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giovedì 16 aprile 2026

IL VOLO DI CICCA

Capitolo estratto dal saggio "SOLO COME LA LUNA - Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati" (Rubbettino, 2025, pp. 91 - 99)

di Domenico Stranieri

Nel romanzo La Teda1, l’incontro del lettore con la figura di Cicca avviene attraverso le parole di Costanzo (uno dei muratori arrivati a Terrarossa per costruire delle case popolari) che subito ne evidenzia la bellezza.

Costanzo tornò. Sedette e si diede a mangiarsi il suo pezzo di pane, in silenzio. «Che, hai la femmina a Terrarossa?» gli fece mastro Cosmo, per ischerzo. Costanzo rise, e disse che era andato da Cicca a portarle una matassa di filo. Parlava sempre di Cicca, lui, anche davanti a mia sorella. Diceva che Cicca era bella e buona d’animo; e tante altre cose diceva di lei. Era scesa la notte; il cielo era luminoso, infinito; e nel paese non c’era nessun segno di luce.» 2


Filippo, il giovane protagonista del racconto (insieme allo stesso Costanzo, che sa leggere ed esorta i lavoratori alla ribellione), lontano dal suo paese si sente libero e inizia a fantasticare e desiderare le donne che incontra.

«Loro parlavano, ma io davo ascolto alle voci che venivano dalla strada vicina. Lì c’era Cicca, mi aveva detto Costanzo. Chi sa quanto era bella Cicca! L’avrei veduta domani, al cantiere. Ma stasera me la andavo immaginando. Mi sorgeva una certa impazienza, a sentirmi libero.»3

Nei primi romanzi di Strati, l’elemento femminile è oppresso dalle ataviche leggi della società, dagli «occhi» maliziosi della gente. I sentimenti sono limitati, rallentati, senza futuro. Non si vive l’amore (ogni passione è prigioniera dello spazio e del tempo). Esistono solo sguardi o incontri lesti e clandestini. Anche i sogni, nelle donne, si spengono dopo l’infanzia4. Così Tàscia resterà ingabbiata nel paese, e non riuscirà mai ad andare via, mentre Cicca, la cui bellezza diventa una maledizione, per non sposare un mafioso, «un’anima nera», preserva la sua purezza cercando la morte.

«La mia preoccupazione, era pensare che Cicca si poteva ammazzare: anzi, che si ammazzava. Una ragazza più bella della luna di gennaio, più bella del sole appena spunta5

La vita delle nostre donne è sempre senza autonomia; è difficile perciò che nasca e si alimenti in esse un amore di pura elezione, nutrito di simpatia e di comprensione reciproca.6

Di solito le donne povere venivano sotterrate a piedi nudi. Gli uomini, anche questo è un problema degno di esame, per quanto poveri fossero avevano sempre le scarpe. Un uomo scalzo era inconcepibile. Le scarpe facevano parte della dignità maschile; le donne che avevano le scarpe erano proprio rare. Le donne dunque a piedi nudi nascevano, a piedi nudi vivevano e a piedi nudi venivano sepolte. Ma da quando in paese si seppe che mia madre era abile a cucire pantofole con vecchia stoffa, appena moriva una qualche contadina si presentava una qualche caritatevole comare e le diceva: – per l’anima dei beati morti, cucite un paio di sandali per la poveraccia che è morta. Non è giusto che si presenti a piedi nudi davanti al Signore...7

Le donne sono silenziose o serve, e spesso sono figure animate dalle fantasie erotiche dell’adolescente narratore, dalle sue ansie ormonali che si mescolano ai discorsi degli adulti, alternativa alla prepotenza dei seduttori per diritto, i cosiddetti «uomini d’onore» disposti a tutto, e in realtà succubi di quella miscela di incoscienza arcaica e istintività bestiale. L’amore selvaggio, l’affermazione del sé e del maschile, il tormento delle donne, soffocate nel loro ruolo, insidiate, con poco fiato, con poca voce e, se madri, potenti organi di maledizione, dicono di un’altra pericolosa separazione, di un’altra isola nell’isola aspromontana, che è quella della congiura fra i sessi. Fino al punto in cui sia in modo cauto che deflagrante il femminile, anche nei romanzi di Strati, si prende la rivincita storica, per di più mantenendo saldi i legami familiari, come vediamo in quell’autentico capolavoro che è Il diavolaro (1979)8.

