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lunedì 16 marzo 2015

L'ARCIPRETE ED IL MARTIRE

IL DESTINO POST-MORTEM DI VINCENZO TEDESCO

Dal mensile IN ASPROMONTE di Marzo 2015


Il 6 agosto 1847 Edward Lear si trovava a Sant’Agata del Bianco, intento a riprodurre nei suoi disegni le valli dove franiamo e gli scenari chiaroscuri che incorporano muti millenni.

S.Agata del Bianco nel 1847 in un disegno di E. Lear

Grazie ad un suo schizzo sappiamo che, forse, la chiesa di S. Nicola, oggi di S.Agata, sita in Piazza del Popolo, aveva due campanili posti ai lati della facciata (mentre oggi esiste un solo campanile costruito nella parte retrostante di essa) oppure, quello che si intravede nel disegno, è un pezzo della chiesa di S.Rocco (che si erigeva di fronte al palazzo baronale). Probabilmente il viaggiatore inglese incontrò il sacerdote di quel piccolo borgo che, dal 1831, era Vincenzo Tedesco. Lo si deduce dalla descrizione del palazzo “poussinesco” del barone Franco: “Il soggiorno era molto disordinato e c’erano quattro teste di poeti impolverate agli angoli. I fratelli del barone e i figli erano tristi, come pure il prete”. Il barone era assente e, il giorno dopo, Lear annoterà che “l’aggravata malattia della padrona di casa spiegava la tristezza della scorsa notte”. La baronessa, difatti, morirà la mattina del 7 agosto.

Ed è proprio la morte, o meglio, lo stesso destino post-mortem, ad accomunare due personaggi di quel periodo: Rocco Verduci e, appunto, Don Vincenzo Tedesco. Entrambi di Caraffa del Bianco (il primo repubblicano e il secondo filo borbonico), erano uomini molto diversi. Tedesco, ad esempio, frequentava la residenza signorile dei Franco ed era fedele all’ordine costituito, Verduci, invece, si riuniva in segreto con i suoi compagni nel palazzo Borgia di Sant’Agata, nella “ruga randi”, e sognava più diritti per il popolo, pensando, così, di interpretare il sentire del mondo. Insomma, uno voleva fare la storia ed uno si impegnava a scriverla (omettendo le vicende dell’altro).


Sant'Agata, Vie delle Porte Pinte. Nella casa con il volto di
donna dimorò per 46 anni Vincenzo Tedesco

Vincenzo Tedesco, difatti, nel 1856 pubblicherà la sua opera più nota (Memoria dei luoghi antichi e moderni del Circondario, Tipografia Agrelli di Napoli) “fidando nella munificenza del re Borbone” ma non citando mai la sommossa del Distretto di Gerace (settembre 1847) capeggiata da Verduci, Bello, Mazzoni, Ruffo e Salvadori (i cosiddetti “Cinque Martiri di Gerace”).
Tuttavia, dal testo emerge ugualmente il notevole intuito storico del religioso che, nel suo incipit, sottolinea come: “Il passato tace per noi, essendoché i  nostri maggiori (non parlando degli avvenimenti più antichi che andarono forse perduti) furono troppo avari a scrivere, e testimoniarci i fatti loro.” Ha un grande merito, in tal senso, Vincenzo Tedesco.

Nato il 6 febbraio 1796, divenne sacerdote nel 1819. Dopo essere stato parroco di Condoianni e Bovalino si stabilizza, per 46 anni, a Sant’Agata del Bianco. In questo paese l’arciprete diverrà una figura molto apprezzata, uno studioso stimato anche fuori dal territorio reggino. A lui si devono importanti opere retoriche e didattiche. E non solo. Il canonico Antonio Oppedisano nella sua “Cronistoria della Diocesi di Gerace” (1932) lo elogia poiché, dopo il terremoto del 1783, la chiesa di S.Nicola “fu riedificata dalla pietà del dotto e zelante parroco Tedesco, che fu uno dei più benemeriti curati”.

