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sabato 22 marzo 2014

GIUSEPPE SICARI, IL CUSTODE DEGLI ANTICHI MESTIERI

Negli anni ’70, ha fotografato tutte le fasi di un'arte perduta

Dal mensile IN ASPROMONTE DI MARZO 2014



Il testo dell'articolo:


C’è un monito in “Gente d’Aspromonte” di Corrado Alvaro che tanti amano ripetere e che riferendosi alla civiltà contadina raccomanda: “ È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”. 
Al di là del grande merito degli scrittori, che hanno narrato storie e paesaggi della nostra terra e della nostra cultura, c’è ancora qualche persona che custodisce i segni, o meglio le immagini, di un mondo che si è trasformato senza progresso, caratterizzato solamente dalla “diaspora” di gran parte della sua popolazione.

A Sant’Agata del Bianco (RC), ad esempio, Giuseppe Sicari, fotografo autodidatta  in pensione, negli anni ’70 ha iniziato un lavoro immenso che oggi rappresenta qualcosa di unico nel suo genere.
Sicari, difatti, ha realizzato 582 fotografie e circa 700 diapositive che ripercorrono, passo dopo passo, tutte le fasi di lavorazione di attività manuali che oggi non esistono più.
Le immagini sono sistemate, in modo preciso e sistematico, in pannelli da 70x100 e già nel 1988 erano state esposte in una mostra a Villaggio Palumbo, in Sila, suscitando molto interesse. Ma non solo. Sicari ha anche vinto premi nazionali di fotografia e di lui si sono occupate importanti riviste. Ma egli è un uomo riservato e parla poco di questi riconoscimenti, quasi con discrezione.


La luce del suo sguardo si accende, invece, quando ci porta nella stanza dove conserva i suoi lavori. Tutto è catalogato alla perfezione e quella che potrebbe essere una splendida esposizione fotografica, soprattutto per le nuove generazioni ma anche per studiosi o appassionati, è già suddivisa in:
Mestieri (Arrotino, Bastaio, Calzolaio,Carbonaio, Fabbro, Falegname, Lavandaia, Maniscalco, Ombrellaio, Ricamatrice, Spaccapietra, Scarpellino, Stagnino, Vasaio e Zampognaio); Oggetti (Chitarra, Cucchiaio, Forno, Paniere, Scopa, Sedia); Prodotti (Maialatura, Miele, Olio, Sapone di casa); Cicli Produttivi (Fiscella, Formaggio, Vendemmia, Bottaio, Semina, Pane di Casa).
Particolarmente dettagliata è anche la lavorazione della Lana (Tosatura, Cardatura, Filatura, Orditura e Telaio) e della Seta (Maciulla e Baco da seta).
Alcune di queste attività sono state seguite da Sicari anche per un anno intero, con la passione di chi sa che ogni tempo ha una sua bellezza passeggera, delle tracce inconfondibili che bisogna cogliere.
Difatti, gli uomini e le donne delle foto sono persone quasi tutte scomparse, ultimi eredi di una “maestranza”, quella santagatese, rinomata nell’intera provincia di Reggio Calabria.

Le scene si susseguono come in un film, ripercorrendo le operazioni di trasformazione di un oggetto o di un prodotto. E la tecnica dei vari “mastri” non può che affascinare. Essi, difatti, esprimono la stessa naturalezza degli artisti.
In ogni pannello, per di più, vi è una precisa didascalia scritta dal fratello di Giuseppe Sicari: Rosario. Quest’ultimo, scrittore e saggista nonché studioso attento della questione meridionale, è autore di apprezzabili romanzi.
Così, seguendo parole e immagini, si penetra nel tempo dei nostri padri e dei nostri nonni, in un mondo ove qualsiasi oggetto era essenziale e non si buttava quasi nulla (poiché tutto poteva servire e ogni cosa si poteva aggiustare).
Varie fotografie fanno persino tornare in mente le parole di Saverio Strati, che in “Mani vuote” (Mondadori, 1960) racconta: “Scendemmo soli in fondo alla valle scura e umida, a circa mezz’ora dalla carbonaia. C’era  fumo e odore di legno verde che bruciava; e si udivano rumori e voci. La gente lavorava, lavorava in quell’angolo di terra lontana dal resto degli uomini. Nessuno può sapere queste cose, se non ci vive, nessuno può crederci se non le vede”. 

Ecco, il lavoro di Sicari ci dà la possibilità di vedere cose che altrimenti potremmo solo leggere ed immaginare, come le scene delle varie fasi per mettere su le “carbonaie” descritte da Strati, che partono da un solo legno posizionato al centro di un cerchio e finiscono con l’opera completa (quasi splendidi igloo costruiti da migliaia di pezzi di legname che, per produrre il carbone, devono bruciare per più di trenta ore).
Non so se in Calabria esista un simile lavoro, così particolareggiato e specialistico. Di certo, Sicari, negli anni ’70, aveva capito che le cose stavano cambiando ed un mondo stava per finire. Per questo, oggi, è custode attento di un patrimonio che solo l’ottusità dei nostri tempi può portarci a trascurare.