Mariannina, difatti, la nipote del «diavolaro», è una ragazza ribelle che, a Torino, esce di casa correndo per andare «alle assemblee, alle riunioni, alle manifestazioni, agli scioperi»9.

«Già fumava come un maschio, la mocciosa. Che vergogna! Usciva anche sola. Che scandalo! Una ragazza così giovane sola per le strade di una città così grande! Andava dai suoi amici; tornava spesso in compagnia di amici e si chiudevano, maschi e femmine, nella sua stanza e ascoltavano dischi che ti rintronavano la testa e fumavano che dalla puzza non si poteva respirare. Una sera arriva con un compagno di studio e senza manco arrossire, senza manco abbassare gli occhi dice davanti a tutti i fratelli: quest’è il mio ragazzo. E i fratelli gli stringono la mano, a quel sorcio spettinato e brutto. Lui l’avrebbe buttato dalla finestra, gli avrebbe fatto saltare le scale tutte a una volta... E la libertina dopo due minuti se lo porta di là in camera sua a fare chi sa che! Sta per esplodere; ma visto che ci sono i fratelli che al posto d’incazzarsi sorridono, sono d’accordo... Si lamentava però con Eleonora di questo strano, scandaloso comportamento di Mariannina; ed Eleonora: papà, i ragazzi d’ora non sono come quelli dei tuoi tempi; non sono scemi e stupidi come sono stata io.»10

Anche la Gretchen de Il nodo, che ha lo stesso nome della donna stregata da Faust nel capolavoro di Goethe11, è libera ed emancipata, capace di affrontare da sola la vita metropolitana di una grande città. E figure moderne sono ormai Gemma, Gina, Luisa o Miranda in Tutta una vita e la Trice di Non si torna indietro.

«Avvertisti dentro il tuo orecchio la voce di Gina che il giorno prima che morisse ti aveva parlato del sito dell’anima. C’è stato mai qualcuno, filosofo, teologo, grande scienziato, che sia stato capace di descrivere la forma dell’anima, il suo sito dentro il nostro corpo?»12

«Dopo che mi fui seduto al posto indicatomi, gli amici di Miranda ripresero a parlare dei loro studi, dei loro esami, delle loro fatiche snervanti. Dissero che Miranda era stata bravissima, la più brava di tutti, agli esami, e che ora le toccava prepararsi per il concorso alla Scala.»13

Ma a Terrarossa tutto questo è impensabile per Cicca, che si reca ogni giorno con il barile in testa alla fontana per portare l’acqua ai muratori. Il suo fidanzato, Salvatore, è partito per la guerra in Libia e da qualche tempo non arrivano sue notizie in paese (ma di certo «il suo pensiero, se viveva, era rivolto a Cicca, che gli volava dagli occhi, tanto bene le voleva»14). Così, un giovane malavitoso prova a prendersi la ragazza con la forza.

«Respiravo meglio, ora che ero solo. Camminai un po’ per la casa, poi mi feci alla porta. Passava la gnura Assunta, tutta raccolta nelle sue vesti nere. Parlava con se stessa, a bassa voce. Malediva certi disgraziati del paese che infelicitavano la sua vita e la sua famiglia. “Che avete?” le chiesi. “Sciagura, sciagura della casa mia!” prese a dire la gnura Assunta, fermandosi davanti alla mia porta. “Siamo rovinati, mastro Filippo mio!” “Che vi è successo?” La donna si avvicinò a me, abbassò ancora la voce e mi disse che avevano tentato di violentare Cicca, alla montagna. “Cicca?! Chi?” feci. “Siamo pazzi, pazzi di dolore! E Cicca è morta, figlia mia, morta di spavento! Ah, ah! Sventura, sventura!” gemeva e moveva la testa, come se Cicca fosse morta davvero. “E chi è stato, e perché?” le chiesi con ansia. “Il figlio dello Spezzacollo, maledetto sia lui e la sua razza!” “Il figlio dello Spezzacollo? Il fratello del fidanzato di Carmela?” “Sì, lui, quel delinquente”15