Vincenzo Tedesco in un disegno di Gaudio Incorpora

Anche il prof. Gaudio Incorpora inizia il suo libro “La Luna è nera, storia romanzata dei cinque martiri” (Age, 1992) con la figura di Vincenzo Tedesco. Il suo bel racconto  include, tra l’altro, una lettera del 22 luglio 1833 laddove l’arciprete scrive al Sottintendente di Gerace di avere “appreso in una confessione che in questi luoghi serpeggia una Setta sotto la denominazione di Nuovi Europei Riformati” a cui apparterrebbero pure “soggetti sospetti dei Comuni vicini (Bianco e Caraffa) come Antonio Verduci, notoriamente facinoroso”. Di certo, nel 1833 il Tedesco non poteva immaginare che, quattordici anni dopo, il figlio di Antonio Verduci (Rocco) lo avrebbe costretto a nascondersi presso il Convento dei Riformati, in C.da Crocefisso di Bianco, come uno spettatore casuale del moto insurrezionale. 

Sostenitore del Verduci nell’avventura rivoluzionaria era anche il conte Domenico Antonio Grillo (nato a Sant’Agata nel 1801) che seguì con passione gli insorti e, da quell’esperienza, nel 1848, trarrà le sue Memorie storiche (fonte di notizie preziose anche per Vittorio Visalli, l’autore di “Lotta e Martirio del Popolo Calabrese 1847-1848”). Sarà proprio Grillo a narrarci come “Verduci voleva inalberare il vessillo tricolore in Caraffa sua patria…ma l’arrivo del signor Bello, reduce da Reggio, …gli fece cambiar progetto, e punto di riunione fu stabilito il Bianco”, oppure che “la bandiera tricolore era portata da un Giuseppe Politanò di Santagata, di appresso il sacerdote D. Francesco Ielasi del rione Pardesca di Bianco, il quale a cavallo tenea colla sua destra un crocefisso”. Non si era mai vista un’insurrezione così priva di violenza! Interessante, sempre nelle memorie del Grillo, anche la descrizione del paesaggio, dove si evince, ad esempio, come già nella metà dell’Ottocento si aveva consapevolezza dell’area archeologica dell’attuale Villa Romana di Casignana (“Percorsa oramai la metà della via, arrivati agli antichi ruderi di una città, forse Butroto, luogo or detto Palazzi..”).

Alla fine, Grillo sarà arrestato insieme ai capi rivoluzionari e racconterà le ultime ore dei cinque giovani che, il 2 ottobre del 1847, “andarono alla morte con calma”. Del ventitreenne Verduci dirà che il giorno della fucilazione “procedeva con sublime noncuranza, quanto uno Spartano imperterrito” e pare che rifiutò persino l’ultima confessione (episodio ribadito al Visalli da Vincenzo Verduci, fratello di Rocco, nel 1913). Tedesco, invece, ritornerà nella sua chiesa riprendendo a officiare normalmente le sue funzioni. Dopo il fallimento della rivolta e l’esecuzione delle condanne, i resti di Rocco Verduci, come quelli dei suoi compagni, saranno “dispersi” in una fossa comune, detta “la lupa”. Tedesco si spegnerà nel 1877, dopo essere sopravvissuto al passaggio dal vecchio al nuovo mondo che si andava formando. Le sue spoglie saranno sepolte nella chiesa che aveva fatto ricostruire, a Sant’Agata, “vicino all’altare maggiore, con una lapide sul pavimento..con una lunga epigrafe scritta in latino”(G. Dieni).

