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lunedì 28 settembre 2015

IL MISTERIOSO OSPITE DEL DOTT. FENYVES

A Caraffa del Bianco l'incontro tra un medico ungherese e....

Dal mensile IN ASPROMONTE di settembre 2015

Il 15 marzo 1980, per qualche minuto, in Brasile, una donna pensò di intraprendere un lungo viaggio verso l’Italia, precisamente in Calabria. Quel giorno era morto suo padre, Andrea Fenyves, un medico che dal febbraio 1930, per alcuni anni, aveva lavorato in un paese aspromontano, Caraffa del Bianco, dove, ancora oggi, viene ricordato come “l’ungherese”.

Il dott. Fenyves, difatti, era nato a Budapest il 13 giugno 1904, in una famiglia di origini ebraiche. Per questa sua discendenza, pur essendosi convertito al cattolicesimo, nel giugno del 1940 subì la triste disavventura di essere rinchiuso nel campo di concentramento di Notaresco (TE). Era il n. 129 della lista degli ebrei “apolidi”. Venne catturato a Clana, vicino Fiume (oggi Rijeka, Croazia), dove si era trasferito perché in Calabria non percepiva più lo stipendio (probabilmente a causa di un complotto ordito da alcuni signorotti locali). Liberato nel gennaio del 1941, grazie all’intercessione di Pio XII, Andrea Fenyves emigrò definitivamente in Brasile, a San Paolo.
Eppure, ai figli ed ai nipoti, non ha mai smesso di riportare aneddoti riguardanti la sua esperienza in Calabria: dall’amicizia con Francesco Rossi, di Sant’Agata del Bianco, alle chiacchierate con il podestà di Caraffa.

Andrea Fenyves e Francesco Rossi
a Sant'Agata del Bianco (anni '30)

E tuttora molti anziani hanno presente la figura del medico che, proprio a Caraffa, ricevette la cittadinanza onoraria italiana da parte del regime fascista per aver guarito numerosi abitanti colpiti da una malattia sconosciuta (la Leishmaniosi umana).

Il prof. Carlo Galletta, ad esempio, con lucidità e affetto, ne descrive l’essenza umana e la specificità professionale, ricordando quando, da bravo chimico, si recava dal farmacista Ruffo per elaborare le dosi esatte di qualche medicinale.

Inês con il prof. Galletta (luglio 2014)

Per tutti, quindi, il dott. Fenyves era l’uomo della provvidenza, capace di curare ferite e malattie, sempre gentile e disponibile, così simile, in un certo senso, al Carlo Levi di Cristo si è fermato ad Eboli (anch’egli arrivato da lontano nel cuore di un’isolata società contadina).

Pure i figli del medico ungherese, Magda e Alessandro, nasceranno a Caraffa del Bianco, laddove, nel 2013, dopo 80 anni, Magda ritornerà per cercare le tracce del suo passato. Un anno dopo (luglio 2014) visiterà la Calabria anche la figlia di Magda, Inês, quasi a testimonianza del rapporto profondo che lega questa famiglia alla nostra terra. Sono tante, difatti, le storie narrate dal nonno a Inês. Tra queste, quella del suo arrivo nella casa di Caraffa, di fianco la chiesa di San Giuseppe.  

Il dott. Fenyves raccontava di essere entrato nella camera, che poi sarebbe diventato il suo studio, e di aver trovato una persona piegata sulla scrivania, con la mani poggiate ai lati della testa come per evitare che cadesse.
Dopo la sorpresa iniziale, l’ignoto ospite disse al medico di non temere: egli frequentava abitualmente quella casa prima del suo arrivo, comunque, ora, sarebbe andato via.
La circostanza, quasi da situazione teatrale, incuriosì il dott. Fenyves che iniziò a chiedere alla gente chi fosse quel bizzarro personaggio.

Magda Fenyves nella "sua" casa
di Caraffa del Bianco

Ma, quando descriveva le sembianze fisiche dell’uomo, tutti rispondevano alla stessa maniera: “si tratta del cav. Pietro Paolo Mezzatesta, morto qualche anno addietro, il 10 novembre 1927. E’ stato il primo podestà del paese e sindaco varie volte a partire dal 1886. E’ capitato pure ad altri di incontrarlo. Però è un fantasma buono”.

