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venerdì 5 giugno 2015

DIFESA DEL "CLASSICO"

STRUMENTI PER CRITICARE IL PRESENTE

La vittoria di una studentessa del Liceo “F. La Cava” di Bovalino (Naomi Romeo, nella foto a sinistra) alle Olimpiadi regionali di lingue e civiltà classiche ci porta a ragionare sulla modernità degli studi classici in una terra come la nostra dove, in alcune zone, si parla ancora la lingua greca.
Foto del mensile IN ASPROMONTE di maggio 2015

Nell’incipit del libro “Scavi linguistici nella Magna Grecia”, Gerhard Rohlfs descrive come, nel 1368, un giovane filologo assunto dal Petrarca in qualità di amanuense “pregò il suo maestro di accordargli un lungo congedo, avendo intenzione di recarsi a Costantinopoli per studiare praticamente la lingua greca”. 

Il Petrarca si affrettò a spiegare al giovane sia i pericoli di un viaggio così lungo e sia “quanto scarso vantaggio ai suoi studi potesse offrire la decadenza in cui versava allora l’Oriente greco”.
Pertanto, “gli consigliò di recarsi, anziché a Costantinopoli, nella Calabria che era più facile da raggiungere e dove allora lo studio del greco era in pieno fervore”. Dopo aver ricordato che lo stesso Petrarca doveva la sua conoscenza della lingua greca “all’incontro fortuito col monaco calabrese Barlaam di Seminara, che aveva conosciuto nel 1342 ad Avignone”, Rohlfs elenca i nomi di dodici villaggi greci di cui “cinque hanno perduto la lingua greca nel corso del secolo scorso”. La diminuzione del territorio di lingua greca (che “almeno fino al secolo XVI racchiudeva una popolazione greca compatta” intorno al massiccio aspromontano e “si estendeva dal Capo Spartivento a sud-est attraverso le gole dell’Amendolea, del fiume S.Agata, del Calopinace e del Gallico fino a Seminara e ad Oppido”) ci deve far riflettere sul fatto scontato (ma non troppo) che la cultura, se non si difende, scompare.

Se è vero che, per Rohlfs, le nostre isole linguistiche risalgono direttamente alla colonizzazione della Magna Grecia, col tempo si rischia di avere un territorio che continueremo a definire con vanteria Magna Grecia ma dove non si parlerà più greco, poiché la nostra storia, e gran parte del patrimonio archeologico e culturale, entreranno definitivamente a far parte degli elenchi delle civiltà perdute.
Di certo, i politici italiani non ci rincuorano, soprattutto quando dichiarano che “con la cultura non si mangia”. Ed intanto non solo studi scientifici dimostrano che per ogni euro investito nel settore culturale l’impatto (diretto, indiretto e indotto) sul sistema economico è di 2,49 euro” (Studio della European House – Ambrosetti), ma, i nostri reperti trafugati all’estero diventano un’immensa fonte di guadagno (per gli altri). L’Italia, difatti, è il paese occidentale che negli ultimi secoli ha subito il più grande saccheggio di ritrovamenti archeologici. Recentemente la trasmissione televisiva Petrolio si è occupata di questo problema spiegando, tra le tante cose, in che modo al Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen i resti di un carro etrusco, sottratto furtivamente, rappresenti l’attrazione principale per i visitatori del Museo.
Anche per questo scuola e cultura devono stimolare la cognizione di un pensiero moderno che non sarà fertilizzato soltanto dalla tecnologia e dal web, ma sarà capace di progettare partendo dalla nostra identità e dalle nostre radici. 

Dal mensile IN ASPROMONTE di maggio 2015

In un dibattito che si è sviluppato su L’Espresso nel 2013, Umberto Eco, nella sua Bustina di Minerva che aveva come titolo ”Elogio del classico”,  rimarcava come il vecchio Adriano Olivetti, quando si stavano costruendo le macchine da scrivere, ma già si lavorava ai primi grandi computer, “assumeva certamente dei bravi ingegneri, altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici”. Per Eco, “prepararsi al domani vuole dire non solo capire come funziona oggi un programma elettronico ma concepire nuovi programmi. E accade che gli studi classici (compreso sapere che cosa aveva detto Omero, ma soprattutto la capacità di lavorare filologicamente su un testo omerico - e avere fatto bene filosofia e un poco di logica) sono quelli che ancora possono preparare a concepire i mestieri di domani”.