L'ex chiesa di San Nicola, oggi di Sant'Agata

Eppure nel 1954 iniziarono dei lavori per restaurare la chiesa che aveva subito dei gravi danni a causa di un’alluvione. E siccome nei nostri paesi capita spesso che quando si costruisce, nel contempo, si distrugge sempre qualcosa, il monumento funebre di Vincenzo Tedesco venne interamente demolito dagli operai impegnati a risistemare l’interno della struttura.
Un vecchio muratore, ancora vivente, mi ha confermato che in quei giorni si poteva “lavorare” con una certa libertà.
Inutile dire che, con questo ampio margine di azione e con la mancanza di civiltà estetica che ci contraddistingue, i resti del Tedesco scomparvero. Non si ha notizia di un loro spostamento in un altro luogo, non si sa nulla. Lui, che aveva dedicato la vita a quella chiesa, veniva “condannato”, dopo 77 anni dalla sua morte, a non avere più un posto preciso dove riposare. Guarda caso, proprio come quel Rocco Verduci che gli era stato così diverso in tutto.


giovedì 22 gennaio 2015

DINOSAURI IN ASPROMONTE?

Dal mensile IN ASPROMONTE di Gennaio 2015


La pagina del mensile IN ASPROMONTE 

Nel suo discorso al “Lyceum” di Firenze del 1931, Corrado Alvaro, parlando della Calabria, raccontava che “la penetrazione all’interno è difficile, qui molte cose della vecchia Calabria sono intatte e nuove, ed è una meraviglia, uno stordimento imbattersi in esse”. Subito dopo, così diceva dell’Aspromonte: ”è una montagna a grandi terrazze; dove sono i nostri paesi e i nostri campi, negli evi remoti, si stendeva il mare, ancora i bambini sui monti trovano le conchiglie che furono vive alcuni millenni fa”. Ed è vero. Recuperare fossili di gusci di conchiglia, in Aspromonte, non è così complicato. Ma non solo. 

Contadini e pastori hanno rinvenuto nei secoli scorsi anche sepolture preelleniche, cioè resti umani seppelliti sotto grandi lastre di pietra, con il capo sempre rivolto verso est. Laddove non c’erano aree da coltivare o alberi da tagliare (perfino durante la guerra del Peloponneso, nel 400 a.C., Tucidide parlava del legname raccolto sulle spiagge locresi e su quelle di Caulonia per costruire le triremi ateniesi), qualche segno del passato si è conservato. Disboscamento, terremoti e rovine causate dall’uomo, per fortuna, non hanno cancellato il fascino misterioso di alcune zone rocciose. Sul mare, invece, e non solo per le trasformazioni lungo i litorali, della civiltà greca restava ben poco già alla fine della Roma Repubblicana, tanto che Cicerone, nel 44 a.C., manifestava tutto il suo rammarico poiché la Magna Grecia era “ormai completamente distrutta”.

Ma ci sono tracce più antiche di quelle greche in luoghi appartati della nostra montagna? Ci sono caverne e siti ove le rocce sono state scavate non solo dalle piogge ma anche da quell’Homo sapiens che, settantamila anni fa, diede inizio alla cosiddetta Rivoluzione cognitiva? E cosa nascondono le nostre alture che ancora non sappiamo?
Certamente la preistoria in Calabria è un campo di indagine in continua espansione.

Le ipotetiche impronte

Una delle ipotesi più avvincenti degli ultimi mesi, ad esempio, è quella dei resti di impronte di dinosauri (o animali colossali) conservate in Aspromonte, a “Campolico”, in una parte di territorio del Comune di Sant’Agata del Bianco. Si tratta di visibili “orme” rotonde impresse nello strato roccioso, sempre a gruppi di quattro calchi. Il luogo è stato esaminato da studiosi, specialisti e finanche da ricercatori universitari del Nord Italia, i quali hanno manifestato opinioni contrastanti.
Di sicuro è difficile pensare a delle impronte che perdurano da sessantacinque milioni di anni, anche se il luogo è suggestivo e forse era abitato in epoche molto remote.
E’ un’area, quella di Sant’Agata, dove gli individui, nel corso dei millenni, non hanno apportato grandi cambiamenti, poiché la superficie è costituita da un pavimento roccioso inutilizzabile per qualsiasi tipo di attività. Laddove finisce il pendio, però, si trovano delle cavità naturali che, senza sforzo, si possono immaginare come un valido riparo per gente primitiva. Anche perché alla fine del suddetto versante è distinguibile, quando piove, una sorta di piccolo canale scavato dall’uomo che impedisce all’acqua di scendere sulle grotte.