Mai, in paese, si era parlato con tanta serenità di uno spettro, come se fosse qualcosa di normale, una certezza collettiva, un’altra condizione dell’esistere.
Tuttavia c’era una verità, un segreto, che bloccava ancora il cav. Pietro Paolo Mezzatesta sulla terra, tra i viventi, e che lo faceva penare come alcune anime descritte da Dante.
Un segreto che, una notte di pioggia, il fantasma svelò solamente al dott. Fenyves prima di congedarsi da lui e scomparire per sempre.
Non sappiamo se il medico ungherese abbia mai rivelato a qualcuno le parole di quell’ombra amica (di cui gli anziani rammentano la leggenda, coscienti che, per qualche motivo, adesso non c’è più).

Ma, di sicuro, Andrea Fenyves è riuscito a tratteggiare nella mente dei suoi familiari le immagini di un luogo ove spesso agiscono forze più grandi e forti degli uomini; senza dimenticare quella geografia poetica e quel dolore umano che, prima di lasciare Caraffa, egli seppe caricare nel suo cuore e portare con sé nel lungo viaggio della vita.


DOMENICO STRANIERI

domenica 6 settembre 2015

"FAVATE", RISORSA SCONOSCIUTA!

A Casignana sono ancora fruibili le acque termali dei Romani. Ma nessuno lo sa!
Dal mensile IN ASPROMONTE di Agosto 2015
Nelle sue Memorie (1856), l’arciprete Vincenzo Tedesco scrive: “In distanza di qualche miglio da Casignana nella contrada Favate, in terreno calcare vi è una sorgente copiosa di acqua minerale, che a mia richiesta analizzata dai fratelli farmacisti D. Biagio e D. Giuseppe Ielasi [...]. Tale acqua sarebbe utile alla cura di varie malattie, e però si dovrebbe ben condizionare, per renderla idonea all’uso medico”.


A dire il vero contadini e pastori, in passato, si sono regolarmente serviti degli effetti benefici dei fanghi che, in modo naturale, hanno origine in questa località. E non è difficile immaginare che le acque termali siano state utilizzate soprattutto dai Romani, vista anche la breve distanza che intercorre tra l’area di Favate e la Villa romana di contrada Palazzi. Anzi, molti agricoltori raccontano di aver involontariamente distrutto, durante i lavori nei campi, dei tubuli di terracotta che erano orientati in direzione della Villa, verso il mare e lungo il pendio della collina. 
Negli anni ‘60 e ‘70, comunque, numerose famiglie costruivano delle “logge” di canne e felci per dimorare vicino alla fonte termale di Casignana e, per qualche giorno, curavano vari disturbi legati a problemi reumatici. Insomma, da sempre, i fanghi delle Favate sono salutari per il corpo.
Anche un medico di Caraffa del Bianco che risiede al Nord, ma ogni estate torna in Calabria, non ha dubbi riguardo le capacità terapeutiche della sorgente. Pertanto, con alcuni amici, condivide un itinerario fisso: di mattina si ritrovano tutti a Capo Bruzzano, davanti alla scogliera, in una spiaggia che può competere per bellezza con qualunque posto del Mediterraneo. Pomeriggio, invece, trascorrono alcune ore presso le acque termali di Casignana. Costo della vacanza: completamente gratis. 
Pure io, a luglio 2014, mi sono recato alle Favate in compagnia di questo medico che, dopo essersi spalmato il corpo di materia argillosa (aspettando che si consolidasse prima di iniziare la sua azione antinfiammatoria) ironicamente mi raccomandava: «Non scrivere mai di questo luogo, non pubblicizzarlo mai, non sarebbe bello attendere in fila per fare i fanghi. Godiamoci questo paradiso da soli».
Era un modo stravagante per dire che posti unici, che altri popoli avrebbero utilizzato bene, qui, nel migliore dei casi, vengono abbandonati. Perfino in un momento in cui accrescono le inefficienze del sistema statale e ovunque si spinge per l’intervento dei privati, in questo sito (che dista qualche chilometro dalla Villa romana e qualche centinaio di metri dall’Albergo diffuso del Borgo antico di Casignana) non c’è un progetto, non ci sono società, cooperative o imprenditori interessati a realizzare una struttura moderna e confortevole. Ecco perché le acque termali, come altre aree, rivelano le opportunità di un turismo che non c’è.
La colpa? Di tutti. Chiaramente il ruolo dei privati andrebbe costruito partendo da una buona politica, ma quasi nessuno riesce più a protestare, ideare o immaginare qualcosa. Nei posti dove la storia non esiste hanno inventato i theme park, ovvero vengono creati dal nulla un monumento, un villaggio, un percorso o un affascinante scenario antico. Noi siamo impegnati nel lavoro opposto, cioè a distruggere o rovinare, dimenticando non solo il passato ma anche il futuro.
Tuttavia, nelle vicinanze delle acque di Favate, che probabilmente appartengono alla stessa faglia che caratterizza le terme di Antonimina, c’è una realtà sorprendente. 
Ma non abbiamo più occhi per le colline di argilla bianca dove si produce il vino greco, per il mare che un Hemingway o un Conrad avrebbero narrato traendo chissà quali insegnamenti di vita, per le due fiumare che abbracciano un paesaggio che gli dei ci avevano assegnato senza rovine, e nemmeno per l’Aspromonte a cui ci legano i segni visibili ed invisibili dei nostri antenati. Siamo assuefatti a tutto, persino a non considerare il turismo.
Ecco, adesso con questo articolo ho tradito la fiducia del mio amico medico che, quando arriverà in estate, per qualche tempo, di sicuro non mi porterà più con lui. Poi scoprirà che ancora per molti anni potrà continuare ad andare alle Favate senza incontrare troppa gente, ed allora si farà una bella risata e intenderà che, per cambiare le cose del mondo, scrivere e raccontare, certe volte, non basta.


