Antonio Scarfone è un
artista autentico. Le sue opere futuriste, le sue intuizioni, fanno parte di un
modo di essere. Egli non insegue la scena o la notorietà. Ma quest’estate, nel
Borgo antico di Sant’Agata del Bianco, ha deciso di aprire a tutti la porta
della sua casetta in pietra, da lui stesso ristrutturata. Essa si trova proprio
nella piazzetta descritta da Saverio Strati nel romanzo “Tibi e Tascia” e all’interno
sono sistemati, come in un’esposizione permanente, oggetti della civiltà
contadina di cui nessuno ha più memoria. Ecco perché ci piace definire questo posto: Museo delle cose perdute.
Ed è singolare lo
stupore nell’ammirare manufatti e arnesi che la gente ha buttato via e che
Antonio Scarfone ha recuperato, ripulito e valorizzato. Gli artisti sono così,
riescono a scorgere prima di altri ciò che nessuno vede. E qualche volta sono
anche capaci di ridarci qualcosa di cui ci eravamo disfatti senza troppe
domande. Si tratta di manufatti che, in passato, i nostri nonni adoperavano
abilmente.
Il “Museo della cose perdute” è, pertanto, il simbolo di un mondo
dove tutto era strettamente prezioso e necessario, prima che arrivasse il
momento di voltarsi dall’altra parte e di aderire “all’orrendo universo del
consumo”, convinti, in questo modo, di aver finalmente vinto.
DOMENICO STRANIERI
Telemia - 24 Gennaio 2018
Il Giardino del pensiero, realizzato da Antonio Scarfone accanto al Museo delle cose perdute
Nella sezione del Partito
Socialista di Sant’Agata del Bianco, negli anni ’80, noi ragazzi ci sedevamo
per terra ad ascoltare i discorsi dei grandi. E quando in paese arrivata Sisinio
Zito, nella sezione delle “Baracche”, si avvertiva una
soddisfazione particolare tra la gente. Ma
perché era piacevole ascoltare un politico che aveva non solo una grande
capacità pragmatica ma anche una vasta cultura. Così, d’istinto, rammento che
si discuteva spesso del Parco dell’Aspromonte, riordino nella mente le parole
di mio padre e penso ai visi di tanti miei concittadini. Alla fine per noi
ragazzi era sempre una gioia infilare sulle magliette, all’altezza del cuore,
come uno scudetto, la spilla con il garofano rosso.
Ieri, 6 luglio, nel mio
nuovo ruolo di sindaco, durante un consiglio comunale, proprio io, che negli
anni ’80 me ne stavo seduto per terra insieme agli altri ragazzi del paese, ho ricordato
la recente scomparsa di Zito. La sala consiliare ha risposto con un lungo e affettuoso
applauso.
Naturalmente della
figura di Zito si sta parlando molto in questi giorni. Egli, come tanti
politici della prima Repubblica, è stato “vittima” della rivoluzione
giudiziaria che ha cancellato uomini e partiti. Il problema, però, è che,
malgrado la forza aggressiva delle campagne moralistiche, una nuova era non è
mai iniziata.
Personalmente, però, ho
apprezzato Sisinio anche come meridionalista. L’ultima volta che ci siamo
sentiti al telefono gli ho detto che stavo rileggendo le sue “Cronache dal
Regno” (Gangemi Editore 1992). Si è quasi meravigliato ed ha risposto:
“davvero?”. Poi ha sorriso.
Negli anni ’90, difatti, mentre avanzava
l’antimeridionalismo leghista (e politici e intellettuali, ma non tutti,
rimanevano muti) Zito scriveva le sue riflessioni che, in fondo, rappresentano un’unica
grande difesa del Mezzogiorno. E mentre si chiedeva che futuro e che voce avrà
il Sud, Sisinio riaffermava con forza che bisogna “fare la scelta di fondo che
consiste nel considerare veramente il Mezzogiorno come questione nazionale,
anzi la più importante questione nazionale, e quindi come vincolo di tutte le
decisioni politiche”.