Qui Strati mette in discussione l’idea secondo cui la vecchia mafia sarebbe stata rispettosa nei confronti delle donne («Biasi diceva che quelli della malavita erano uomini senza cervello. Ma intanto erano la peste del paese»)16. Enzo Ciconte ha scritto un libro dal titolo emblematico, Mi riconobbe per ben due volte, dove dimostra che in molti paesi calabresi, tra il 1814 e il 1975, «lo stupro appare come un atto di prepotenza e di sopraffazione che esprime una volontà di potere e di dominio dell’uomo sopra la donna»17. Si tratta di una ricerca che nasce dallo studio delle carte giudiziarie. Ma quante donne, come Cicca, non hanno esposto denuncia?18 Finanche rimanere vedove, in molti paesi, diveniva una condizione di insicurezza. Per questo molte donne si sposavano una seconda volta, senza amore.

«È da tanto che non ho pace, da tanto!» disse Cicca, con lamento. «E, tra le lacrime e i singhiozzi, raccontò: “È da ottobre che mi dà fastidio quell’anima nera. Un giorno, mentr’ero a riempire il barile alla fontana, ti vedo questo dannato saltarmi davanti, la scure al braccio ed il berretto di fianco. Mi dice che mi vuole sposare e che gli dovevo dire presto cosa pensavo. ‘Ma io sono già fidanzata’ gli dico. ‘Io questo lo so meglio di te’ mi dice lui. ‘Ma non è possibile’ gli dico io, e tremavo di paura. ‘Io ti ho detto quali sono le mie intenzioni’ mi disse e se ne andò. Perciò non andai più alla fontana e volli rimanere al cantiere a trasportare o pietra o calce”19

Cicca diventa vittima della sottocultura (e del sottosviluppo economico) del contesto sociale e della famiglia. Per la madre «parlare è un’arte molto leggera!» 20 se non si sa cosa si patisce ad avere a che fare con certa gente (difatti, in montagna, avviene il pestaggio del padre di Cicca e il furto delle uniche due mucche che possedeva). La donna piange ogni giorno perché condannata al matrimonio forzato. Si sente perseguitata ma sa di essere anche la causa dei problemi della sua famiglia. È indifesa davanti alla vita ma nessuno prova davvero a proteggerla. Sa che rivelare un tentativo di stupro patito significa «rendere manifesta la propria vergogna, rendere di dominio pubblico il disonore»21.

«Pensai di andare da Cicca e ci andai. Trovai le tre donne, pallide e tristi. Parevano le tre Marie. Capii che Cicca aveva pianto molto, e mi sentivo già più male di prima. “Sedete!” mi disse la gnura Assunta. Sedetti. Concetta lavorava ad una maglia, e Cicca stava raccolta in se stessa, come se le fosse morta una persona molto cara; e la gnura Assunta filava. Non trovavo da dire neppure mezza parola, ed il loro silenzio mi spingeva a fantasticare. “Siamo pazze!” fece la gnura Assunta, dopo un pezzo, mettendosi il fuso in grembo. “Come vanno le cose?” le chiesi. “Male, male, mastro Filippo mio!” fece la gnura Assunta. “Quel maledetto ci minaccia che, se non gli diciamo di sì, viene in casa e ci dà fuoco. E mia figlia non può più andare fuori; e mia figlia ha perso la sua libertà, in questo paese di porci. Mia figlia muore di dolore, mastro Filippo mio! Ah, ingrata sorte! Non si può vivere a Terrarossa!” “Disgraziato e cieco!” esclamò Concetta. “E che pensate di fare?” chiesi. La gnura Assunta si strinse nelle spalle. “Non lo sappiamo neppure noi stesse!” fece. “Che ci possiamo fare? Accettare!” “Accettare?!! E Salvatore?” feci sbalordito, e provavo una grande ira verso quel delinquente che pretendeva Cicca a forza.»22

La pioggia cadeva incessantemente a Terrarossa, dove «non si parlava che di Cicca. Forse facevano anche la farsa, a carnevale, su di lei. Ma non era una farsa per ridere... Certo!»23.