Ed è proprio sopra questo teatro naturale di pietra che troviamo gli ipotetici passi di animali preistorici, evidenti anche in piccole pendenze, quasi una camminata in salita.
Se sia stato uno scherzo della natura a creare qua e là, a quattro a quattro, dei segni senza un apparente significato non è facile dirlo.

Particolare delle impronte

Il fatto inequivocabile è che ci sono tante realtà da scoprire nella nostra montagna, non meno che in altri posti più famosi; come Chauvet-Pont-d’Arc, in Francia, dove, in una caverna, si conserva l’impronta di una mano che risale a circa trentamila anni fa, ovvero quando un individuo cercava di lasciare memoria del suo passaggio sulla terra, quasi un soffio oltre il nulla. Ecco perché in un articolo del 1969 relativo ai primi passi dell’uomo sulla luna, Pier Paolo Pasolini scriveva: ”queste impronte mi rievocano altre impronte”.

Da noi, invece, è una pratica collettiva eliminare tutto ciò che può attirare curiosità e curiosi, tanto che potremmo scrivere, senza problemi, “un’enciclopedia della distruzione calcolata” del nostro territorio.
Probabilmente, se non fosse stato per l’inattesa caduta di un asteroide, i dinosauri avrebbero avuto più cura di questo mondo.


DOMENICO STRANIERI






giovedì 25 dicembre 2014

CHI ERA "L'UOMO IN FONDO AL POZZO"?

La figura di Giuseppe Minnici, una mente fragile e grandiosa

Dal mensile IN ASPROMONTE di Dicembre 2014

<<Rocco mi chiudeva, abilmente, sempre la bocca. Mi troncava da maestro la parola; mi soggiogava. A giorni lo detestavo proprio. Spesso mi rifiutavo di uscire in sua compagnia, per non sentirmi apostrofare e quindi sopraffare dalla sua boria e anche dalla sua, diciamolo onestamente, intelligenza e cultura e strabiliante memoria. Ripeteva intieri brani da Lucrezio e da Eschilo, in greco e in latino, che leggeva speditamente e con provocazione mi diceva: “Traduci, su!”.
A ogni passo, a mo’ di conclusione, come i contadini usavano i proverbi, ti buttava una terzina di Dante, un’ottava dell’Ariosto, un proverbio della Bibbia, una parabola del Vangelo, una proposizione dei presocratici che riteneva i massimi geni filosofici di tutti i tempi>>.

Giuseppe Minnici

Nel romanzo L’uomo in fondo al pozzo (Mondadori, 1989) di Saverio Strati, è questo uno dei primi ricordi della voce narrante (lo stesso Strati) appena incontra, dopo quarant’anni, l’amico Rocco.
Ma è davvero esistito un personaggio così particolare, ingegnoso e brillante ma sopraffatto dalla malattia mentale?
Nell’opera di Strati egli era il giovane più  “Risplendente” (così lo chiamavano) del paese ma, con il trascorrere del tempo, viene considerato un pazzo (ma non un “pazzo vero e proprio”). 

Durante la prima conversazione con l’amico, Rocco dirà:” Ora voi siete in vetta, mentre io son calato in fondo al pozzo. Sapete immaginare cos’è un pozzo senza cunicoli, senza alcuno sbocco, senza luce se non quella che arriva da su? ”. Ed ancora: “il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce. E nel mio pozzo la luce non manca”.