DOMENICO STRANIERI



sabato 22 febbraio 2014

L' UNIVERSO ARTISTICO DI FÀBON (Sant'Agata del Bianco 1912 - Roma 1969)

da "IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA" del 16 febbraio 2014








IL TESTO DELL'ARTICOLO

Nel mondo ci sono più di mille opere firmate Fàbon. Tale anagramma è il nome d’arte del pittore Domenico Bonfà, nato a Sant’Agata del Bianco il 4 febbraio del 1912 e morto a Roma il 27 agosto del 1969. Non ricordato da nessuno nel 2012, in occasione del centenario della sua nascita, Fàbon era un artista sensibilissimo, votato ad una pittura che ai colori della sua terra univa quelli dell’intero spazio mediterraneo. I suoi paesaggi rivelano, difatti, un’istintiva originalità soprattutto laddove le figure appaiono e scompaiono con aria quasi impenetrabile.

Ma prima di essere Fàbon, Domenico Bonfà è il figlio del migliore falegname ed intagliatore della Locride, Vincenzo Bonfà detto Brendolino, un uomo che non teme di confrontarsi con i falegnami di tutta Italia esibendo la maestria dell’antico artigianato santagatese che, sin dall’Ottocento, è rinomato nell’intera provincia di Reggio Calabria. Sulla sua lapide, difatti, si può ancora notare una medaglia vinta a Firenze nel 1923 in occasione dell’Esposizione Permanente d’Arte Industriale. Il giovane Domenico sembra destinato a ereditare il mestiere del padre anche se ha, prima di tutto, una peculiare predisposizione per il disegno. Tratteggia visi e scenari ovunque gli capita: pezzi di compensato, tavolette, cartone, brandelli di lenzuola.

E’ il secondogenito di una famiglia numerosa (l’ultima sorella, Fausta, è morta a Sant’Agata il 21 aprile del 2013) e non è  facile, agli inizi del ‘900, andare fuori dalla Calabria per studiare. Ma Domenico è davvero bravo. Se ne accorge per primo il maestro della scuola elementare che ogni mattina, alla lavagna, trova disegnato il suo ritratto da quest’allievo che si diverte ad eseguire effigi e caricature. Per di più, con la creta, realizza personaggi del presepe per chiese e abitazioni private. Così, nel 1926, il falegname Vincenzo, incoraggiato da tanti suoi compaesani che intravedono il talento del figlio, manda Domenico a Catania per apprendere gli elementi della pittura in una bottega d’arte, alla maniera degli artisti del Rinascimento.

Fàbon

Nella città siciliana il giovane rimane sette anni. Rientrato a Sant’Agata sposa una sua parente, Carmela Curulli, appena arrivata dal Canada.

Ecco come lo ricorda il poeta santagatese Giuseppe Melina: “ La casa di Fàbon è uno spazio d’incontro dove respira il paese intero. Ma il pittore Fàbon non cerca compagni solo in chi si interessa d’arte. E’ amico di contadini e artigiani. Penso le partite a carte. Interminabili. E per un bicchiere di vino spesso si balla. E Fàbon diviene il centro di queste sere. Tutto si muove intorno a lui. E in rapporto a le sue decisioni. L’armonia del suo corpo ci rende ridicoli, quasi. Ma perché ogni gesto, ogni movenza è ritmo puro in quest’uomo. E non solo se balla. Perfino come fuma o conversa con qualcuno”.


Nel 1933 arriva il trasferimento a Reggio Calabria, dove il giovane pittore affina la sua ricerca verso la definitiva conquista della forma. Il suo è un continuo migliorarsi. Dal 1938 si sposta per varie città italiane insieme alla moglie. A Bari, proprio nel ‘38, partecipa ad una mostra collettiva del “Paesaggio Albanese”. Ma nel 1942 arriva la chiamata alle armi e Domenico si ritrova in Africa dove, a Tobruch, viene fatto prigioniero. I colori del deserto libico gli rimarranno dentro e  caratterizzeranno molte sue opere. Rientrato in Italia inizia l’attività espositiva prima a Catania (1945) e gli anni a seguire a Reggio Calabria (un paesaggio del 1949 è tuttora esposto alla Pinacoteca Civica della città dello Stretto).

Nel frattempo un altro pittore, Alberto Bonfà (di Bianco), che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Napoli, si fa apprezzare per la luce dei suoi paesaggi.
Anche per questo motivo, Domenico pensa di creare dal suo cognome una firma originale che lo faccia distinguere dall’altro Bonfà. Inizia così a contrassegnare i suoi primi lavori con un nome d’arte che non abbandonerà più: Fàbon. L’idea gli è suggerita dal poeta reggino Ciccio Errigo, suo amico.
E’ singolare che nello stesso momento, provenienti dalla stessa zona, siano attivi due pittori con il medesimo cognome. Una presenza, questa, inspiegabilmente sottovalutata che darebbe una valenza culturale più considerevole ad un territorio che in quel periodo esprime anche i suoi grandi scrittori (Alvaro, La Cava, Perri, Strati, Montalto ecc.)