Bruno diceva che Cicca era irriconoscibile, che non aveva il coraggio di farsi vedere dagli altri. Che ’Ngela24 e Concetta25 s’erano prese per i capelli, l’altra volta, alla fontana. Ma oramai non c’era più nulla da fare: Cicca doveva essere di Michele, e basta.26

La famiglia di Cicca cede ai ricatti di Michele che, addirittura, anticipa la data del matrimonio. Ma, come in una macchinazione shakespeariana, un telegramma di Salvatore accresce nella futura sposa la percezione del dramma.

«Arrivò Bruno, di corsa. Era bagnato. Sedette accanto al fuoco. “La sapete l’ultima?” disse. “Cioè?!” fecero gli altri. “È arrivato un telegramma del fratello di ’Ngela. Era indirizzato a Cicca. Dice che è arrivato in Sicilia e che verrà presto”. “Ah!” esclamarono Costanzo e mastro Cola. Io non parlai. “Proprio oggi che Cicca deve fare la compromessa” disse Costanzo. “È la mano del destino” disse mastro Cola. M’incominciava a dominare una grande curiosità. Volevo essere da Cicca, per sapere che pensava, per vedere che faceva, come si sentiva. Per sentire anche quello che dicevano gli altri.».27

Intanto, in lontananza, si sentono case crollare. È l’inizio dell’alluvione che sconvolgerà per sempre la vita degli abitanti di Terrarossa. In questo scenario apocalittico, Cicca si lancia dalla finestra. Il suo è un «volo» di liberazione per sfuggire a un destino segnato dalla sopraffazione perenne, dalla calunnia e dalla violenza.28 La pioggia continua la sua opera di distruzione e la trama narrativa prosegue, intrecciando l’interruzione di un’immobilità millenaria (quella di Terrarossa) con la tragedia umana di Cicca.

«Un gran fracasso ci scosse. “Un’altra casa è caduta!” facemmo. “Queste catapecchie non possono resistere più a lungo!” disse Costanzo. “Tutta Terrarossa crollerà!” Un altro grido, forsennato, straziante. “Ma che è successo?” ci chiedemmo, guardandoci in faccia. Ci facemmo di nuovo alla porta. L’acqua faceva polvere, come si dice, tanto fitta cadeva. “Cicca, Cicca, Cicca!” venne a noi. “Ma che è successo?” ci chiedemmo di nuovo. Udivamo porte aprirsi e chiudersi. Qualcuno attraversò la strada di sopra, in gran fretta. “S’è ammazzata, s’è ammazzata!” gridava. “Cicca, Cicca, Cicca!” Presi una coperta, me la buttai sulla testa e scappai. La piccola casa di Cicca era piena di gente. Tutti i vicini erano lì e gridavano e piangevano e si strappavano i capelli. Arrivai presso il letto. Cicca era violacea, gli occhi sbarrati e spenti. Dalla testa le scorreva sangue sulle coperte. La gnura Assunta si strappava i capelli, come se fosse impazzita. ’Ngela era sul letto, accanto a Cicca, e piangeva più di una fontana. Il padre di Cicca e quello di ’Ngela erano al focolare, accasciati. Michele non c’era e la teda ardeva e le donne gridavano; e Concetta sbatteva la testa contro il muro e ci volevano quattro donne per frenarla. Arrivarono Costanzo e mastro Cola. Non capivo niente, tanto ero stordito. Il pianto della gnura Assunta commoveva anche le pietre. ‘Eravamo con la nostra pace, figlia cara!’ ‘Cara davvero!’ ripeterono le donne. ‘E ti hanno ammazzata gli altri, speranza mia perduta!’ ‘Gli altri, sciagurati!’ ‘Si è gettata dalla finestra che si affaccia sullo strapiombo’ diceva Bruno a noialtri. ‘Ero qui con loro e ad un tratto Cicca si alzò di scatto, aprì la finestra e si gettò a testa in sotto, prima che noi ci rendessimo conto di quello che faceva’29