DOMENICO STRANIERI








Dal mensile IN ASPROMONTE di Settembre 2015



domenica 26 luglio 2015

FÁBON E IL SUO AMORE POETA

UN PITTORE ED UNA POETESSA,
DUE VITE INSEPARABILI

Dal mensile IN ASPROMONTE di luglio 2015



Arrivava dal
Canada, Carmela Curulli. In quella terra lontana aveva perso il padre, e sulla nave per l’Italia, uguale a quelle che vengono riproposte in tanti film, aveva esalato gli ultimi respiri pure la madre. Erano gli anni ’30 del Novecento, la ragazza era nata a Montreal nel 1918 ed in quel viaggio disperato aveva pensieri che si confondevano con la salinità dell’orizzonte. 

Perché in mare aperto è impossibile non guardare l’orizzonte senza collegarlo, in un certo modo, al proprio futuro, alle proprie domande e angosce. Nel porto di Palermo la attendeva un giovane pittore, Domenico Bonfà (che più tardi anagrammerà il suo cognome in Fàbon). Domenico, nato a Sant’Agata del Bianco (RC) nel 1912, era apprendista in una bottega d’arte a Catania e non conosceva l’aspetto della ragazza che, tra l’altro, era una sua parente.
Non sappiamo esattamente come andarono le cose, non sappiamo se si riconobbero subito né cosa si dissero, ma, poco tempo dopo, i due si innamorarono e si sposarono proprio a Sant’Agata nel 1933.

Esiste ancora una foto di quelle nozze. E’ stata conservata da Alba Dieni, una pittrice straordinaria (figlia di Giuseppe Dieni, autore di Dove nacque Pitagora?, Frama Sud 1976), che ammirava molto la figura artistica di Fàbon.
Dopo il matrimonio, Carmela, che aveva frequentato delle scuole private in Canada, iniziò a leggere con passione tutto ciò che riusciva a trovare, scriveva versi, osservava il marito che disegnava forme misteriose e paesaggi mediterranei.

Carmela Curulli

Dopo qualche anno di permanenza a Sant’Agata del Bianco, dove il padre di Fàbon gestiva una falegnameria con l’eleganza di uno scultore rinascimentale, i due si trasferirono a Reggio Calabria.