Dopo il 1946 Fàbon comincia nuovamente a viaggiare per l’Italia. Affresca chiese e dipinge quadri di una segreta spiritualità, volti di donne misteriose, paesaggi intensi. Con il pennello o con la spatola imprime i segni distintivi della sua tecnica. Risiede per qualche tempo a Genova richiamando l’attenzione dei musei europei. Le sue figure sembrano scolpite tanta è la forza monumentale che possiedono. Sul “Giornale di Sicilia” del 7 aprile 1948, riferendosi a Fàbon, Vittorio Rossi sottolinea: “Si sente che nella sua composizione non ci sono esitazioni, pentimenti, rifacimenti. Tutto è composto di getto, tutto è spontaneo, tutto è immediato …. dà prova di una sincerità artistica, di una onestà pittorica molto rari ai tempi che corrono, e di cui bisogna lodarlo senza riserva”. Il pittore manifesta, difatti, un’ancestrale sensibilità con la quale comunica il fascino e la durezza della vita.

Cascata che riproduce "Lo schiccio"
di Sant'Agata del Bianco

Egli “solidifica” le apparenze visive, tanto che alcune immagini appaiono quasi sospinte fuori dalla tela. A volte, per scardinare la vecchia tradizione figurativa, effettua delle marcate “esagerazioni” delle forme ma riesce ugualmente a non tradire l’armonia dell’intricato gioco di linee, colori e personaggi.
Su “Il Messaggero” del 15 gennaio 1953  in un pezzo a firma di Enzo Bruzzi si legge: “questo artista, umile ed onesto, avanza. E’ la sua arte che lo guida per mete sublimi con mano affettuosa e materna per premiarlo dalle fatiche e dalle pene sofferte negli alti silenzi dello spirito”. Molti percepiscono nel suo modo di dipingere una tensione profonda, quasi una “leggenda mistica”.

Dopo la mostra di Torino del 1954 (Mostra nazionale Ars Plauda) e quella di Bologna dello stesso anno (Mostra nazionale di Arte Sacra) illustra persino volumi di poesia come “Il grido dell’uomo del Sud” di G.B. Giordano e “I giochi dell’Anima” di Ivonne Rossignon

Per di più, durante un soggiorno a Ravenna, le riviste “Calabria Letteraria” e “Il Sentimento” pubblicano i versi di Carmela Curulli, la moglie del pittore. Entrambi sono alla ricerca di un modo essenziale e permanente di rappresentare ciò che vedono e provano. In un componimento del 1954 dal titolo “Altro cercavo” Carmela scrive: “Pentita dal volo troppo alto sarei tornata per essere quieta all’angolo del focolare e al suo tepor dimenticare il sole: ma più non potevo, avevo cercato altro l’inesistente impalpabile nulla”.

Intanto, il 23 marzo del 1954, La Tribuna del Mezzogiorno, in un editoriale polemico nei confronti dei critici della Biennale di Venezia (colpevoli di sottovalutare i talenti del sud), menziona Fàbon quale esempio di artista che non ha nulla da invidiare ai maestri europei. Sempre nel 1954, il pittore viene nominato vice segretario regionale per la Calabria dal comitato U.S.A.I.B.A (Unione Sindacale Artisti Italiani Belle Arti) e lavora con il settimanale “Il Mezzogiorno di Reggio”.

Nel settembre del 1955 ad Assisi, dopo aver esposto al Palazzo dell’Arte Sacra in una mostra internazionale, Fàbon riceve il diploma d’onore per “alti meriti artistici”. In seguito allestisce le sue opere anche a Genova, Arezzo, Ravenna, Firenze, Messina nonché in Germania, in Francia, in Svizzera, in Argentina ed al Museum of Fine Arts di Montreal (1957). Quotidiani e riviste si mostrano attenti verso questo “pittore mediterraneo”.

Disegno, volto di donna

Ma è nel gennaio del 1956 che arriva l’effettiva consacrazione, con l’esposizione al Pavone Art Gallery di New York. Gli americani riconoscono che: “nato nei pressi di Reggio Calabria, è un completo artista ed un creatore di un originale stile e di un nuovo sistema. Ha una ispirazione creativa con note malinconiche di musico e di poeta. E’ Domenico Bonfà in arte Fàbon. Messosi in luce nell’ambiente artistico europeo egli è un conquistatore di molti elogi e critiche. Orgoglioso e magnifico nella delusione e nella esaltazione artistica oggi egli viene ad incominciare una nuova era nell’arte del dipinto”. I giudizi della stampa statunitense sono ripresi assiduamente dai giornali italiani. L’arte di Fabòn ha ottenuto i meritati riconoscimenti. 