Cicca muore.30 È il suo modo di disobbedire ai tabù che sono radicati in un mondo arcaico, come avviene ancora oggi in tutti gli Stati dove l’individuo è privato di una sua identità, di una speranza di vincere contro il sistema che l’opprime. 31 Eppure le cose non restano immutate per sempre. E alla fine del romanzo anche Terrarossa, ormai distrutta, «è di nuovo illuminata dal sole».32







Canzone 



Note

1. Elio Vittorini, in una lettera del 10 gennaio 1957 inviata a Strati, esprime un giudizio positivo riguardo il romanzo La Teda, apprezzandone l’allegro stupore e l’ingenua malinconia (vedi G. Neri, Saverio Strati. Dal realismo poetico al realismo politico, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, p. 58).

2. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 20.

3. Ivi, p. 21.

4. Nel 1928, Umberto Zanotti Bianco, per descrivere le sofferenze e le fatiche di alcune donne di Africo che «vociferavano tutte assieme» sullo spazio «dinanzi alla baracca del Municipio», scrive che avevano «visi così tirati dalle rughe, dalle curve amare delle bocche, da rendere impossibile ogni sorriso» (Tra la perduta gente, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 116).

5. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 169.

6. F. Perri, Emigranti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p. 126.

7. Estratto dal discorso di Strati a Girifalco del 20 agosto 1989 (archivio Vito Caliò).

8. L. Tassoni, Le essenzialità sublimi di Strati, in «Il Quotidiano del Sud», 31 marzo 2024, pp. VIII-IX.

9. S. Strati, Il diavolaro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023, p. 181.

10. Ivi, p. 175.

11. Nel Faust, Gretchen impazzirà e in carcere canterà dolorose canzoni d’amore.

12. S. Strati, Tutta una vita, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021, p. 21.

13. Ivi, p. 170.

14. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 45.

15. Ivi, p. 138.

16. Ivi, p. 124.

17. E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria 2001, p. 14.

18. Vedi V. Stranieri, I Don Rodrigo della vallata La Verde (https://www.ecodellalocride.it/news/i-don-rodrigo-della-vallata-la-verde-di-enzo-stranieri/).

19. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 141.

20. Ivi, p. 172.

21. E. Ciconte, Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975), Ed. dell’Orso, Alessandria 2001, p. 101.

22. S. Strati, La Teda (Soveria M., Rubbettino, 2020) pp. 165-166.

23. Ivi, p. 192.

24. Sorella di Salvatore (fidanzato di Cicca).

25. Sorella di Cicca.

26. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 213.

27. Ivi, p. 215.

28. Anche nel romanzo Emigranti, di Francesco Perri, Rosa Blèfari a un certo punto «si trovò perduta» a causa dei tranelli della vita e siccome «tutto le crollava intorno», per sfuggire alle voci calunniose della gente, «si votò alla morte» e «si recò dietro la Timpa - un burrone scosceso, quasi a picco, sul quale era elevato il paese...» (p. 130).

29. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 220-221.

30. Oggi, per andare ad Africo vecchia (la «Terrarossa» di Strati), salendo da Bova, si arriva in un tratto in cui la carreggiata si restringe e si può ammirare un bellissimo panorama, laddove la parete rocciosa, sotto gli archi che sorreggono elevata la strada, diventa un pendio. Questo punto esatto è detto «passu da zita», e da secoli si narra che una fidanzata (zita) si lanciò nel vuoto, come Cicca, per non sposare un uomo di cui non era innamorata.

