venerdì 31 dicembre 2010
domenica 25 luglio 2010
Incontro con l'attore Fabio Bussotti seduti innanzi al portone che fu di Rocco Verduci
da LA RIVIERA del 25 luglio 2010
Attore, autore di teatro, sceneggiatore, traduttore di romanzi dall’inglese, Fabio Bussotti si è diplomato presso la Bottega Teatrale di Firenze, diretta da Vittorio Gassman. Ha avuto come insegnanti, tra gli altri, Vittorio Gassman, Adolfo Celi, Orazio Costa, Giorgio Albertazzi, Gianandrea Gazzola, Alvaro Piccardi, Giovanni Pampiglione, Carla Bizzarri. Nel 1989 vince il Nastro d'Argento come miglior attore non protagonista per il film “Francesco” di Liliana Cavani. Per il teatro ha interpretato innumerevoli ruoli curando anche la regia del racconto popolare “Uscita d Sicurezza”, di Ignazio Silone. Infatti Fabio Bussotti è anche autore teatrale e scrittore di soggetti e sceneggiature cinematografiche. Nel 2008 ha esordito come autore di una avvincente spy story, “L'invidia di Velàzquez” (Sironi, 2008). Lo stesso Bussotti ci fa sapere che è già pronto il suo secondo romanzo: “Il cameriere di Borges”.
L'INTERVISTA
Come nasce il tuo amore per il mestiere dell’attore?
Io ho iniziato a fare l’attore a 19 anni. Nel 1982 fui preso alla Bottega Teatrale di Firenze, che era la scuola di Gassman ed Albertazzi.
Nel 1983, poi, ho fatto il Macbeth con Gassman
e da lì è cominciata quella che è la mia avventura professionale. Con Vittorio Gassman
ho lavorato molto e nel 1992 abbiamo girato insieme il mondo con il recital Ulisse e la Balena bianca. Devo
tutto a Gassman perchè fu lui ad incoraggiarmi a fare l’attore. Pensa che ero
un brillante studente di medicina all’Università di Perugia.
Nella tua carriera, quale personaggio ti ha
più coinvolto emotivamente?
Di recente, al Teatro
Mercadante di
Napoli,
ho recitato nel dramma “Aspettando Godot”,
di Samuel Beckett, dove ho interpretato il ruolo di Lucky. Ebbene, Lucky tira
fuori il dolore del mondo. Quel personaggio per me è stato sconvolgente!
Ho letto delle recensioni positive anche
riguardo il tuo “essere scrittore”. Com’è nato il romanzo L’invidia di Velàzquez?
Il
libro all’inizio era un soggetto cinematografico che ho fatto leggere a diversi
produttori che, però, si sono quasi spaventati, perchè lo hanno considerato un "colossal", eccessivamente costoso, con troppi effetti speciali, scene
in Spagna ed in Italia ecc... Ma io non volevo buttare via la storia...così ho
scritto il romanzo.
Come mai proprio “Las Meninas”?
Perchè
è un quadro molto bello che fa parte della storia dell’arte mondiale e con il
suo fascino ha interessato, più che i
critici d’arte, i filosofi. Su questa opera, infatti, esistono centinaia di
diverse interpretazioni estetiche. La più importante, quella che ha scatenato
tante polemiche, è di Michel Foucault
che, nel 1967, ne “Le parole e le cose”,
interpreta questo enigmatico quadro. Ne è scaturito un dibattito acceso tra
filosofi e professori di estetica che continua tutt’oggi. Diciamo che io ho
preso in prestito questo dibattito ed ho trasformato la storia in un thriller.
La tesi del mio romanzo, infatti, è che nel quadro è contenuto un enigma che,
una volta risolto, spiega chi è l’assassino.
Prima, insieme, siamo andati a Caraffa del
Bianco a visitare la casa che fu di Rocco Verduci, martire per la libertà nel
1847. So che stai scrivendo anche tu la storia di due giovani morti per un
ideale, cioè i fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. Ma secondo te, oggi, in
Italia c’è chi darebbe la vita per un’ idea?