Ma nel 1942 arriverà la chiamata alle armi e Domenico (ormai denominato da tutti, in paese, “u pitturi”) sperimenterà la vita da prigioniero a Tobruch, in Libia. Carmela vivrà nella speranza quotidiana della liberazione del marito, temendo per la sua salute. Continuerà i suoi studi a casa, da autodidatta, ed intanto, senza nemmeno saperlo, diventava poetessa. Ecco come viene menzionata nel volume “Due più due fa cinque” (L’Avamposto, 1986): “Donna dal portamento distinto, quasi aristocratico, ma immune da tendenze elitarie, Carmela Curulli, pur non sorretta da studi regolari, è riuscita ugualmente ad impadronirsi della lingua. E spinta del desiderio della parola scritta ha cercato di dare forma ai suoi sentimenti. Nei suoi versi troviamo una sofferenza quasi sempre soffocata dalla quotidianità, dalle ristrettezze ambientali. Ed anche la coscienza della brevità del sogno”.

Fàbon rientrerà dalla Libia nel 1946 e la giovane moglie, che lo aveva atteso come una Penelope moderna, non lo abbandonerà più. I due affronteranno ogni viaggio, ogni difficoltà, insieme. Carmela seguirà il marito in giro per l’Italia, in Canada, negli Stati Uniti. Le due vite, inseparabili, saranno sempre volte alla difesa della loro arte. 

Nel periodo di soggiorno a Ravenna (1954-55), Carmela (che firmerà sempre i suoi lavori: Carmela Curulli Fàbon) diventerà caporedattore della rivista “Il Sentimento”. Le sue poesie saranno pubblicate anche da altri periodici, come “Calabria letteraria”.

Domenico Bonfà, in arte FÁBON

Sono tempi difficili, che questi artisti, grandi e semplici nello stesso tempo, vivranno adattandosi alle tante geografie del mondo. “Siamo come coriandoli, che un’alta mano sparge sulla terra nell’ebbrezza serale..” scriverà Carmela nell’incipit di una poesia del 1954. 

Secondo i figli di Fàbon il padre avrebbe probabilmente abbandonato il suo impegno di pittore, sconfitto dalle difficoltà, se non avesse avuto al suo fianco una donna che aveva compreso che egli poteva essere unicamente quello, destinato a vivere solo all’interno della sfera della sua sensibilità. E quando ai vari riconoscimenti si alternavano i momenti di precarietà, quando non era possibile comprare nemmeno una tela o ricavare l’esattezza di un colore, l’unione di queste due persone non smarriva mai la loro forza, la loro verità da salvare.
Basta immaginarla la vita di un pittore ed una poetessa nel contesto storico calabrese di quegli anni, nella nostra terra senza memoria, dove l’esistenza di un artista non può che essere “tragica”.

Non so se esistano intellettuali in Calabria; ho imparato, però, che non ci sono politici. Non si spiegherebbe altrimenti l’oblio di tante figure della nostra cultura, completamente cancellate. Non si comprenderebbe perché da più di 30 anni non viene allestita una mostra con le opere di Fàbon.

Il 27 agosto del 1969, il pittore, vinto da un male incurabile, si spense a Roma, quasi certamente guardando la moglie con quegli occhi che lo scrittore Giuseppe Melina descriveva come “un guizzo” che “se si accentra su un foglio di carta, lo brucia forse.”
L’anima di lei, come era naturale, cessò di vivere in quel preciso giorno. E poco importa se l’anagrafe ci ricorda che Carmela Curulli morì nel 1974.
Per una poetessa ed un pittore anche l’ultimo viaggio, quello più misterioso, non può che essere affrontato insieme.

DOMENICO STRANIERI


Una poesia di Carmela Curulli
pubblicata sulla rivista IL SENTIMENTO





domenica 21 giugno 2015

LA REALTA' ASCETICA DI MASSIMO SCALIGERO

Dal mensile IN ASPROMONTE di giugno 2015

Massimo Scaligero (pseudonimo di
A. Massimo Sgabelloni)