Il dibattito dell’Espresso, che aveva coinvolto alcuni tra più importanti intellettuali italiani, si era sviluppato a causa della sensibile diminuzione delle iscrizioni al liceo classico. Nel nostro territorio non si hanno ancora dei dati regolari che certificano un persistente calo degli iscritti. Il liceo “Ivo Oliveti” di Locri, ad esempio, il prossimo anno avrà 88 iscritti contro i 70 del 2014/15 e i 98 del 2013/2014. Un andamento simile riguarda pure il liceo “La Cava” di Bovalino con un aumento di 10 iscritti verificatosi lo scorso anno e un nuovo lieve abbassamento che riguarderà l’anno scolastico 2015/16.

Insomma da noi l’attrazione per la cultura classica, in un certo senso, resiste, ma di sicuro ha ragione Luciano Canfora quando dice che la storia fa paura ai conservatori perché dà strumenti per criticare il presente. 

Significativo, in tal senso, è il libro Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury nel 1953. Il protagonista, Montag, si unisce ad una comunità segreta per difendersi dal livellamento culturale, acritico, della popolazione che assorbe, senza reagire, programmi interattivi trasmessi di continuo (che sono l’unica fonte di istruzione permessa dal governo). I libri vengono bruciati dai pompieri, distrutti per decreto. I membri della setta segreta, quindi, imparano ognuno un libro a memoria (Omero, Virgilio ecc..). E sarà proprio la memoria di questi testi, in un futuro inquietante e senza luce, la sola speranza per riconsegnare delle risorse mentali ad un genere umano passivo e sconfitto.


DOMENICO STRANIERI

lunedì 13 aprile 2015

ALVARO e STRATI, due scrittori a Caraffa del Bianco (RC). VIDEO

INCONTRO CON ALVARO
"Si fa due passi, — mi disse".


Nel VIDEO, il racconto ed i luoghi di un tardo pomeriggio del 1953, quando un giovane Saverio Strati incontra il grande Corrado Alvaro.








Archivio storico de l'Unità, L'ARTICOLO DEL 7 GENNAIO 1962




lunedì 16 marzo 2015

L'ARCIPRETE ED IL MARTIRE

IL DESTINO POST-MORTEM DI VINCENZO TEDESCO

Dal mensile IN ASPROMONTE di Marzo 2015


Il 6 agosto 1847 Edward Lear si trovava a Sant’Agata del Bianco, intento a riprodurre nei suoi disegni le valli dove franiamo e gli scenari chiaroscuri che incorporano muti millenni.

S.Agata del Bianco nel 1847 in un disegno di E. Lear

Grazie ad un suo schizzo sappiamo che, forse, la chiesa di S. Nicola, oggi di S.Agata, sita in Piazza del Popolo, aveva due campanili posti ai lati della facciata (mentre oggi esiste un solo campanile costruito nella parte retrostante di essa) oppure, quello che si intravede nel disegno, è un pezzo della chiesa di S.Rocco (che si erigeva di fronte al palazzo baronale). Probabilmente il viaggiatore inglese incontrò il sacerdote di quel piccolo borgo che, dal 1831, era Vincenzo Tedesco. Lo si deduce dalla descrizione del palazzo “poussinesco” del barone Franco: “Il soggiorno era molto disordinato e c’erano quattro teste di poeti impolverate agli angoli. I fratelli del barone e i figli erano tristi, come pure il prete”. Il barone era assente e, il giorno dopo, Lear annoterà che “l’aggravata malattia della padrona di casa spiegava la tristezza della scorsa notte”. La baronessa, difatti, morirà la mattina del 7 agosto.

Ed è proprio la morte, o meglio, lo stesso destino post-mortem, ad accomunare due personaggi di quel periodo: Rocco Verduci e, appunto, Don Vincenzo Tedesco. Entrambi di Caraffa del Bianco (il primo repubblicano e il secondo filo borbonico), erano uomini molto diversi. Tedesco, ad esempio, frequentava la residenza signorile dei Franco ed era fedele all’ordine costituito, Verduci, invece, si riuniva in segreto con i suoi compagni nel palazzo Borgia di Sant’Agata, nella “ruga randi”, e sognava più diritti per il popolo, pensando, così, di interpretare il sentire del mondo. Insomma, uno voleva fare la storia ed uno si impegnava a scriverla (omettendo le vicende dell’altro).