31. Scrive Francesco Bevilacqua: «La Teda è una storia di miseria sordida, di oppressione, di violenza, ma anche di dignità. È la dignità dei poveri, dei diseredati, che accettano di vivere (e di morire) nonostante la loro miseria». (Lettere Meridiane. Cento libri per conoscere la Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, p. 160).

32. S. Strati, La Teda, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 227.

giovedì 2 aprile 2026

"SOLO COME LA LUNA" (Rubbettino, 2025): La recensione di MONICA LANZILLOTTA.

Recensione di Domenico Stranieri, “Solo come la luna. Rabbia, amore, personaggi e linguaggio del popolo in Saverio Strati” (Rubbettino, 2025)

di Monica Lanzillotta

Pubblicato sul sito DIACRITICA (CLICCA QUI)

                                                                                
Monica Lanzillotta 
(Docente Letteratura italiana contemporanea UNICAL)

Il volume di Domenico Stranieri si presenta come un’opera critica fondamentale nel panorama degli studi su Saverio Strati, restituendo alla figura dello scrittore di Sant’Agata del Bianco quella complessità e quella statura che una ricezione distratta ha finito per offuscare. Arricchito da una densa prefazione di Giuseppe Polimeni, che già nell’incipit coglie il cuore del metodo stratiano in quel «parlo con essi, per delle ore» (p. 9) – dichiarazione che diventa filo conduttore dell’intero saggio –, il libro di Stranieri si propone come un’indagine a tutto tondo, capace di intrecciare biografia, filologia, analisi tematica e antropologia culturale, e di restituire al lettore non un monumento accademico, ma un corpo vivo di pagine, memorie e voci.

La tesi che sostiene l’intero lavoro è chiara e coraggiosa: Strati, troppo frettolosamente archiviato come epigono del Neorealismo o come scrittore regionale, è in realtà un classico del Novecento, la cui opera affonda le radici in un humus popolare e dialettale per farsi specchio universale delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, dei suoi sradicamenti, delle sue rabbie e dei suoi amori.

Il titolo stesso, Solo come la luna, lungi dall’essere una semplice citazione – tratta dall’incipit dell’ultimo romanzo, Tutta una vita –, agisce come una dichiarazione di poetica e insieme come una sintesi icastica della condizione esistenziale e artistica di Strati. La luna, corpo celeste che splende di luce riflessa, evoca la solitudine dell’intellettuale calabrese, costretto a vivere lontano dalla propria terra, a Scandicci, ma sempre «rivolto all’indietro» (p. 52), con lo sguardo fisso su un mondo che si spopola e si perde. Ma la luna è anche l’astro che illumina senza scaldare, metafora di una scrittura che non indulge al sentimentalismo né alla retorica del lamento, e che invece analizza con lucidità e rigore le piaghe del Mezzogiorno. Sottotitolo e immagine si fondono, così, in una perfetta coincidentia oppositorum: la rabbia e l’amore, l’adesione viscerale al popolo e la necessità della fuga, il realismo più crudo e la tensione metafisica che percorre, come un brivido sotterraneo, le pagine migliori di Strati.

Stranieri costruisce il proprio discorso attraverso un montaggio sapiente di fonti, che spaziano dalle lettere inedite ai documenti d’archivio, dalle testimonianze orali raccolte sul campo alle varianti d’autore dei romanzi. Il cuore pulsante del volume è costituito da alcune dichiarazioni dello stesso Strati, che l’autore restituisce al lettore nella loro nuda potenza. Su tutte, la lettera del 25 marzo 1954 all’amico Carmelo Filocamo, più volte citata e commentata: «Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani e la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si cancellano così. E non sarà Firenze a cancellarle né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i nostri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni ordine e grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi, per delle ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso» (p. 82). Questa pagina, che Polimeni nella prefazione accosta significativamente alla Tragedia d’un personaggio di Pirandello (p. 10), rivela il nucleo generativo dell’intera opera stratiana: i personaggi non sono costruzioni intellettuali, ma entità autonome che premono dall’interno, che “si offrono” e chiedono di essere narrati, in un processo che ha del misterioso e del sacrale. Stranieri, con finezza ermeneutica, legge in questa dinamica l’emergere del demone socratico, al quale dedica l’intero capitolo finale (pp. 189-93), mostrando come Strati fosse consapevole di obbedire a un’ispirazione che lo trascendeva, a un «oracolo interiore» che lo guidava nelle scelte decisive, persino nel passaggio dalla facoltà di medicina a quella di lettere (cfr. p. 191).