A Roma, nello stesso anno, alla Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea, viene premiato con la medaglia d’oro. Sono anni intensi, caratterizzati da molti spostamenti e continui ritorni in Calabria
Reggio, dopo una faticosa ricostruzione, vive un periodo di grande vivacità artistica. Fàbon è uno dei suoi indiscussi protagonisti unitamente allo storico dell’arte Alfonso Frangipane, impegnato nel recupero socio-culturale della città. Le Biennali D’arte, insieme alle mostre personali e collettive, diventano punti d’incontro e dibattito con artisti anche internazionali.

Nel 1958, alla III° Mostra Nazionale estemporanea di Ravenna, il pittore consegue una medaglia, il diploma d’onore ed il premio del presidente del concorso. Anche la mostra personale di Arte Sacra (maggio 1961) tenutasi nel Palazzo dell’Arcivescovado di Reggio Calabria è un successo. Il Ministro Umberto Tupini, dopo aver visionato le opere esposte, avrà parole lusinghiere per l’artista.
Nel 1966 Fàbon è nominato accademico della “Accademia Tiberina” di Roma per “notevoli requisiti morali, culturali e scientifici”.

Egli ricerca le basi eterne del reale e del pensiero. Poche volte, difatti, ritrae l’attimo fuggevole. Il suo occhio non è una lente statica. Certamente conserva la purezza della sensazione eppure la sua materia non si sfalda, anzi, spesso, si lega a vere e proprie intuizioni filosofiche. Anche quando, nell’opera “Fragore e silenzio”, riproduce una cascata di Sant’Agata del Bianco (denominata “Schiccio”) il pittore non effettua solamente uno studio della natura ma propone, soprattutto, “un’altra verità”. Un universo inedito che, oggi, quasi nessun calabrese ricorda, campioni come siamo a farci attrarre da uomini e cose distanti da noi. 

Per quanto riguarda la storia dell’arte, poi, essa è popolata da eccezionali artisti poco considerati. Illuminante, a proposito, è un commento di Vittorio Sgarbi nel suo “Discorso sulla pittura da Giotto a Picasso” edito da Rizzoli: “grande come Giotto è un pittore che si chiama Vitale da Bologna, ma si è cominciato a parlarne negli ultimi cinquant’anni e quindi Vitale da Bologna ha un ritardo di settecento anni di comunicazione mancata”. La speranza è che si possa riprendere a parlare di pittori come Fàbon e del suo discorso interrotto.

Nel 1968, difatti, a 56 anni, l’artista viene colpito da una neoplasia maligna che lo costringerà a curarsi a Roma e che gli risulterà fatale.

Qualche mese dopo la sua scomparsa, su Il Giornale d’Italia del 16 novembre 1969, Paolo Borruto scriverà: “I giudizi, dunque, consacrati dai critici su tutti gli organi di stampa più importanti, ed in tutto il mondo, concordano nel lodare la spontaneità, il vigore, la raffinatezza del gusto, l’arte, le proporzioni, di questo autentico Artista che l’Italia si onora di annoverare tra i migliori dell’ultimo ‘900. Egli presagì la fine. Ne è testimone la sua ultima tela che raffigura un volto egizio che appunta lo sguardo profondo, attonito, su una mummia collocata in una bara. La morte lo colse ancor giovane il 27 agosto 1969.

DOMENICO STRANIERI

domenica 16 febbraio 2014

IL CIMITERO SCOMPARSO

Dal mensile "IN ASPROMONTE" di Febbraio 2014



Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley, l’ebulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso? Tutti, tutti, dormono sulla collina…”. Inizia così l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, un libro di poesia pubblicato in America nel 1915. In Italia l’opera arrivò solo nel 1943 grazie alla traduzione di Fernanda Pivano che ricorda come da ragazzina chiese a Cesare Pavese, suo insegnante, la differenza tra la letteratura americana e quella inglese ed egli le regalò quattro volumi tra i quali c’era pure l’Antologia di Spoon River. Il libro (che ispirò a Fabrizio De Andrè brani come “La collina”, “Il suonatore Jones” e tutto l’albumNon al denaro non all'amore né al cielo) è ordinato per epitaffi che narrano la storia di ciascun abitante di Spoon River sepolto nel leggendario cimitero.
Eppure anche l’Aspromonte ha la sua collina e la sua Spoon River con “la consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti”. Solo che nessuno più la ricorda. In contrada Crocefisso, difatti, nel comune di Bianco, un vecchio cimitero abbandonato, contiguo ai ruderi del Convento di S. Maria della Vittoria, è interamente scomparso, coperto dalla vegetazione circostante. Il Convento risale al 1622 e già dal 1678 era rinomato per le due “Fiere della Croce” che si svolgevano a maggio. Da qui passarono i viaggiatori del ‘700 e dell’800, che trovarono ospitalità e si rinfrescarono nel suo pozzo (vedi E. Lear). Sempre in questo luogo partivano ed arrivavano le lettere fra Padre Bonaventura e Maria Cristina di Savoia, regina delle Due Sicilie, la quale, prima di sposare Ferdinando II, aveva scelto di farsi monaca. Maria Cristina fu sempre considerata una “Regina Santa” ed il 25 gennaio del 2014, a Napoli, è stata proclamata beata. Perché predilesse come suo confessore questo monaco calabrese rimane un mistero.
Successivamente anche il Convento di Contrada Crocefisso subì le violenze dei soldati Piemontesi che, arrivati qui per unificare l’Italia, lo incendiarono e fucilarono i religiosi.