Nel libro c’è anche un
pezzo dal titolo “Appello per Mario La Cava”, dove si reclamava l’applicazione
della legge Bacchelli per “una delle più limpide voci della terra calabrese” (che
era, in quel momento, gravemente sofferente).
Ma non solo. Anche quando si
proponevano soluzioni "dubbie" ai problemi della Calabria non mancavano le considerazioni
puntuali di Zito. Riporto qui il finale di un articolo : ” ..solo la più totale
e spaventosa ignoranza di quali sono i termini del problema ‘ndrangheta può far
pensare all’impiego dell’esercito in Calabria e cioè, in sostanza, a una nuova
guerra al brigantaggio. Ve l’immaginate il generale Angioini, sponsorizzato dal
suo collega Caligaris, che alla testa delle sue truppe entra vittorioso a
Platì, Careri, S.Luca? C’è da morire dal ridere, o se preferite dal dolore e
dalla vergogna”.
Ecco
cosa pensava Sisinio, e proseguiva per pagine e pagine. La sua era una
riflessione alta e profonda, e quindi da tramandare.
Addio,
dunque, ad un uomo che ha saputo difendere la sua gente e la sua terra, a un
socialista vero, a un meridionalista autentico.
La straordinaria umanità di un sacerdote di Caraffa del Bianco (RC)
L'articolo del mensile IN ASPROMONTE
Tra gli aspetti che accomunano
le religioni, ed ogni forma di potere in generale, vi è la distruzione dei
libri (e quindi della cultura) a favore di una sola idea di mondo.
Quella dell’uomo, dunque,
è anche una lunga storia di odio verso la conoscenza, di dualismi mai risolti
tra fede e ragione, tra ideologie di vario tipo e finanche tra filosofie. Se
siamo stati platonici e non epicurei non è solo per la grandezza di Platone, ma
perché, nella guerra di cancellazione del sapere dell’altro, Epicuro, grande
quanto l’allievo di Socrate, ha perso.
Ci sono, poi, vicende
sorprendenti, personaggi di provincia che hanno saputo disegnare una via per tutti,
con sguardo nitido; ipotesi intellettuali che nel tempo sono diventate realtà.
In fondo, nella prima metà del ‘900, ogni paese aspromontano era sì povero ma
vivo, una piccola galassia desolata con tante anime e qualche talento. Eppure
ogni sistema solare, per quanto eterogeneo, necessita di un sole per essere
tale. Vale a dire un centro, un punto di riferimento sicuro.
Dal 1897 al 1942, Caraffa
del Bianco trova il suo centro, la sua guida, nella figura di Domenico
Battaglia, un arciprete che ha saputo fare della combinazione tra fede e
cultura una missione di vita. Nato proprio
a Caraffa nel 1865, a sette anni entrò nel Seminario Diocesano di Gerace dove
studiò con passione e, il 25 dicembre del 1890, divenne sacerdote. Nel 1897,
dopo la morte di Don Vincenzo Borgia (al quale, da bambino, aveva confessato di
sentire “la chiamata di Iddio”), Battaglia fu nominato parroco della chiesa di
Caraffa del Bianco e vicario foraneo come fiduciario del Vescovo.
Se proviamo a chiedere,
oggi, ad una persona anziana, la prima immagine che rievoca di questo
arciprete, quasi certamente ci risponderà: “che amava camminare, e lo faceva
ogni sera”. Don Domenico Battaglia, difatti, come un Aristotele moderno,
percorreva quotidianamente un tragitto che, d’inverno, da casa sua lo portava
fino ad un punto panoramico detto torre,
“da dove si abbraccia un paesaggio immenso e meraviglioso” (come scriverà Saverio Strati nel 1953, affacciandosi dalla torre in compagnia di Corrado Alvaro). D’estate, invece, scendeva
fino all’incrocio tra le strade di Caraffa e Casignana, nel luogo dove, originariamente,
si trovava la prima chiesetta di S. Maria degli Angeli, titolo assunto, in
seguito, per denominare la chiesa matrice di Caraffa.