Sant'Agata, Vie delle Porte Pinte. Nella casa con il volto di
donna dimorò per 46 anni Vincenzo Tedesco

Vincenzo Tedesco, difatti, nel 1856 pubblicherà la sua opera più nota (Memoria dei luoghi antichi e moderni del Circondario, Tipografia Agrelli di Napoli) “fidando nella munificenza del re Borbone” ma non citando mai la sommossa del Distretto di Gerace (settembre 1847) capeggiata da Verduci, Bello, Mazzoni, Ruffo e Salvadori (i cosiddetti “Cinque Martiri di Gerace”).
Tuttavia, dal testo emerge ugualmente il notevole intuito storico del religioso che, nel suo incipit, sottolinea come: “Il passato tace per noi, essendoché i  nostri maggiori (non parlando degli avvenimenti più antichi che andarono forse perduti) furono troppo avari a scrivere, e testimoniarci i fatti loro.” Ha un grande merito, in tal senso, Vincenzo Tedesco.

Nato il 6 febbraio 1796, divenne sacerdote nel 1819. Dopo essere stato parroco di Condoianni e Bovalino si stabilizza, per 46 anni, a Sant’Agata del Bianco. In questo paese l’arciprete diverrà una figura molto apprezzata, uno studioso stimato anche fuori dal territorio reggino. A lui si devono importanti opere retoriche e didattiche. E non solo. Il canonico Antonio Oppedisano nella sua “Cronistoria della Diocesi di Gerace” (1932) lo elogia poiché, dopo il terremoto del 1783, la chiesa di S.Nicola fu riedificata dalla pietà del dotto e zelante parroco Tedesco, che fu uno dei più benemeriti curati”.

Vincenzo Tedesco in un disegno di Gaudio Incorpora

Anche il prof. Gaudio Incorpora inizia il suo libro “La Luna è nera, storia romanzata dei cinque martiri” (Age, 1992) con la figura di Vincenzo Tedesco. Il suo bel racconto  include, tra l’altro, una lettera del 22 luglio 1833 laddove l’arciprete scrive al Sottintendente di Gerace di avere “appreso in una confessione che in questi luoghi serpeggia una Setta sotto la denominazione di Nuovi Europei Riformati” a cui apparterrebbero pure “soggetti sospetti dei Comuni vicini (Bianco e Caraffa) come Antonio Verduci, notoriamente facinoroso”. Di certo, nel 1833 il Tedesco non poteva immaginare che, quattordici anni dopo, il figlio di Antonio Verduci (Rocco) lo avrebbe costretto a nascondersi presso il Convento dei Riformati, in C.da Crocefisso di Bianco, come uno spettatore casuale del moto insurrezionale. 

Sostenitore del Verduci nell’avventura rivoluzionaria era anche il conte Domenico Antonio Grillo (nato a Sant’Agata nel 1801) che seguì con passione gli insorti e, da quell’esperienza, nel 1848, trarrà le sue Memorie storiche (fonte di notizie preziose anche per Vittorio Visalli, l’autore di “Lotta e Martirio del Popolo Calabrese 1847-1848”). Sarà proprio Grillo a narrarci come “Verduci voleva inalberare il vessillo tricolore in Caraffa sua patria…ma l’arrivo del signor Bello, reduce da Reggio, …gli fece cambiar progetto, e punto di riunione fu stabilito il Bianco”, oppure che “la bandiera tricolore era portata da un Giuseppe Politanò di Santagata, di appresso il sacerdote D. Francesco Ielasi del rione Pardesca di Bianco, il quale a cavallo tenea colla sua destra un crocefisso”. Non si era mai vista un’insurrezione così priva di violenza! Interessante, sempre nelle memorie del Grillo, anche la descrizione del paesaggio, dove si evince, ad esempio, come già nella metà dell’Ottocento si aveva consapevolezza dell’area archeologica dell’attuale Villa Romana di Casignana (“Percorsa oramai la metà della via, arrivati agli antichi ruderi di una città, forse Butroto, luogo or detto Palazzi..”).

Alla fine, Grillo sarà arrestato insieme ai capi rivoluzionari e racconterà le ultime ore dei cinque giovani che, il 2 ottobre del 1847, “andarono alla morte con calma”. Del ventitreenne Verduci dirà che il giorno della fucilazione “procedeva con sublime noncuranza, quanto uno Spartano imperterrito” e pare che rifiutò persino l’ultima confessione (episodio ribadito al Visalli da Vincenzo Verduci, fratello di Rocco, nel 1913). Tedesco, invece, ritornerà nella sua chiesa riprendendo a officiare normalmente le sue funzioni. Dopo il fallimento della rivolta e l’esecuzione delle condanne, i resti di Rocco Verduci, come quelli dei suoi compagni, saranno “dispersi” in una fossa comune, detta “la lupa”. Tedesco si spegnerà nel 1877, dopo essere sopravvissuto al passaggio dal vecchio al nuovo mondo che si andava formando. Le sue spoglie saranno sepolte nella chiesa che aveva fatto ricostruire, a Sant’Agata, “vicino all’altare maggiore, con una lapide sul pavimento..con una lunga epigrafe scritta in latino”(G. Dieni).