Non sappiamo se il filosofo Massimo Scaligero (pseudonimo di Antonio Massimo Sgabelloni) abbia mai visitato Sant’Agata del Bianco (RC). O se egli, intimo spiritualista, abbia mai intuito il soffio vitale della nostra montagna. Di certo, il padre e lo zio conoscevano bene il centro aspromontano, poiché vi erano nati ed avevano vissuto nella residenza signorile di cui rimane ancora uno splendido portale in pietra, quasi rasente la piazza del paese.
Ma nella biografia di Scaligero (pseudonimo che assunse sul finire degli anni Venti) ricorre spesso la definizione di “oriundo calabrese”, poiché egli nacque a Veroli, poco distante da Frosinone, il 17 settembre 1906. Il padre Giuseppe, un uomo d’affari, era costretto a continui spostamenti e così, per il giovane, la figura di riferimento divenne lo zio Pietro Sgabelloni (apprezzato giornalista de Il Giornale d’Italia) nella cui casa, a Roma, “fu ben presto amorevolmente accolto”.

Nel volume Dallo Yoga alla Rosacroce (Edizioni Mediterranee, Roma 2012) lo stesso filosofo ricorda come, a 12 anni, frequentasse affascinato lo studio dello zio: <<Il sospetto che il succo ultimo delle ascesi orientali fosse risorto in Occidente, come potenza del tipico pensiero logico, affiorò in me sin da quando fanciullo potevo essere testimone di lunghe conversazioni sul sovrasensibile, sul magico, sull’occulto, nell’ambito familiare in cui vivevo presso mio zio, Pietro Sgabelloni, studioso di dottrine esoteriche, asceticamente adamantino come un “patriarca” Zen, umanista e poeta, a cui dovetti la mia prima formazione interiore. Mi era sufficiente ascoltare quei discorsi, senza capirvi molto, ma avendo la sensazione della grandiosità del loro contenuto dalla ricchezza di sentimento e d’immaginazione di cui erano capaci quei cercatori”.

Anche Gabriele D’Annunzio era molto legato a Pietro Sgabelloni (basti pensare che ne Il Giornale d’Italia del 5 maggio 1938 è riportato un autografo con dedica del poeta “al costante ed animoso amico”). Ma non solo. Leggendo i versi del giovane Massimo, D’Annunzio affermò pubblicamente: “ecco il futuro vate d’Italia”.“La ricca e qualitativa biblioteca di mio zio Pietro – annoterà il filosofo – era per me un mondo di magiche meraviglie (..) di volta in volta mi forniva lui i libri, secondo gradualità di contenuto in relazione alla mia età. Così ben presto sorse il mio contatto con Nietzsche, che divenne il mio autore preferito: Feuchtersleben e Ramacharaka rimanevano gli ispiratori della disciplina interiore, ma da Nietzsche attingevo una visione del mondo e il senso del valore ultimo della cultura”.

Nella primavera del 1930, Massimo conosce Julius Evola. Nel volume Testimonianze su Evola (E. Mediterranee, 1985) Gianfranco Turris riporta le parole di Scaligero: “Bussai alla porta del penultimo piano di Corso Vittorio 197 e mi aprì un personaggio giovanile, alto, longilineo, indubbiamente più annoso di me: il suo sguardo era tra buddhico e olimpico, il suo portamento calmissimo. Avendo sùbito intuito il senso della mia visita, ossia nessuno scopo, Evola prontamente mi venne incontro con genuina simpatia e questa simpatia fu la forza di connessione estradialettica ed estradottrinaria che mi congiunse a lui per anni (..) Immediatamente, ricordo, ci unì il tema della montagna e delle impressioni interiori dell’ascesa, del silenzio e della solitudine delle vette”.Negli anni, i seguaci di Scaligero evidenzieranno più volte che in una prima fase egli sostenne gli aspetti positivi del fascismo, svolgendo la sua attività nel campo puramente culturale e spirituale (precisando, tra l’altro, che “è sempre stato poverissimo”).
Dopo la guerra, il filosofo non si occupò mai di politica (ricordiamo che fu anche imprigionato a Regina Coeli dalla Polizia Militare Alleata alla fine del secondo conflitto mondiale, durante il quale, tuttavia, salvò la vita a degli ebrei). Inoltre, a chi lo minacciava di pubblicare i suoi scritti giovanili rispondeva: “siete degli imbalsamatori”.