La chiesa di S. Maria degli Angeli a Caraffa (RC)
E, come un antico
pensatore greco, ad accompagnarlo c’erano solitamente i suoi alunni, che egli
amava definire discepoli (forse più in senso filosofico che religioso).
L’arciprete, difatti, era dotato di un’impareggiabile cultura e possedeva una
rara abilità divulgativa. Aveva il puro piacere di “spargere
i semi” della conoscenza, tanto che, per tutta la vita, istruì gratuitamente i
suoi allievi (il primo dei quali fu Antonio Melina, futuro parroco di
Sant’Agata).
Tuttavia, una cosa, una soltanto, egli la esigeva: ovvero che i
suoi studenti, ogni domenica, servissero messa. Dopodiché, conduceva una vita
modesta e quando (ogni fine mese) andava a visitare una famiglia povera o un
ammalato, lasciava sempre in un angolo della casa, o sotto un cuscino, qualche
soldo che aveva messo da parte. Lo faceva in silenzio, senza farsi notare, e
non desiderava essere ringraziato. In un libro distribuito alle famiglie di
Caraffa del Bianco, dal titolo: “L’Arciprete
Domenico Battaglia, l’uomo, il maestro, il sacerdote” (Grafica Luigi Monti,
1998), il giudice Ottavio Domenico Galletta ricorda: “Ci insegnava molte cose
con il suo esempio: ci insegnava la
parsimonia delle parole e la ricchezza dei pensieri che si traducevano in atti
concreti e quasi celati di solidarietà umana”.
Il religioso, figlio di un
fabbro, aveva donato ai suoi concittadini le chiavi per apprendere i mezzi
specifici dell’istruzione. I giovani capirono che l’unica via di riscatto era
rappresentata dallo studio, e, in quel frangente storico, dalle lezioni private
dell’arciprete. La spinta dell’impegno intellettuale, la fiducia nel futuro e
la nuova possibilità di sfuggire alla miseria rappresentarono una certezza
collettiva.
Con sacrifici
notevoli, contadini, pastori e artigiani lavoravano perché i loro figli diventassero
“altro” e non fossero asserviti ai proprietari terrieri.
Proprio come aveva fatto Giovanni Battaglia, padre del sacerdote, che era
riuscito a far studiare i due figli, Domenico e Giuseppe (che era diventato notaio).
Negli anni a seguire, a Caraffa si tracciarono molteplici percorsi professionali,
tanto che il paese ebbe una media di laureati tra le più alte d’Italia (se
consideriamo la proporzione tra numero di abitanti e numero di laureati). Lo
scrittore Giuseppe Dieni evidenzierà: “oggi a Caraffa, un tempo paese in
maggioranza abitato da pastori, ci sono più laureati che pecore” (Dove Nacque
Pitagora, Frama Sud 1976, pag. 198).
Prima di
morire, l’arciprete Battaglia pretese che i suoi ultimi risparmi (circa 500
lire) venissero suddivisi tra le famiglie più bisognose.
Il suo feretro venne portato a spalla, dai suoi discepoli, in un lungo corteo
per le vie del paese. Era il 16 novembre del 1942, e la piccola galassia di
Caraffa perdeva il centro attorno al quale aveva scelto di orbitare.
Dopo la nostra
intervista a Giambattista Scarfone, scrittore detenuto nel carcere di Spoleto,
a cui abbiamo dedicato anche la copertina di ottobre 2015, è nato uno scambio
epistolare tra Domenico Stranieri (autore dell’intervista) e Michael G. Jacob
(che con Daniela Gregorio scrive romanzi noir di fama internazionale). Di seguito, l’ultima lettera arrivata in Calabria, poiché è una
bella testimonianza di cultura e sensibilità.
Caro Domenico,
Grazie per la tua lettera. Ci devi
scusare, ma stavamo in Inghilterra e l’abbiamo letta solo ieri. Nel frattempo ci
è arrivata anche la copia del giornale In
Aspromonte mandato da Giambattista.