Il “cimitero scomparso”, invece, con le sue storie, i suoi personaggi e le sue lapidi fu costruito agli inizi del ‘900 per i paesi di Sant’Agata, Caraffa e Casignana ed iniziò ad espandersi quando le fosse comuni, ove venivano seppelliti quasi tutti (eccetto i nobili), erano oramai sature.


Addentrandosi a fatica tra i rovi si riesce ancora a leggere l’epigrafe di un sepolcro ove riposa un ventenne di Sant’Agata del Bianco “assassinato inopinatamente”, il 25 agosto del 1931, dalla sua fidanzata. Un caso unico per i paesi della Vallata Laverde. Oppure si possono scorgere i nomi e le date incise sulla pietra resa nera dall’umidità. E chissà dove si trovano i resti del monaco Giuseppe Lucà, detto “u Jancu” (per il colore chiaro della sua pelle), che si innamorò di una ragazza del luogo e la sera, nel Convento, le offriva un’accoglienza non proprio religiosa. Oltre a ciò, si narra che il monaco, considerato una sorta di stregone, dopo la morte e poco prima di essere seppellito si svegliò.  Così un prete di Bianco, per non consentirgli di “resuscitare”,  lo colpì con una grossa croce di legno.
Tuttavia, adesso, il cimitero quasi non esiste. Si intuisce appena un cipresso che si erge solitario sopra un muretto di pietra. Tutto il resto giace sotto l’ombra, sospesa nel tempo, delle piante e degli arbusti. Eppure se questa collina non si trovasse in Aspromonte forse un Edgar Lee Masters ci avrebbe persino scritto un libro. Invece, alle persone interrate nel cimitero, ed ai loro nomi, pure l’altra vita gli ha reso soltanto il loro destino di affanno e miseria.


Contrada Crocefisso (RC)

Un muro del vecchio cimitero

La vegetazione che copre interamente i sepolcri

Il Convento contiguo al cimitero



venerdì 27 dicembre 2013

A COLLOQUIO CON IL PROF. VITO TETI

Questa è la mia seconda intervista al Prof. Vito Teti (Professore ordinario di Antropologia Culturale presso l’Università della Calabria) ed è stata realizzata prima della sua vittoria al Premio Letterario Nazionale Tropea, ottenuta il 10 Novembre con il romanzo storico “ Il Patriota e la maestra” (Quodlibet, 2012). Di lui, profondo conoscitore dei nostri scrittori e dell’umanità del Sud, recentemente si sono occupati i più importanti quotidiani italiani, come Repubblica ed il Corriere della Sera. Non per niente, proprio sul Corriere, il 13 novembre 2013, Gian Antonio Stella scrive: “Maledetto Sud, un libro bello e gonfio di amore struggente per il Mezzogiorno proprio perché non fa sconti alla terra natia...Vito Teti, già autore di libri densi e dolenti sullo svuotamento fisico e morale della sua Calabria interna (Il senso dei luoghi) e di studi fondamentali sul razzismo anti-meridionale come «La razza maledetta», non ne perdona una a chi ha ridotto il Mezzogiorno nelle condizioni attuali”.

Teti durante il conferimento della Laurea Honoris Causa a Saverio Strati


Prof. Teti, Lei è stato definito da Pasquino Crupi “un intellettuale di sinistra, che è rimasto nella trincea ardente della Calabria e ha continuato a dire le ragioni della Calabria contro la letteratura dei pregiudizi”. A proposito di pregiudizi: se le dico “Aspromonte” cosa le viene in mente?
Mi vengono in mente le percezioni, le visioni, le sensazioni che l’Aspromonte mi ha dato nel corso di decenni di frequentazioni per ragioni diverse. Vedo nuvole alte e alberi magici, boschi ed acque, grotte e pietre, sentieri e un vegetazione cangiante: un paesaggio unico, incantevole e maestoso. Mi vengono in mente i tanti paesini che stanno quasi in preghiera ai suoi piedi e ancora volti, gesti, canti, musiche, accoglienza. E poi le innumerevoli immagini insite negli scritti di autori come Alvaro e Perri. Mi commuove il pensiero di Polsi, che ho visitato diecine di volte, e che ho guardato con intensità e partecipazione. Naturalmente, si impongono anche le immagini negative che di questa splendida montagna sono state costruite nel corso degli ultimi decenni. Penso che dobbiamo fare di tutto per cancellare, annullare, lasciarci alle spalle questi simboli negativi che spesso, per varie ragioni, hanno contribuito anche alcuni abitanti dei luoghi a creare. Ci vuole uno nuovo sguardo e necessita una nuova immaginazione per rendere Giustizia (come voleva Antonello di Alvaro) a questi luoghi animati da giustizia, ma spesso, paradossalmente, travolti da incomprensioni esterne e da forme di autodistruzione interne.