L’attenzione per la genesi profonda della scrittura si traduce, nel volume, in una serrata analisi del linguaggio stratiano, che Stranieri definisce «lingua della chiarezza» (p. 114). Lungi dall’essere un dialetto trascritto o un italiano dialettizzato, la lingua di Strati è il risultato di un lavoro ostinato di cesello, che parte dal parlato popolare – dai proverbi, dai modi di dire, dalle cadenze – per distillarne una sintassi narrativa insieme piana e potentemente espressiva. Stranieri dimostra come questa lingua si evolva con i personaggi e con i luoghi: arcaica e corale nei romanzi ambientati nei paesi dell’Aspromonte, come La Teda o Il selvaggio di Santa Venere; più mediata e introspettiva nelle opere che raccontano l’emigrazione e lo sradicamento, come Noi Lazzaroni o Il nodo. E in questa evoluzione linguistica l’autore coglie il riflesso di una trasformazione antropologica più profonda: il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, dalla staticità del paese al movimento della metropoli, dalla rassegnazione alla ribellione. L’analisi degli incipit, condotta con rigore filologico (alle pp. 100-105), diventa, così, un vero e proprio saggio nel saggio: Stranieri mostra come Strati, con pochi tratti, sia capace di gettare il lettore in medias res, in un tempo già iniziato e in uno spazio già carico di destino. «Camminavamo da più di quattr’ore per quelle brutte strade delle montagne di Terrarossa…» (p. 13) non è solo l’avvio di La Teda, ma l’ingresso in un mondo che è già tutto movimento e fatica, attesa e speranza.

Uno dei contributi più originali del volume è l’opera di scavo sui modelli reali dei personaggi stratiani. Stranieri, che è anche sindaco di Sant’Agata del Bianco, e che quindi conosce dall’interno i luoghi e le memorie del paese, intraprende un vero e proprio lavoro di archeologia della memoria, rintracciando, dietro le figure letterarie, i volti e le storie di uomini e donne realmente esistiti. Così, dietro l’indimenticabile protagonista dell’Uomo in fondo al pozzo (1989) emerge la figura di Giuseppe Minnici, poeta e intellettuale dalla mente «turbata dalla schizofrenia» (p. 83); dietro il barone del Diavolaro (1979), le vicende del barone Nicola Franco, la cui sfiducia politica lo portò a un isolamento e a una morte che il romanzo trasfigura in epopea; dietro la donna Betta della Marchesina, la figura storica di Vittoria Palamara, figlia di un marchese siciliano. Questo procedimento, lungi dallo sminuire la forza inventiva di Strati, la radica in una concretezza storica che è la fonte primaria della sua autenticità. I personaggi non sono archetipi astratti, ma creature di carne e ossa, la cui sofferenza e la cui rabbia sono state davvero vissute, e che proprio per questo possono parlare a tutti gli uomini, oltre ogni barriera geografica e temporale. Come osserva Stranieri, i contadini di Strati non sono solo contadini, ma rappresentano universalmente gli uomini in lotta perenne per la dignità e il riscatto.