Adesso, ti raccontiamo un po’ di cose
che abbiamo imparato come due scrittori che hanno avuto il privilegio (vero) di
entrare in un carcere di massima sicurezza.
Avevamo sentito da due fonti diverse
di Giambattista Scarfone prima di incontrarlo.
La prima, Giovanna Zucconi, allora giornalista
di La Stampa, venuta ad intervistarci
nel 2008. Giovanna ci parlava di una persona nel carcere di massima sicurezza
di Maiano di Spoleto che l’aveva contattata chiedendole consigli riguardo ai
suoi romanzi inediti. Siccome noi abitiamo a Spoleto, la sua ‘ruga’ e la nostra
‘ruga’ stavano molto vicine.
Poi, poco tempo dopo, ci ha
telefonato un insegnante che lavora al carcere, Luciana , dicendo che alcuni
dei suoi allievi avevano letto i nostri romanzi, e ci ha invitato a Maiano per
parlarne con loro. ‘Sarà un’esperienza,’ diceva Luciana, e non aveva torto. Così
ci siamo trovati di fronte ad un gruppo di dieci o dodici persone nella
biblioteca della prigione.
G.Scarfone con Michael G. Jacob nella biblioteca del carcere di Spoleto
Fra loro c’era Giambattista Scarfone.
Siamo stati calorosamente ricevuti, e
l’incontro è stato un vero piacere per noi, e, speriamo, per loro.
In effetti,
è stato solo il primo di una serie di incontri con i ‘ragazzi’ di Maiano. La
loro curiosità cominciava con i nostri libri, ma non finiva lì. Abbiamo
scoperto che molti di loro scrivevano. Alcuni per motivi di studio, ma altri vi
si erano applicati con delle ambizioni ben oltre il semplice desiderio di
tenere un diario o raccontare storie delle loro esistenza. Alcuni avevano
pubblicato libri di fiabe e racconti insieme ai loro insegnanti. Giambattista Scarfone
era uno di loro ma aveva una marcia in più. Aveva già scritto otto o nove
romanzi.
Chi non ha mai provato non può capire
il lavoro che richiede la scrittura di un romanzo di tre, quattro, o
cinquecento pagine. Richiede un’immaginazione, certo, una capacità di creare un
mondo popolato di personaggi dove succedono cose non banali, ma anche la
costanza e il lavoro di molti mesi, o anche anni, davanti ad uno schermo, o una
pagina bianca. Immaginate poi a scrivere 24,000 pagine come ha fatto
Giambattista, otto romanzi lunghi, a coprire tutti quei fogli bianchi con oltre
due milioni quattrocentomila parole! È un impresa immensa. Eppure, ogni
scrittore che ha avuto la fortuna di essere finalmente pubblicato ha dovuto
fare un apprendistato simile. Ha lavorato da solo per anni e anni, imparando i ‘trucchi
del mestiere’, cioè come costruire una storia, come riempirla con personaggi
che sembrano veri, come scrivere i dialoghi, come creare la trama e mantenere lo
suspense, come portare il lettore da un inizio intrigante fino ad una
conclusione dove i nodi si sciolgono e la fine sembra emergere con naturalezza
da quello che l’ha preceduto.
E tutto questo senza nessuna garanzia
che il ‘miracolo’ succederà.
Tutti noi che scriviamo crediamo nel ‘miracolo’
della pubblicazione. Crediamo che prima o poi qualcuno riconoscerà il valore di
quello che ci sentiamo spinti a fare. Quante volte ci siamo chiesti se valesse
la pena o no. Nonostante le lettere di rifiuto, gli editori che ti respingono
con un gentile ‘mi dispiace ma...’ o un silenzio ancora più devastante tanto più
i tempi si allungano. Ma il vero scrittore fa una cosa ogni giorno della sua
vita: si mette giù a scrivere. E così fa Giambattista Scarfone.