Nel libro I Redenti, gli intellettuali che vissero due volte (Casa Editrice Corbaccio, 2005), Mirella Serri accenna a Massimo Scaligero come a uno dei protagonisti del dibattito antisemita che si svolse nel 1942 sul settimanale Roma fascista.Ma, proprio agli inizi degli anni ’40 (dopo aver anche corretto il suo cognome all’anagrafe in Scabelloni), per Scaligero fu chiaro il senso della perenne ricerca spirituale, della cosiddetta via del pensiero. Difatti, in modo fulminante e grandioso, trovò nel libro La scienza occulta di Rudolf Steiner tutto ciò che aveva pensato e inseguito da sempre. Da quel preciso momento (primi anni Quaranta), pur se afflitto dalla tubercolosi, egli intese la sua vita come una missione intellettuale improntata sulla lezione di Steiner (“Maestro di nuovi tempi”).

Sant'Agata del Bianco, l'ingresso della 
casa che fu della famiglia Sgabelloni

Nel 1950 divenne redattore capo della rivista East and West (oggi IsIAO) ed un anno più tardi, dopo aver aderito alla Società Antroposofica, insieme a Giovanni Colazza (amato discepolo di Rudolf Steiner) definirà la creazione della “Prima classe della Scuola esoterica”in Italia.Tra gli anni ‘60 e ’80, il filosofo darà alle stampe decine di libri, affinerà la sua visione ascetica della realtà e sarà protagonista di lezioni ed incontri che richiameranno un consistente numero di seguaci. Il lavoro e la meditazione non gli consentiranno di spostarsi più da Roma. Eppure in questo pensatore segnato da una così profonda vocazione esoterica c’era sempre qualcuno che intuiva un nonsoché di ancestrale.Il fratello Carlo L. Sgabelloni, ad esempio, ha sottolineato che non era una qualità secondaria della sua personalità “il saper vedere, sempre, l’aspetto comico della vita; qualità che gli veniva per li rami della famiglia paterna, fiorita in terra di Calabria” (precisamente a Sant’Agata del Bianco). 
E finanche il giorno prima di morire si narra che, in una trattoria, strinse commosso un giovane cameriere calabrese che lo aveva servito e, non avendo nulla da potergli regalare, gli donò l’unica cosa di cui era provvisto: un ombrello.
La mattina seguente fu trovato piegato tra i suoi adorati scritti. Era il 26 gennaio di trentacinque anni fa.


DOMENICO STRANIERI

venerdì 5 giugno 2015

DIFESA DEL "CLASSICO"

STRUMENTI PER CRITICARE IL PRESENTE

La vittoria di una studentessa del Liceo “F. La Cava” di Bovalino (Naomi Romeo, nella foto a sinistra) alle Olimpiadi regionali di lingue e civiltà classiche ci porta a ragionare sulla modernità degli studi classici in una terra come la nostra dove, in alcune zone, si parla ancora la lingua greca.
Foto del mensile IN ASPROMONTE di maggio 2015

Nell’incipit del libro “Scavi linguistici nella Magna Grecia”, Gerhard Rohlfs descrive come, nel 1368, un giovane filologo assunto dal Petrarca in qualità di amanuense “pregò il suo maestro di accordargli un lungo congedo, avendo intenzione di recarsi a Costantinopoli per studiare praticamente la lingua greca”. 

Il Petrarca si affrettò a spiegare al giovane sia i pericoli di un viaggio così lungo e sia “quanto scarso vantaggio ai suoi studi potesse offrire la decadenza in cui versava allora l’Oriente greco”.
Pertanto, “gli consigliò di recarsi, anziché a Costantinopoli, nella Calabria che era più facile da raggiungere e dove allora lo studio del greco era in pieno fervore”. Dopo aver ricordato che lo stesso Petrarca doveva la sua conoscenza della lingua greca “all’incontro fortuito col monaco calabrese Barlaam di Seminara, che aveva conosciuto nel 1342 ad Avignone”, Rohlfs elenca i nomi di dodici villaggi greci di cui “cinque hanno perduto la lingua greca nel corso del secolo scorso”. La diminuzione del territorio di lingua greca (che “almeno fino al secolo XVI racchiudeva una popolazione greca compatta” intorno al massiccio aspromontano e “si estendeva dal Capo Spartivento a sud-est attraverso le gole dell’Amendolea, del fiume S.Agata, del Calopinace e del Gallico fino a Seminara e ad Oppido”) ci deve far riflettere sul fatto scontato (ma non troppo) che la cultura, se non si difende, scompare.