Negli ultimi secoli i cambiamenti storici non hanno giovato ai calabresi. Siamo passati dal “Risorgimento tradito” alla teoria della “razza maledetta”. Cosa dovremo ancora aspettarci in futuro?
Certo, le attese, i sogni, il desiderio di Giustizia delle popolazioni sono state spesso tradite, disattese, deluse. Credo che momenti come il Risorgimento e il brigantaggio, la devozione popolare e la fatica delle persone, vadano viste nella loro complessità, con tante sfaccettature. In altri termini, anche se il passato rimorde, è bene pensare al presente, ribaltare le immagini negative strumentali e spesso interessate e offrire il volto bello di questi luoghi. Il futuro è sempre imprevedibile. Per molti filosofi il futuro è un tempo che non esiste e per qualcuno l’Apocalisse è già avvenuta. Uscendo fuori da visioni catastrofiche o invece da concezioni che immaginano un paradiso in terra, è bene pensare qui ed oggi cosa ognuno di noi può fare. C’è bisogno di un’etica del futuro, di una speranza, anche quando tutto sembra volgere al peggio.

Nel suo ultimo libro “Maledetto Sud” (Einaudi, 2013),  lei sostiene che bisogna anche fare i conti con gli stereotipi tanto che scrive : “ dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o farsele rinfacciare con cattiveria dagli altri”. Insomma, anche i calabresi si devono assumere delle responsabilità?
Penso che dobbiamo confutare tutti gli stereotipi e i pregiudizi che ci hanno avvolto, condizionato, esasperato. E che spesso hanno creato sfiducia, alimentato apatia e identificazione con gli stereotipi esterni, mostrandoci esattamente come gli altri ci volevano per meglio escluderci. Penso che però non dobbiamo essere suscettibili e permalosi; dobbiamo riconoscere noi i nostri mali e le nostre ombre. Spesso tra di noi siamo impetuosi fino all’autolesionismo per le responsabilità nostre, poi diventiamo chiusi e ombrosi quando a dirci cose sgradite sono gli altri. Amare la propria terra significa curarla, interrogarla, capirla e anche segnalare ciò che non va, individuare i responsabili di un degrado che spesso ci vede agli ultimi posti in negativo. Abbiamo avuto ceti politici, dirigenti, professionisti e anche intellettuali spesso funzionali alle politiche del Nord, salvo poi a lamentarsi e a dare la colpa agli altri. Soggettività, senso di sé e senso di responsabilità sono termini inseparabili.

Nella pregevole ricerca “Storia dei paesi abbandonati di Calabria” (Donzelli, 2004) ha dato “senso ai luoghi” con la fotografia e le parole. Ci sono posti che, per vari motivi, senza un attento viaggiatore non esistono. Qual è il valore del viaggio nell’era del predominio della tecnica?
Il viaggio come spaesamento radicale, perdita, scoperta di sé forse non esiste più, anche perché il mondo è diventato sempre più piccolo ed uguale e anche perché gli altri ormai vengono da noi. Ecco, il viaggio degli emigrati che vengono da noi è forse il vero viaggio di sradicamento, che noi dovremmo capire perché abbiamo avuto una storia di fughe e di abbandoni. Penso poi che, comunque, viaggiare sia bello, istruttivo, ti pone di fronte a persone e a realtà nuovi, ti fa capire anche il valore di quello che hai lasciato, ti permette di capire anche quale è il posto del mondo dove ti senti a casa. Senza viaggiare non puoi nemmeno tornare e non puoi capire il senso di un’identità plurale, aperta, mobile, dinamica. Credo che, per varie ragioni, oggi “restare” sia una forma estrema di viaggio. Ma restare non significa comodità e immobilità, significa scelta di abitare il luogo in cui sei nato, cambiandolo, rendendolo più bello, più vivibile, più abitabile, insegnando anche l’arte dell’accoglienza. Vedo una dialettica e un complementarità tra viaggiare, restare, tornare, ripartire. L’antropologia profonda della Calabria ha molto da suggerire e da offrire in questa direzione.

