).

L’attenzione per la genesi profonda della scrittura si traduce, nel volume, in una serrata analisi del linguaggio stratiano, che Stranieri definisce «lingua della chiarezza» (p. 114). Lungi dall’essere un dialetto trascritto o un italiano dialettizzato, la lingua di Strati è il risultato di un lavoro ostinato di cesello, che parte dal parlato popolare – dai proverbi, dai modi di dire, dalle cadenze – per distillarne una sintassi narrativa insieme piana e potentemente espressiva. Stranieri dimostra come questa lingua si evolva con i personaggi e con i luoghi: arcaica e corale nei romanzi ambientati nei paesi dell’Aspromonte, come La Teda o Il selvaggio di Santa Venere; più mediata e introspettiva nelle opere che raccontano l’emigrazione e lo sradicamento, come Noi Lazzaroni o Il nodo. E in questa evoluzione linguistica l’autore coglie il riflesso di una trasformazione antropologica più profonda: il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, dalla staticità del paese al movimento della metropoli, dalla rassegnazione alla ribellione. L’analisi degli incipit, condotta con rigore filologico (alle pp. 100-105), diventa, così, un vero e proprio saggio nel saggio: Stranieri mostra come Strati, con pochi tratti, sia capace di gettare il lettore in medias res, in un tempo già iniziato e in uno spazio già carico di destino. «Camminavamo da più di quattr’ore per quelle brutte strade delle montagne di Terrarossa…» (p. 13) non è solo l’avvio di La Teda, ma l’ingresso in un mondo che è già tutto movimento e fatica, attesa e speranza.

Uno dei contributi più originali del volume è l’opera di scavo sui modelli reali dei personaggi stratiani. Stranieri, che è anche sindaco di Sant’Agata del Bianco, e che quindi conosce dall’interno i luoghi e le memorie del paese, intraprende un vero e proprio lavoro di archeologia della memoria, rintracciando, dietro le figure letterarie, i volti e le storie di uomini e donne realmente esistiti. Così, dietro l’indimenticabile protagonista dell’Uomo in fondo al pozzo (1989) emerge la figura di Giuseppe Minnici, poeta e intellettuale dalla mente «turbata dalla schizofrenia» (p. 83); dietro il barone del Diavolaro (1979), le vicende del barone Nicola Franco, la cui sfiducia politica lo portò a un isolamento e a una morte che il romanzo trasfigura in epopea; dietro la donna Betta della Marchesina, la figura storica di Vittoria Palamara, figlia di un marchese siciliano. Questo procedimento, lungi dallo sminuire la forza inventiva di Strati, la radica in una concretezza storica che è la fonte primaria della sua autenticità. I personaggi non sono archetipi astratti, ma creature di carne e ossa, la cui sofferenza e la cui rabbia sono state davvero vissute, e che proprio per questo possono parlare a tutti gli uomini, oltre ogni barriera geografica e temporale. Come osserva Stranieri, i contadini di Strati non sono solo contadini, ma rappresentano universalmente gli uomini in lotta perenne per la dignità e il riscatto.

Particolarmente riuscita è l’analisi della figura femminile nell’opera di Strati, che Stranieri segue in un arco evolutivo che va dalla Tàscia di Tibi e Tàscia (1959), bambina «imprigionata» (p. 70) nel destino del paese, alla Cicca della Teda, costretta al suicidio per sottrarsi a un matrimonio imposto dalla violenza mafiosa, fino alla Mariannina del Diavolaro, ragazza ribelle che a Torino frequenta assemblee e manifestazioni e fuma «come un maschio» (p. 93). È il segno di un mutamento profondo, che Strati registra con lucidità: la donna cessa di essere oggetto passivo del desiderio o del sopruso, e diventa soggetto della propria storia, protagonista di quella rivincita storica del femminile che mantiene saldi i legami familiari ma al contempo li trasforma dall’interno. In questa attenzione alla complessità del reale, alla dialettica tra antico e moderno, tra fedeltà e fuga, risiede una delle cifre più profonde della modernità di Strati.

L’autore non elude le contraddizioni e le zone d’ombra della biografia stratiana. Anzi, vi si sofferma con onestà intellettuale, a partire dal rapporto conflittuale con la Calabria. Strati amava la propria terra di un amore viscerale, ma ne conosceva anche i mali atavici: la «mancanza di solidarietà», lo «spirito feroce di autodistruzione» (p. 54), l’incapacità di fare gruppo e di gestire le risorse culturali. In un’intervista del 1989, riportata da Stranieri, lo scrittore arriva a dire: «Se io ho avuto delle “offese”, chiamiamole così, le ho avute dai calabresi, non da altri: soprattutto nel mio lavoro di scrittore» (p. 54). E, tuttavia, proprio questo amore offeso, questa rabbia impotente, diventa il motore di una denuncia che non concede sconti a nessuno, e che si traduce in pagine di una potenza rara. Ne è esempio l’analisi del barone che prende a calci i poveri contadini (cfr. p. 177), o la descrizione della visita medica subita dagli emigranti in Svizzera, con quel «dito in culo» (p. 65) che è l’emblema di un’umiliazione sistemica e che Strati, in Noi Lazzaroni, restituisce con un realismo che sconfina nell’allucinazione: «Mi sentii così umiliato e offeso che a quel porco del medico stavo per dare una pedata sul ventre… Ma perché non ci avevano permesso di scendere in piazza e di rompere tutto, di mettere fuoco al mondo, per poi essere liberi di ricostruirlo a modo nostro?» (p. 65).

L’ultima parte del volume è dedicata alla passione di Strati per l’arte, un aspetto finora poco indagato dalla critica. Stranieri ricostruisce i rapporti dello scrittore con pittori come Silvio Loffredo, Venturino Venturi, Renato Guttuso e Alba Dieni, e mostra come questa frequentazione non sia marginale, ma entri a pieno titolo nella poetica stratiana. L’arte, per Strati, è un atto conoscitivo, uno strumento per capire il mondo e per esprimere ciò che le parole non possono dire. Nei suoi romanzi, i personaggi artisti – come lo scultore Santo nel Diavolaro o il pittore protagonista di Il visionario e il ciabattino – sono figure liminari, capaci di vedere oltre la superficie delle cose, di «scoprire il segreto meccanismo della mente» (p. 166). E in pagine memorabili, come quelle dedicate al Beato Angelico nella Conca degli aranci o a Piero della Francesca in Tutta una vita, Strati rivela una competenza e una sensibilità che lo pongono tra i grandi scrittori d’arte del Novecento.

In conclusione, il lavoro di Domenico Stranieri è molto più di una monografia: è un atto di giustizia critica e un invito pressante a rileggere un’intera porzione della letteratura italiana del Novecento. La sua pubblicazione nel 2025, a oltre un decennio dalla scomparsa dello scrittore, segna forse l’inizio di una riscoperta di Saverio Strati. Ma è anche, e forse soprattutto, un libro necessario per capire la Calabria, il Sud, l’Italia. Perché, come Strati stesso aveva profetizzato nel 2009, «tra cinquant’anni, quando uscirà il mio diario, i calabresi capiranno chi sono e il potenziale che non sanno di avere» (p. 56). Solo come la luna ci avvicina a quel giorno, restituendo a Strati la sua voce e il suo volto, e a noi lettori la possibilità di ascoltare, finalmente, il battito profondo di una terra che non smette di interrogare la storia.

 

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)


Servizio RAI



Matteo Cosenza (Giornalista)