Non
credo proprio! Adesso a pronunciare le frasi di Verduci, a distanza di tanto
tempo, potrebbero apparire retoriche ma
in realtà non è così. Stiamo parlando di giovani ventenni cresciuti leggendo i
testi dell’Illuminismo italiano ed europeo, che credevano nella libertà, nella
democrazia, nel suffragio universale e sognavano di salvare i poveri dalla
schiavitù. Questi ideali erano una ragione di vita e purtroppo anche di morte.
Ma, dopo la seconda Guerra Mondiale, sono diventati i capisaldi delle Costituzioni
del ‘900. Ecco perché quando si parla di questi ragazzi si deve sempre tenere presente la loro giovane età e
l’utopia che regnava in loro. Quella dei moti risorgimentali si può considerare
una stagione irripetibile. Credo che l’unica pagina storica riconducibile a quella
ventata forte di ideali sia stata la Resistenza.
Bussotti davanti il portone di Palazzo Verduci |
So infatti che hai preso la tessera
dell’Anpi...
E’
un’iniziativa di Dacia Maraini e Concita De Gregorio, le quali
hanno invitato artisti, attori ed intellettuali italiani a prendere
la tessera dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, come ultima trincea
contro chi vuole cancellare la storia, vuole dimenticare la Costituzione e sopprimere
i valori su cui si basano le cose buone del nostro paese. A questa iniziativa
hanno aderito in tanti ed anche io ho preso la tessera procurando, tra l’altro,
una grande soddisfazione a mio padre, il quale ha 85 anni ed ha combattuto
durante la Resistenza.
Non è la prima volta che vieni in
Calabria...avrai notato che negli anni è cambiato ben poco; ed anche “la
questione meridionale”, oramai, sembra riguardare solo il passato..
Non
ci sono parole educate per definire la classe politica italiana. Nessuno di
coloro che dovrebbero occuparsi di meridione ha un’idea di cosa sia il
meridione e la storia del meridionalismo. Nessuno di questi signori ha un’idea
di chi siano Salvemini, Calamandrei, Giustino Fortunato. Nessuno di questi
signori sa qualcosa di Vincenzo Cuoco.
La
politica è vissuta come difesa di interessi particolari. Quindi è molto vicina
all’idea delle mafie, le quali difendono interessi di clan contro lo sviluppo,
contro i giovani, contro la cultura, contro tutto il resto. Come fare per
innestare il seme della speranza in una simile situazione? Onestamente non lo
so. Forse ci vorrebbero l’esempio, l’utopia ed il coraggio che hanno animato
Verduci ed suoi giovani compagni più di
160 anni fa.
ARTICOLI CORRELATI: LA FAMIGLIA VERDUCI DI CARAFFA
domenica 26 luglio 2009
LA SCRITTURA DI GIAMBATTISTA SCARFONE
da LA RIVIERA del 26 luglio 2009
Giambattista Scarfone, di Sant’Agata
del Bianco, sta scontando la sua pena presso il carcere di Spoleto dove,
quasi per caso, si è avvicinato alla scrittura con esiti sorprendenti.
Un suo racconto, infatti, dal titolo “L’imprevisto” si
è aggiudicato un importante premio letterario al Festival Trevi Noir, un evento
che anticipa la rassegna Umbria
Libri.
Curatori ed ideatori del Festival sono Daniela De Gregorio e Michael
G. Jacob, scrittori di fama internazionale, che hanno come obiettivo quello
di esplorare “il male condiviso
che si insinua nella storia e nella civiltà” e “il male che coinvolge il
singolo individuo”.
Alla premiazione era presente anche Giovanna Zucconi, già
collaboratrice de “L’espresso” e la “Stampa”, nonché curatrice,
con Alessandro Baricco,
del programma televisivo "Pickwick” ed ora responsabile della
rubrica di libri all’interno della trasmissione “Che tempo che fa” .
“Questa premiazione ha la struttura di un
noir ”, ha detto la Zucconi , “nel
senso che c’è un premiato che non è qui. Due o tre anni fa ho ricevuto una
lettera di un signore molto particolare, aveva scritto sedici romanzi e mi
chiedeva se me li poteva mandare.”
Alla maniera di Giovanna Zucconi, che per prima
ha letto i romanzi di Giambattista
Scarfone incoraggiandolo a
seguitare a scrivere, non credo sia importante porsi troppe domande sul perchè
il vincitore del premio Noir si trovi in carcere.