Prof. Teti,  lei ha un legame particolare con gli scrittori nati in Aspromonte. Non per niente è stato il principale sostenitore della “Laurea Honoris Causa” a Saverio Strati conferita dall’Unical  il 13 dicembre 2010. E’ eccessivo dire che la biografia letteraria dello scrittore di Sant’Agata del Bianco è, in qualche modo, la biografia della nostra terra?
Saverio Strati è un grande scrittore, che ha saputo cogliere le trasformazioni dell’antico mondo in cui è nato. La sua biografia è certo la biografia della nostra terra, fermo restando che i modi di vivere e narrare l’appartenenza sono molteplici e che ogni biografia ha una sua dignità e un suo valore ed è rappresentativa di una condizione ambientale, oltre che personale. Vorrei che Strati e altri scrittori calabresi venissero, davvero, letti e meditati, spiegati nelle scuole. La “laurea honoris causa”, di cui vado orgoglioso per il ruolo giocato, è stato un riconoscimento e un grazie allo scrittore e all’uomo. Io quel riconoscimento, che certo non aggiunge nulla al valore dell’autore, l’ho vissuto anche con un’emozione personale intensa. Ho avuto il piacere di conoscere lo scrittore, frequentarlo in Calabria, parlando sempre  con sobrietà e discrezione. Strati sa narrare e anche ascoltare.

Parlando con lei mi viene quasi impossibile non accennare al grande Corrado Alvaro, di cui è un fine conoscitore. Oltre alla letteratura tout court, quanto questo scrittore ha contribuito ad alimentare “un’antropologia narrata”, ovvero un modo di leggere e raccontare l’umanità del Sud?
Alvaro è stato un grande narratore e anche un raffinato intellettuale, un viaggiatore e un fantastico cronista, un conoscitore di cinema e arte, un organizzatore di cultura e un “moralista”. La sua scrittura è densamente antropologica. E la sua antropologia, il suo continuo interrogarsi e porsi domande, diventava magicamente letteratura. Penso, lo dico perché vorrei che la Calabria si rendesse davvero conto dei suoi grandi uomini, che anche Alvaro, come Strati, sia, purtroppo, più citato (a volte malamente) che non letto e studiato. Fa male, infatti, sapere che Alvaro è considerato all’estero uno dei più grandi scrittori del Novecento, mentre la nostra terra  ne sottovaluta l’importanza.


Le foto della presentazione del libro "Maledetto Sud" nel Salotto Letterario "Calliope" di Siderno (10/12/2013)










IL VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DI "MALEDETTO SUD"

giovedì 14 novembre 2013

LA RIVALITA' TRA SANT'AGATA E CARAFFA DEL BIANCO (RC)

QUANDO LA MEMORIA STORICA HA DUE VINCITORI E DUE VINTI

dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2013


L'articolo sul mensile IN ASPROMONTE

La rivalità è un sentimento antico quanto l’uomo. Può essere motivo di distruzione, di imprese leggendarie o racconti epici. Ciò nonostante non tutte le rivalità sono uguali. Ma la tensione tra gli opposti, che per Eraclito è il motore del mondo ("Polemos è signore di tutte le cose"), caratterizza da sempre anche la vita semplice dei paesi aspromontani. Secoli muti per la storia ufficiale quelli della “perduta gente” ma ricca di aneddoti e curiosità che ancora oggi gli anziani, con impeto vano, raccontano. 
Quando, poi, due borghi sono saldati a formare in pratica un solo paese la competizione inevitabilmente è più marcata. Ed allora se un “forestiero” non riesce a percepire che da Caraffa del Bianco sta entrando a Sant’Agata del Bianco e viceversa, è singolare come tra queste due popolazioni ci siano peculiarità e modus vivendi differenti. Il santagatese fantasioso e beffardo, il caraffese riservato e pratico. 
Perfino molti termini linguistici variano in modo sorprendente tra le due comunità. E se oggi alcuni pregiudizi sono stati superati (anche perché spopolamento fa rima con isolamento) e dei paesi di un tempo è rimasto solo l’involucro, una volta ogni occasione era buona per prendersi a pietrate. Era un continuo fronteggiarsi. 

Pure lo scrittore Saverio Strati ricorda le zuffe mitiche in contrada “Brunello” (così denominata dal nome del contadino che nel 1661 assassinò il duca Tranfo di Sant’Agata). “Legnate eretiche”, forse un unicum nella storia dei riti religiosi, erano poi quelle del venerdì santo. Ma quale era l’occasione dello scontro? Tuttora, durante la settimana santa le due processioni del venerdì si incontrano. Una, che parte da Sant’Agata, arriva in chiesa a Caraffa e ritorna indietro. L’altra, in direzione opposta, da Caraffa giunge a Sant’Agata e rientra. Sia all’andata che al ritorno, dunque, le due code di fedeli si incrociano. Diciamo, più precisamente, che in passato “entravano in conflitto” poiché da sempre i più giovani, ben armati di “tocche” e “ciarnèca” (strumenti di legno che dimenandoli originano un particolare rumore), si azzuffavano come due piccoli eserciti. 