L'ex chiesa di San Nicola, oggi di Sant'Agata

Eppure nel 1954 iniziarono dei lavori per restaurare la chiesa che aveva subito dei gravi danni a causa di un’alluvione. E siccome nei nostri paesi capita spesso che quando si costruisce, nel contempo, si distrugge sempre qualcosa, il monumento funebre di Vincenzo Tedesco venne interamente demolito dagli operai impegnati a risistemare l’interno della struttura.
Un vecchio muratore, ancora vivente, mi ha confermato che in quei giorni si poteva “lavorare” con una certa libertà.
Inutile dire che, con questo ampio margine di azione e con la mancanza di civiltà estetica che ci contraddistingue, i resti del Tedesco scomparvero. Non si ha notizia di un loro spostamento in un altro luogo, non si sa nulla. Lui, che aveva dedicato la vita a quella chiesa, veniva “condannato”, dopo 77 anni dalla sua morte, a non avere più un posto preciso dove riposare. Guarda caso, proprio come quel Rocco Verduci che gli era stato così diverso in tutto.


giovedì 22 gennaio 2015

DINOSAURI IN ASPROMONTE?

Dal mensile IN ASPROMONTE di Gennaio 2015


La pagina del mensile IN ASPROMONTE 

Nel suo discorso al “Lyceum” di Firenze del 1931, Corrado Alvaro, parlando della Calabria, raccontava che “la penetrazione all’interno è difficile, qui molte cose della vecchia Calabria sono intatte e nuove, ed è una meraviglia, uno stordimento imbattersi in esse”. Subito dopo, così diceva dell’Aspromonte: ”è una montagna a grandi terrazze; dove sono i nostri paesi e i nostri campi, negli evi remoti, si stendeva il mare, ancora i bambini sui monti trovano le conchiglie che furono vive alcuni millenni fa”. Ed è vero. Recuperare fossili di gusci di conchiglia, in Aspromonte, non è così complicato. Ma non solo. 

Contadini e pastori hanno rinvenuto nei secoli scorsi anche sepolture preelleniche, cioè resti umani seppelliti sotto grandi lastre di pietra, con il capo sempre rivolto verso est. Laddove non c’erano aree da coltivare o alberi da tagliare (perfino durante la guerra del Peloponneso, nel 400 a.C., Tucidide parlava del legname raccolto sulle spiagge locresi e su quelle di Caulonia per costruire le triremi ateniesi), qualche segno del passato si è conservato. Disboscamento, terremoti e rovine causate dall’uomo, per fortuna, non hanno cancellato il fascino misterioso di alcune zone rocciose. Sul mare, invece, e non solo per le trasformazioni lungo i litorali, della civiltà greca restava ben poco già alla fine della Roma Repubblicana, tanto che Cicerone, nel 44 a.C., manifestava tutto il suo rammarico poiché la Magna Grecia era “ormai completamente distrutta”.

Ma ci sono tracce più antiche di quelle greche in luoghi appartati della nostra montagna? Ci sono caverne e siti ove le rocce sono state scavate non solo dalle piogge ma anche da quell’Homo sapiens che, settantamila anni fa, diede inizio alla cosiddetta Rivoluzione cognitiva? E cosa nascondono le nostre alture che ancora non sappiamo?
Certamente la preistoria in Calabria è un campo di indagine in continua espansione.