I Michael Gregorio, firma che unisce Daniela De Gregorio e Michael G. Jacob, autori noir di fama internazionale
Noi abbiamo avuto la fortuna di
incontrare Giambattista, Carmelo, Francesco e tanti altri a Maiano. Abbiamo
avuto l’opportunità di parlare con loro di racconti e romanzi, i nostri, i loro,
e i lavori di molti altri scrittori. Li abbiamo consigliati, gli abbiamo dato i
‘compiti’ che poi abbiamo letto con attenzione, suggerendo come ampliare o
intensificare quello che avevano da raccontare. Abbiamo anche portato Giovanna
Zucconi a Maiano con noi un giorno, e Scarfone ha avuto l’opportunità di
parlare con lei. Quando RAI 24
ha voluto seguirci per un giorno intero, mandando in
seguito in onda un documentario, abbiamo portato i giornalisti e i cameraman
dentro le mura di Maiano. Abbiamo anche premiato Scarfone al festival di Trevi Noir come miglior scrittore non
pubblicato. Cioè, abbiamo fatto quel poco che potevamo fare.
Quello che racconta Giambattista e
gli altri ragazzi merita attenzione. Richiede lavoro, impegno. Richiede anche
‘esperienza di vita’, e questa l’hanno in abbondanza. L’altra grande cosa che
ha lo scrittore incarcerato è tempo a disposizione. Sembra uno scherzo, ma non
lo è. Scrivere un libro richiede tempo per pensare, leggere e imparare. Tempo per
scrivere, correggere e riscrivere. Molti dei detenuti partecipano a corsi accademici
cercando un modo per impiegare il loro tempo. Tanti ormai si laureano.
Riempiono le lacune lasciate dalla scuola, e poi affrontano studi che forse non
avrebbero mai preso in considerazione. Si dice che la recidività criminale ammonta
a quasi 60%, mentre la percentuale che tornano in galera si abbassa a sotto il
4% fra quelli che riescono ad ottenere una laurea.
Questo è certamente un bene. Ma se invece
di studiare, uno volesse scrivere un romanzo? Non è ugualmente impegnativo,
ugualmente riabilitativo? Non si impara di sé e degli altri? E poi, ad opera
compiuta, invece di un solo di foglio di carta, si hanno in mano cento, mille pagine
dattiloscritte.
Noi crediamo che attività del genere
dovrebbero essere premiate. Uno scrittore che si afferma pubblicando non ricade
nelle vecchie abitudini che lo hanno portato a passare una parte della sua vita
dietro le sbarre. Per aiutarlo, c’è bisogno di comprensione e dedizione. Le
università entrano ormai da anni dentro i centri di reclusione. Ma quanti
scrittore italiani hanno ottenuto il permesso di lavorare liberamente su
tematiche qualsiasi con dei detenuti? Quanti editori hanno potuto spiegare ad
un gruppo di scrittori-prigionieri i segreti di un mestiere riservatissimo che
vorrebbero imparare? E poi, quante case editrici hanno mai varcato i cancelli
delle prigioni italiane spiegando quello che cercano, quello che vogliono,
quello che pubblicano?
Giambattista Scarfone sta facendo il
suo lavoro: scrive.
Noi facciamo quello che possiamo:
consigli e scambi di opinioni.
Quello che manca è l’impegno, da
parte delle autorità, di aprire le porte all’esterno e portare dentro persone che
possano aggiungere le loro conoscenze professionali del mondo dei libri. Senza
editori che leggono i lavori di scrittori come Scarfone, e case editrici che la
pubblicano, si rischia la perdita di un punto di vista del tutto originale.
Il caso dello scrittore statunitense Edward (Ed)
Bunker è illuminante.
Bunker è entrato nel mondo della criminalità fin da ragazzo ed è entrato e uscito varie volte di
galera, accusato di aver commesso crimini come la rapina a mano armata. In
prigione ha imparato a scrivere ed è diventato uno dei maggiori autori
americani di gialli e noir. Non è mai rientrato in prigione. Questo è un fatto.