Ma chi vinceva in queste “guerre lampo”? A sentire le fonti storiche orali non si capisce bene. Succede come per la battaglia di Quadesh combattuta nel 1274 a.C. nell’odierna Siria tra Ittiti ed Egiziani. Secondo le fonti Ittite il loro esercito aveva riportato una chiara vittoria, per i testi egiziani, invece, il faraone Ramses II li aveva guidati verso un grande trionfo. Allo stesso modo, per i santagatesi erano sempre loro a vincere. Cose dissimili si apprendono se si ascoltano i racconti caraffesi. Naturalmente la discordanza non muta se si parla con gli emigranti che si sono trasferiti in Nord Italia, Europa, Australia o Americhe. Ma in fondo cosa è la verità? Per il filosofo Gorgia “chi inganna è più giusto di chi è ingannato, e chi è ingannato è più saggio di chi non lo è”, un modo per dire che il linguaggio è sempre menzognero. Di certo la situazione non migliora nelle rievocazioni calcistiche. “Non vincevano mai …” si sente dire nella piazza di Sant’Agata, “ma se Don Massimo Alvaro ha ancora le coppe che ci aggiudicavamo nei tornei..” replicano indispettiti i caraffesi.

Per fortuna molti video delle partite sono stati preservati da Don Carlo Rossi, uno dei primi aspromontani dotati di cinepresa ed amore per il cinema. Emigrato a Torino, dove i figli custodiscono ancora il materiale del padre, Don Carlo, morto nel 2009, ogni anno faceva ritorno nella sua Calabria. Ovviamente, pure le sfide sportive tra le due squadre diventavano vere e proprie risse, con l’intervento attivo anche degli spettatori. E quando un bambino era il frutto di un matrimonio tra una santagatese ed un caraffese? Beh, se era intelligente era uno di loro….se aveva una “testa storta” era dell’altro centro abitato (e non importava dove risiedeva, era questione di “stirpe”). Non per niente Caraffa nasce da uno scontro tra la famiglia Sotira e quella del barone di Sant’Agata, alla fine del 1500. Il trasferimento dei Sotira nel territorio del principe Fabrizio Carafa darà origine al nuovo borgo rivale. 

Ma c’è anche, ahinoi, chi vive al confine tra i due paesi e non si capisce bene a quale Comune appartenga. Addirittura riguardo questa eccezionalità vi è un articolo, con richiamo in prima pagina, su Il Giornale del 18 ottobre 2001. Ecco come Massimiliano Lussana riporta la bizzarra congiuntura: “ Dieci figli, e già questa non è proprio la norma. Cinque nati in un Comune e cinque in un altro, e siamo già oltre ogni regola. Se poi i due Comuni sono confinanti, il caso è più unico che raro. E visto che i genitori dei dieci pargoli non hanno mai cambiato casa, sembrerebbe di essere nei dintorni dell’impossibile e invece è vero, tutto vero. I paesi in questione sono Sant’Agata del Bianco e Caraffa del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, e la storia è l’ennesimo capitolo di un libro di confini impazziti, di storie al di là di ogni storia. Soprattutto al di là di ogni geografia”. Il titolo dell’articolo è “Il confine sotto il letto matrimoniale: concepisce 10 figli in due paesi diversi”. 

Leggendo il pezzo si capisce meglio come un professore scopre nello stato di famiglia di uno studente “che il ragazzo ha nove fratelli, nati quasi alternativamente nei due centri reggini, che hanno due piazze una di fronte all’altra, una di un paese,  una di quello confinante”. Il giornalista continua: << Il prof, che non vuole rinunciare al piacere delle domande e delle interrogazioni nemmeno di fronte alla sua curiosità, chiede: “Com’è che la tua famiglia si trasferisce continuamente da un paese a quello vicino?”. 

Meravigliosa la spiegazione di Francesco, il ragazzo interessato: ”No prof, non è proprio così. Deve sapere che i miei genitori, quando si sono fidanzati, abitavano in due case confinanti, una in un paese , una nell’altro. Quando si sono sposati, per avere una camera da letto più grande, hanno buttato giù una parete. Ma mio padre ha il difetto di litigare spesso con gi amministratori comunali e quindi, se litiga con il Comune dov’è il letto di mamma, lui lo sposta dall’altro lato della camera e quando mamma partorisce è costretto a chiamare l’ostetrica del comune dove è il letto e, conseguentemente, dichiarare il figlio nato in quel municipio. Ecco perché siamo nati un po’ qua e un po’ là. Ma non siamo noi che ci trasferiamo, è il letto di mamma a passare il confine ” >>.

DOMENICO STRANIERI




IL CONFINE TRA SANT'AGATA E CARAFFA DEL BIANCO,
DA QUALCHE ANNO EVIDENZIATO DA UNA DECORAZIONE SULL'ASFALTO


TARGA POSTA A CARAFFA IN RICORDO DELLA FAMIGLIA SOTIRA


CONTRADA "BRUNELLO", MITICO LUOGO DI SCONTRI PROPRIO
DIETRO I RUDERI DEL PALAZZO BARONALE DI SANT'AGATA 


IL PEZZO IN PRIMA PAGINA SU "IL GIORNALE" DEL 18 OTTOBRE 2001

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