A Sant’Agata del Bianco, dove non è difficile associare ad ogni personaggio di Strati una figura reale del paese, sono sicuri: L’uomo in fondo al pozzo è Giuseppe Minnici!
Nato a Sant’Agata il 4 aprile 1927, Giuseppe Minnici era un poeta, un erudito dalla memoria fenomenale, un liceale di sicuro avvenire. Tutti gli studenti in difficoltà gli chiedevano aiuto ed egli impartiva le sue lezioni gratuitamente, rendendo comprensibile ogni materia come solo un professore maturo riesce a fare.
Ad un certo punto, però, come scriverà anche Giuseppe Melina, “ la sua mente è stata turbata dalla schizofrenia. Una condanna insospettata.”

La via dove abitava Giuseppe Minnici,
nel centro storico di Sant'Agata

Si speculerà finanche che i suoi problemi sorsero dopo una storia d’amore complicata, una rotta imprecisa che lo ha portato a smarrirsi. Ma queste sono solo dicerie. 

Come nel romanzo di Strati, anch’egli era una specie di visionario. All’inizio degli anni ottanta, così predisse ai nipoti la sua morte: “a settant’anni andrò nell’ingrata fossa”. E morì il 27 dicembre 1997, proprio a settant’anni. Non sappiamo se i suoi scritti siano andati perduti o se qualcuno li custodisce ancora. Restano solo il titolo di un suo racconto (“I Sommersi”) e qualche verso: “Ti vedo cittadina, oh donna dai piedi scalzi! Il tuo abbandono aumenta l’inerzia mia”.

Di sicuro molti lo hanno dimenticato. Eppure non è difficile immaginarlo, con la sua mente grandiosa per ingegno e fragilità, con quel talento che lo rendeva il migliore di tutti ma che non ha saputo resistere al dolore del mondo. Ci sono storie che vanno così! Succede quando, con la forza dell’intelletto, si raggiungono certi abissi a cui è impossibile resistere.
Alda Merini conosceva bene questo tipo di sofferenza, l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio. Per questo, quando immagino Giuseppe Minnici, mi piace rileggere una frase del “Canto ferito”, pensando che anch’egli, come tanti, era “uno di quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”.

DOMENICO STRANIERI



Sant'Agata del Bianco (RC)





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mercoledì 24 dicembre 2014

I PASTORI DI CASIGNANA E LA TRADIZIONE DEL CRISTO RISORTO


Un'antica tradizione che si tramanda da più generazioni e arriva fino ai giovani pastori di oggi

Dal mensile IN ASPROMONTE di dicembre 2014





Un giorno, parlando della civiltà contadina, Pasquino Crupi mi disse che una classe che scompare non può dare identità. L’identità calabrese, secondo Crupi, può essere trovata nella cultura popolare che ha radici cristiane, perché questa ha determinato il modo di pensare e l’orientamento della maggior parte dei calabresi. 
Tali radici, spesso di matrice bizantina, sono ancora rintracciabili a Casignana, piccolo comune aspromontano dove resiste, se pur in forma esigua, la pastorizia. Oltre al mestiere vero e proprio, ad esempio, da sempre si tramanda, da padre in figlio, un rituale legato alla morte e alla resurrezione di Gesù. E’ un rito pasquale che inizia con il lutto del venerdì santo, nel momento in cui i pastori occludono le campane appese al collo delle capre per non farle suonare. Ma non solo. Il collare di legno fabbricato a mano, dove è appesa la campana, viene girato al contrario in segno di lutto. La domenica di Pasqua, invece, le campane piccole, invernali, vengono sostituite da quelle grandi, estive. Dopodiché tutte le mandrie si muovono con il loro caratteristico suono per celebrare la gloria di Cristo. 

Gli animali adatti per portare le campane (che devono essere sempre di numero dispari), sono quelli che per indole naturale vanno davanti agli altri e sono utilizzati come guida del gregge.
 