Preconcetti limitativi in tal genere
risulterebbero sbagliati, laddove il mondo della scrittura, da sempre, rappresenta
un luogo di libertà.
Una libertà vera, raggiunta a caro prezzo da
una personalità forte e dotata di talento, che non ha consegnato il suo” io”
agli effetti devastanti della monotonia.
In situazioni amare, difatti, una persona può
scoprire di avere delle risorse insospettabili, una forza vitale sconosciuta.
”Sono diventato quello che avrei dovuto
sempre essere. Uno scrittore. Con la scrittura ho scoperto un mondo
nuovo. Vero. Bellissimo. La consapevolezza che questa opportunità me l’abbia
data il carcere mi intristisce, ma al tempo stesso mi inorgoglisce perchè posso
affermare d’aver reso utile il tempo infinito che mi ha tenuto (e mi tiene
ahimè) ancorato a questa poco ridente realtà. Riuscire a dare vita a luoghi ed
epoche è un’emozione unica ”
così scrive in una lettera Giambattista
Scarfone.
La sua è una scrittura senza fingimenti , le
trame costruite in modo perfetto, le immagini che si susseguono a perdifiato
attraverso il pensiero incessante dei personaggi.
E’ come se, ad un certo punto, la pagina assumesse una propria
autonomia che incammina la storia verso situazioni mai scontate, anche se
alimentate da una percepibile simbiosi, quasi mistica, tra chi scrive e la sua
opera.
Ecco come lo stesso autore descrive “L’imprevisto”,
la narrazione che ha vinto l’autorevole premio letterario: ” E’ un racconto breve. Un noir crudo
che fotografa determinati eventi senza la preoccupazione di trasmettere
messaggi morali. Un noir appunto. In pratica è come se ti trovassi ai bordi di
un campo di calcio mentre si sta giocando la partita e all'improvviso scoppia
il finimondo tra i giocatori. Lo spettatore osserva e trae le sue conclusioni.
Con questo racconto io ho fatto lo stesso. E’ la storia di un killer che per
uno scherzo del destino sbaglia bersaglio. Non ha sensi di colpa. La sua unica
preoccupazione è che si possa sapere del suo errore. Ma al tempo stesso si
chiede come mai ha sbagliato. Quando lo capisce, cerca di riparare, ma il suo
errore determina una svolta positiva nella vita di altre persone”.
Il racconto verrà pubblicato e si spera possano essere presi in
considerazione da qualche Editore pure i romanzi, adesso venticinque,
contraddistinti anch’essi da una pregevole qualità letteraria.
Bisogna altresì dire che la gestione
intelligente del carcere di Spoleto ha facilitato varie modalità di espressione
da parte dei detenuti.
Dall’attività letteraria a quella teatrale, dai corsi di
scrittura a quelli di filosofia, fino ad arrivare persino ad un corso di Boxe
all’interno dell’Istituto (che ha persuaso Giambattista a scrivere una bellissima lettera dal
titolo “Vincitori e vinti”, nella quale affiora la voglia di
riguadagnarsi la risalita con
sacrificio e dignità, anche attraverso delle discipline che impongono delle
regole).
In un Paese veramente democratico, infatti,
lo stato di detenzione non deve rappresentare una “malattia incurabile”, un
luogo di miseria materiale e morale.
Perchè da una libertà “usata male”,
attraverso la ricerca di un edonismo svuotato di valori, si può giungere ad una
realtà culturale che rappresenta, per i detenuti, l’unica realtà veramente
“abitabile”.
Insomma ci troviamo di fronte ad un mondo
oscuro, arduo da esplorare, da dove emerge però il segno dell’uomo, poiché come
lo stesso Giambattista Scarfone scrive :“i paradossi esistono per
dare corpo alle assurdità, se è vero come è vero che il cielo ha così tante
stelle e di notte è buio, è altrettanto vero che mi ritrovo in carcere da anni
e mai come oggi sono stato così libero”.
ARTICOLI CORRELATI: INTERVISTA A GIAMBATTISTA SCARFONE (Ottobre 2015)
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