Scrittori come Giambattista Scarfone possono diventare gli Ed Bunker italiani,
ma hanno bisogno del ‘miracolo.’ Cioè, un editore che creda in lui affinché le
sue storie possano far appello ad un pubblico di lettori che vuole entrare nel mondo
della sua fantasia.
Al sud c'è sempre uno scarto tra ciò che potevamo essere e ciò che siamo
diventati. Il resto è un eterno ritorno di discorsi, analisi (laddove chi
invoca la "sinergia" tra territori la intende pilotata dalla sua
testa e dal suo territorio) e "pensieri ciechi".
Così capita che uno scrittore come Saverio Strati, che non riusciva più a
pubblicare i suoi libri perché ritenuti “superati”, riesca ancora a dirci molte
cose. Le angosce di chi doveva partire ieri, ad esempio, ed aveva “due cuori”
(uno che diceva “vai!” e l’altro “che vai a fare?”),
raccontano gli stessi tormenti di oggi.
E poi c’è la regalía di epoca
moderna: quasi l'obbligo a svolgere gratuitamente un’attività per un
“signorotto locale” (o votare il potente politico del momento) sperando che
questi, in futuro, si ricordi di ciò che è stato fatto o, semplicemente, per
non inimicarselo rifiutando di “essere a disposizione”.
Succede ancora in tante realtà. La differenza con il passato è quella che
non si va esclusivamente nei campi a lavorare, come facevano i personaggi di
Strati, ma il concetto non cambia: bisogna chinare la testa!
L’autore di Sant’Agata del Bianco scrisse il racconto La regalía nel 1953 e lo dedicò «Alla
memoria di Elio Vittorini». Protagonisti: un padre con una gamba rotta,
impossibilitato a muoversi e a lavorare, ed un figlio che mal sopportava di
avere “la camicia lorda di terra e di sudore”, senza paga, per ingraziarsi il
potente “cavaliere” di turno.
Non me la sentivo di parlare, con la stanchezza che avevo;
perché davvero da più di un mese andavo ad annaspare nelle vigne; e annaspavo
come un dannato, dato che ogni padrone ti scorticava, durante quelle giornate
che ti aveva. Ma quei rimproveri di mio padre davvero mi facevano male.
Per le sue idee, il padre considerava il giovane uno sprovveduto, un
sognatore che non aveva percezione di come andava il mondo.
Tu parli col cuore di chi non ha responsabilità. Se non vai,
che puoi fare più in paese? Che, forse puoi andare a chiedergli olive? E, se
lui non ti dà le olive, con che ti condisci le mani? E un pugno di grano dove
lo semini? Che, forse hai un pezzo di terra da zappare? Non vedi che noi non
abbiamo neppure dove scavarci la fossa? Ragioni con la testa o con i piedi?.
Ma il figlio ribatteva: “Sentitevi onorato di andare a fare il servo (..)
È la più grossa fesseria, questa della regalía.
Noi dobbiamo regalare, noi che siamo poveri? E lui cosa ci regala?”.
Insomma, dove non c’è l'autonomia di scegliere un lavoro non può esserci
libertà. Tuttavia, è evidente che: “Se la gente non va a raccogliergli le
olive, lui (il padrone) non manda sua moglie a stare a culo a ponte sotto gli
olivi; né va lui a dare tre palmi con la zappa, nei campi e nelle vigne. Lui è,
perché lo facciamo noi essere”.
Ecco, Strati ci fa capire che i potenti, gli sfruttatori, i mafiosi
“sono” perché li facciamo noi "essere". E con il sudore dei poveri
saranno sempre loro i protagonisti della storia. Quella storia che non
ricorderà mai i nomi dei nostri nonni e dei nostri padri, le loro fatiche. E
non rammenterà nemmeno le nostre abbozzate "prove di esistenza”. Poiché
siamo figli di una debole mitologia contadina, di un fatalismo che ci esorta ad
accontentarci di poco. Quasi che avessimo ancora addosso gli “spiriti della distruzione”
ed i travestimenti delle antiche tragedie greche.