Sono scelti fin da quando sono piccoli e ammaestrati in modo graduale. Vi è, difatti, una vera e propria scala delle campane: grande, menzettu (due campane che suonano in modo diverso), i sottili e i miligni (quelle più piccole). Ogni timbro è un riferimento sicuro per tutto il gregge. Ancora oggi, pertanto, i giovani pastori di Casignana costruiscono a mano i collari di legno da accoppiare alle campane. Utilizzano l’albero di gelso (che ha due vegetazioni, in agosto e in inverno), abilmente tagliato a seconda della venatura della pianta. Una volta ricavata una striscia di legno, questa viene immersa nell’acqua bollente e girata sapientemente (sul ginocchio per capre e pecore, sulla coscia per gli animali più grossi). Quando il legno è perfettamente curvato si lega e si lascia asciugare. 

Alla fine si lavora con disegni, incisioni, figure bizantine, croci e finanche con l’immagine della Madonna di Polsi. I vecchi massari impiegavano due giorni per costruire un collare. Era una caratteristica forma d’arte popolare che, fortunatamente, qualche giovane preserva. Certo, a Pasqua non arriverà più nessun gregge per le vie del paese, come accadeva un tempo. Ma ci sarà ancora chi sostituirà le campane invernali con quelle estive e, mentre “sona gloria”, si muoverà con la stessa devozione dei suoi antenati, quando ognuno, per come poteva, partecipava alla celebrazione del Cristo risorto e la fatica della vita, in quel momento di festa, quasi riusciva a sembrare meno dura.


DOMENICO STRANIERI




Collari di legno lavorati dai giovani pastori di Casignana








domenica 30 novembre 2014

QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI

La lettera d'amore del giovane Saverio Strati
Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2014
La copertina del mensile IN ASPROMONTE
di Novembre 2014

A 21 anni Saverio Strati smise di fare il muratore. Si separò dai suoi compagni di lavoro (il padre Paolo, lo zio Francesco Scarfone, Vincenzo Strati e Attilio Scarfone) e si trasferì a Catanzaro per studiare. Se ne andò come tanti personaggi che descriverà, poi, nelle sue opere. Se ne andò come Tibi (il Tiberio che, aiutato economicamente da Don Michelino, avrà la possibilità di costruirsi un futuro migliore). Ma per ogni Tibi che parte c’è una Tàscia che resta. E’ quasi una legge di natura che non risparmierà nemmeno Strati.

A Sant’Agata del Bianco, difatti, il giovane Saverio lascerà il suo primo amore, un amore sognato. E lo farà per sempre.
Era la ragazza più bella del paese. La vedeva passare quando si recava alla fontana o la guardava durante la festa, magari all’uscita della chiesa, quando gli uomini stavano in piazza pronti a condurre in processione la Santa. Anche a lei piaceva Sasà (come lo chiamava confidenzialmente).

I due si scambiavano messaggi tramite un’amica comune. Ma quando Strati ebbe l’opportunità di studiare si pose il problema del trasferimento in un’altra provincia. Lei lo rincuorò: avrebbe atteso il suo ritorno. Nel frattempo, anche i genitori cominciavano a intendere i sentimenti dei figli ma la madre di Saverio, solo lei, pare si dimostrasse ostile. Ciò ferì l’orgoglio della ragazza che mantenne un certo distacco e pretese che il futuro scrittore si dichiarasse apertamente. In caso contrario non lo avrebbe aspettato.

Saverio Strati da giovane

Il giovane, però, seppur in ritardo, tentava di percorrere la via degli studi. Aveva un vivo desiderio di apprendere e di raccontare il suo mondo. Ma, per il momento, il domani era un’incognita. Rinunciò, quindi, a parlare con i genitori di lei. Aveva accarezzato l’amore, ma puntò i piedi davanti ad esso. Ed il filo della storia, inesorabilmente, si spezzò.
Forse non è un caso che pure nei romanzi di Strati l’amore sarà inattuabilità, un alito lieve che resta quel che è soltanto nella giovinezza. Più avanti, tale sentimento, troverà la sua sconfitta, poiché nell’età adulta conterà lavorare, e lavorare duramente.