Particolarmente riuscita è l’analisi della figura femminile nell’opera di Strati, che Stranieri segue in un arco evolutivo che va dalla Tàscia di Tibi e Tàscia (1959), bambina «imprigionata» (p. 70) nel destino del paese, alla Cicca della Teda, costretta al suicidio per sottrarsi a un matrimonio imposto dalla violenza mafiosa, fino alla Mariannina del Diavolaro, ragazza ribelle che a Torino frequenta assemblee e manifestazioni e fuma «come un maschio» (p. 93). È il segno di un mutamento profondo, che Strati registra con lucidità: la donna cessa di essere oggetto passivo del desiderio o del sopruso, e diventa soggetto della propria storia, protagonista di quella rivincita storica del femminile che mantiene saldi i legami familiari ma al contempo li trasforma dall’interno. In questa attenzione alla complessità del reale, alla dialettica tra antico e moderno, tra fedeltà e fuga, risiede una delle cifre più profonde della modernità di Strati.

L’autore non elude le contraddizioni e le zone d’ombra della biografia stratiana. Anzi, vi si sofferma con onestà intellettuale, a partire dal rapporto conflittuale con la Calabria. Strati amava la propria terra di un amore viscerale, ma ne conosceva anche i mali atavici: la «mancanza di solidarietà», lo «spirito feroce di autodistruzione» (p. 54), l’incapacità di fare gruppo e di gestire le risorse culturali. In un’intervista del 1989, riportata da Stranieri, lo scrittore arriva a dire: «Se io ho avuto delle “offese”, chiamiamole così, le ho avute dai calabresi, non da altri: soprattutto nel mio lavoro di scrittore» (p. 54). E, tuttavia, proprio questo amore offeso, questa rabbia impotente, diventa il motore di una denuncia che non concede sconti a nessuno, e che si traduce in pagine di una potenza rara. Ne è esempio l’analisi del barone che prende a calci i poveri contadini (cfr. p. 177), o la descrizione della visita medica subita dagli emigranti in Svizzera, con quel «dito in culo» (p. 65) che è l’emblema di un’umiliazione sistemica e che Strati, in Noi Lazzaroni, restituisce con un realismo che sconfina nell’allucinazione: «Mi sentii così umiliato e offeso che a quel porco del medico stavo per dare una pedata sul ventre… Ma perché non ci avevano permesso di scendere in piazza e di rompere tutto, di mettere fuoco al mondo, per poi essere liberi di ricostruirlo a modo nostro?» (p. 65).

L’ultima parte del volume è dedicata alla passione di Strati per l’arte, un aspetto finora poco indagato dalla critica. Stranieri ricostruisce i rapporti dello scrittore con pittori come Silvio Loffredo, Venturino Venturi, Renato Guttuso e Alba Dieni, e mostra come questa frequentazione non sia marginale, ma entri a pieno titolo nella poetica stratiana. L’arte, per Strati, è un atto conoscitivo, uno strumento per capire il mondo e per esprimere ciò che le parole non possono dire. Nei suoi romanzi, i personaggi artisti – come lo scultore Santo nel Diavolaro o il pittore protagonista di Il visionario e il ciabattino – sono figure liminari, capaci di vedere oltre la superficie delle cose, di «scoprire il segreto meccanismo della mente» (p. 166). E in pagine memorabili, come quelle dedicate al Beato Angelico nella Conca degli aranci o a Piero della Francesca in Tutta una vita, Strati rivela una competenza e una sensibilità che lo pongono tra i grandi scrittori d’arte del Novecento.

In conclusione, il lavoro di Domenico Stranieri è molto più di una monografia: è un atto di giustizia critica e un invito pressante a rileggere un’intera porzione della letteratura italiana del Novecento. La sua pubblicazione nel 2025, a oltre un decennio dalla scomparsa dello scrittore, segna forse l’inizio di una riscoperta di Saverio Strati. Ma è anche, e forse soprattutto, un libro necessario per capire la Calabria, il Sud, l’Italia. Perché, come Strati stesso aveva profetizzato nel 2009, «tra cinquant’anni, quando uscirà il mio diario, i calabresi capiranno chi sono e il potenziale che non sanno di avere» (p. 56). Solo come la luna ci avvicina a quel giorno, restituendo a Strati la sua voce e il suo volto, e a noi lettori la possibilità di ascoltare, finalmente, il battito profondo di una terra che non smette di interrogare la storia.

 

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)


Servizio RAI



Matteo Cosenza (Giornalista)