Se è vero che, per Rohlfs, le nostre isole linguistiche risalgono direttamente alla colonizzazione della Magna Grecia, col tempo si rischia di avere un territorio che continueremo a definire con vanteria Magna Grecia ma dove non si parlerà più greco, poiché la nostra storia, e gran parte del patrimonio archeologico e culturale, entreranno definitivamente a far parte degli elenchi delle civiltà perdute.
Di certo, i politici italiani non ci rincuorano, soprattutto quando dichiarano che “con la cultura non si mangia”. Ed intanto non solo studi scientifici dimostrano che “per ogni euro investito nel settore culturale l’impatto (diretto, indiretto e indotto) sul sistema economico è di 2,49 euro” (Studio della European House – Ambrosetti), ma, i nostri reperti trafugati all’estero diventano un’immensa fonte di guadagno (per gli altri). L’Italia, difatti, è il paese occidentale che negli ultimi secoli ha subito il più grande saccheggio di ritrovamenti archeologici. Recentemente la trasmissione televisiva Petrolio si è occupata di questo problema spiegando, tra le tante cose, in che modo al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen i resti di un carro etrusco, sottratto furtivamente, rappresenti l’attrazione principale per i visitatori del Museo.
Anche per questo scuola e cultura devono stimolare la cognizione di un pensiero moderno che non sarà fertilizzato soltanto dalla tecnologia e dal web, ma sarà capace di progettare partendo dalla nostra identità e dalle nostre radici. 

Dal mensile IN ASPROMONTE di maggio 2015

In un dibattito che si è sviluppato su L’Espresso nel 2013, Umberto Eco, nella sua Bustina di Minerva che aveva come titolo ”Elogio del classico”,  rimarcava come il vecchio Adriano Olivetti, quando si stavano costruendo le macchine da scrivere, ma già si lavorava ai primi grandi computer, “assumeva certamente dei bravi ingegneri, altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici”. Per Eco, “prepararsi al domani vuole dire non solo capire come funziona oggi un programma elettronico ma concepire nuovi programmi. E accade che gli studi classici (compreso sapere che cosa aveva detto Omero, ma soprattutto la capacità di lavorare filologicamente su un testo omerico - e avere fatto bene filosofia e un poco di logica) sono quelli che ancora possono preparare a concepire i mestieri di domani”.

Il dibattito dell’Espresso, che aveva coinvolto alcuni tra più importanti intellettuali italiani, si era sviluppato a causa della sensibile diminuzione delle iscrizioni al liceo classico. Nel nostro territorio non si hanno ancora dei dati regolari che certificano un persistente calo degli iscritti. Il liceo “Ivo Oliveti” di Locri, ad esempio, il prossimo anno avrà 88 iscritti contro i 70 del 2014/15 e i 98 del 2013/2014. Un andamento simile riguarda pure il liceo “La Cava” di Bovalino con un aumento di 10 iscritti verificatosi lo scorso anno e un nuovo lieve abbassamento che riguarderà l’anno scolastico 2015/16.

Insomma da noi l’attrazione per la cultura classica, in un certo senso, resiste, ma di sicuro ha ragione Luciano Canfora quando dice che la storia fa paura ai conservatori perché dà strumenti per criticare il presente. 

Significativo, in tal senso, è il libro Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury nel 1953. Il protagonista, Montag, si unisce ad una comunità segreta per difendersi dal livellamento culturale, acritico, della popolazione che assorbe, senza reagire, programmi interattivi trasmessi di continuo (che sono l’unica fonte di istruzione permessa dal governo). I libri vengono bruciati dai pompieri, distrutti per decreto. I membri della setta segreta, quindi, imparano ognuno un libro a memoria (Omero, Virgilio ecc..). E sarà proprio la memoria di questi testi, in un futuro inquietante e senza luce, la sola speranza per riconsegnare delle risorse mentali ad un genere umano passivo e sconfitto.


DOMENICO STRANIERI