Saverio abbandonò il paese e gli anni passarono. I due ragazzi che si guardavano da lontano per molto tempo non si incontrarono più. Entrambi si erano sposati. Tuttavia, a lei, certe volte, faceva piacere ripensare a quel suo affetto giovanile così puro.
Una sera, ormai anziana, chiamò la figlia con una strana dolcezza negli occhi. Come per svelarle un segreto. E le disse di una lettera, l’unica, inviatale da Strati. L’aveva custodita a lungo, ma ad un certo punto decise di bruciarla. Prima, comunque, la imparò a memoria. La figlia si affrettò a prendere un pezzo di carta e la madre, con voce intenerita, ricordando parola dopo parola con una sorprendente giustezza, le dettò delle frasi che, ancora oggi, rappresentano una testimonianza preziosa.
E non solo perché ci riportano alla nostra storia. Dicevamo, infatti, che la ragazza chiese a Saverio di parlare con i suoi familiari. Lui, che sapeva meglio scrivere che parlare, le fece pervenire questo messaggio:

Perché, se mi ami come dici, vuoi sottopormi a questa prova? Potrei dirlo a tuo padre e ai tuoi fratelli ma ora mi sembra una cosa troppo dura. Però ti assicuro che se l'anno venturo sarò promosso potrò dire liberamente ai tuoi e ai miei quanto sento. Ora mi sembra una cosa non buona. Sei la più bella fanciulla del paese. T'amo quanto me stesso. La natura ti ha dato bellezza e diligenza. Ogni tanto vedo qualche sguardo e qualche sorriso e mi sembra di vedere grazia infinita. 
Ricordandoti sempre, ti invio i più fervidi baci. 
Ricevili da me e famiglia. 

Affettuosissimo Saverio


La giovane lesse il foglio davanti alla sua amica/ambasciatrice. Pensò che non era in grado di mantenere una promessa senza l’approvazione della sua famiglia e a malincuore, irrimediabilmente, ribatté: “ Me lo saluti e me lo ringrazi tanto. Ma digli che non posso aspettarlo".

Saverio partì, forse già chinato sulla propria vita per arrivare a narrarla nei libri. Per quasi quarant’anni non incrocerà più gli occhi di quella ragazza. Quando rientrava in paese, difatti, se ne stava chiuso nella sua casa, in contrada Cola, su un’altura, dove riceveva la visita degli amici più cari. Accadde un giorno, però, che in un funerale, di sfuggita, i due dovettero salutarsi. Non sapremo mai cosa pensò lo scrittore nello stringere quella mano. Come non sapremo mai se lei, qualche volta, si pentì di quella risposta così fiera e decisa.

Certo, Strati non poteva immaginare che rammentasse ancora la lettera che le aveva mandato. Probabilmente, schivo e riservato com’era, non parlava con nessuno dei suoi sentimenti privati, di quelle cose che possono apparire ridicole e, nello stesso tempo, si rimpiangono. Era uno specialista a far diventare ogni esplosione emotiva un fiume sotterraneo, che conteneva nel cuore in un modo tutto suo.
Eppure lei, ritornando un po’ fanciulla, lo ripeteva spesso: “sapete che Sasà lo scrittore, da giovane, era innamorato di me?”.

                                                                                                        DOMENICO STRANIERI



Editoriale di Gioacchino Criaco



In "Mani vuote", pag. 371, si legge:


chissà se nello scrivere queste parole, a Strati venne in mente quel suo amore giovanile...


Il giornalista Riccardo IACONA tiene tra le mani il settimanale IN ASPROMONTE con la copertina dedicata all'amore segreto di Saverio Strati.


                                                         
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