Le ipotetiche impronte

Una delle ipotesi più avvincenti degli ultimi mesi, ad esempio, è quella dei resti di impronte di dinosauri (o animali colossali) conservate in Aspromonte, a “Campolico”, in una parte di territorio del Comune di Sant’Agata del Bianco. Si tratta di visibili “orme” rotonde impresse nello strato roccioso, sempre a gruppi di quattro calchi. Il luogo è stato esaminato da studiosi, specialisti e finanche da ricercatori universitari del Nord Italia, i quali hanno manifestato opinioni contrastanti.
Di sicuro è difficile pensare a delle impronte che perdurano da sessantacinque milioni di anni, anche se il luogo è suggestivo e forse era abitato in epoche molto remote.
E’ un’area, quella di Sant’Agata, dove gli individui, nel corso dei millenni, non hanno apportato grandi cambiamenti, poiché la superficie è costituita da un pavimento roccioso inutilizzabile per qualsiasi tipo di attività. Laddove finisce il pendio, però, si trovano delle cavità naturali che, senza sforzo, si possono immaginare come un valido riparo per gente primitiva. Anche perché alla fine del suddetto versante è distinguibile, quando piove, una sorta di piccolo canale scavato dall’uomo che impedisce all’acqua di scendere sulle grotte.

Ed è proprio sopra questo teatro naturale di pietra che troviamo gli ipotetici passi di animali preistorici, evidenti anche in piccole pendenze, quasi una camminata in salita.
Se sia stato uno scherzo della natura a creare qua e là, a quattro a quattro, dei segni senza un apparente significato non è facile dirlo.

Particolare delle impronte

Il fatto inequivocabile è che ci sono tante realtà da scoprire nella nostra montagna, non meno che in altri posti più famosi; come Chauvet-Pont-d’Arc, in Francia, dove, in una caverna, si conserva l’impronta di una mano che risale a circa trentamila anni fa, ovvero quando un individuo cercava di lasciare memoria del suo passaggio sulla terra, quasi un soffio oltre il nulla. Ecco perché in un articolo del 1969 relativo ai primi passi dell’uomo sulla luna, Pier Paolo Pasolini scriveva: ”queste impronte mi rievocano altre impronte”.

Da noi, invece, è una pratica collettiva eliminare tutto ciò che può attirare curiosità e curiosi, tanto che potremmo scrivere, senza problemi, “un’enciclopedia della distruzione calcolata” del nostro territorio.
Probabilmente, se non fosse stato per l’inattesa caduta di un asteroide, i dinosauri avrebbero avuto più cura di questo mondo.


DOMENICO STRANIERI






mercoledì 21 gennaio 2015

VESPA CONTRO ALVARO

Nel suo ultimo libro, Bruno Vespa include Corrado Alvaro tra gli "italiani voltagabbana"

Dal mensile IN ASPROMONTE di Gennaio 2015



Non so se Don Massimo Alvaro avrebbe commentato la pagina 61 dell’ultimo libro di Bruno Vespa, “Italiani voltagabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica sempre sul carro dei vincitori” (Mondadori 2014), laddove il conduttore di “Porta a Porta” annovera il fratello Corrado tra gli intellettuali interni al regime fascista.

Per Vespa, difatti, Alvaro “nato liberale se ne pentì. Gente in Aspromonte (1930) fu lodato dai critici e perfino da Mussolini”.Questo sarebbe il primo peccato di Corrado Alvaro. Cioè quello di scrivere un libro (che molti citano senza averlo letto) “lodato” dal Duce. Capovolgendo il concetto è come se dicessimo che apprezzare l’opera di Pirandello o Ungheretti è da fascisti. Credo che questa abitudine manichea di intendere le “collocazioni” politico/culturali abbia prodotto solo danni alla nostra storia e alla nostra cultura. Affermare, ad esempio, che Giovanni Gentile, da un punto di vista teoretico era superiore a Croce è quasi un sacrilegio (da noi, non in Germania). Insomma, non riconoscere il valore di un avversario resta una malattia tutta italiana.

Ma torniamo a Vespa ed alle sue 16 righe e mezzo che avviliscono la figura del più grande scrittore calabrese, che molti consideravano da Premio Nobel (e forse lo avrebbe pure vinto se la morte non lo avesse colto nel 1956 ). A Vespa si potrebbe rispondere con un libro intero. Provo a farlo in un solo articolo, cercando di non cadere nella prolissità. Ecco, dunque, le accuse mosse ad Alvaro: “esaltò le opere di costruzione fasciste, frequentò con Moravia il salotto di Margherita Sarfatti, ritirò nel 1940 il premio Mussolini e scrisse il volumetto Terra Nuova”.

DON MASSIMO ALVARO

Alle prime insinuazioni di Vespa mi piace controbattere con le parole di Don Massimo Alvaro, le stesse di un’intervista che mi concesse prima di morire e che uscì postuma su Il Quotidiano della Calabria il 22 ottobre 2013.

Una delle domande era questa: “A proposito di fascismo, qualcuno ha rimproverato ad Alvaro di non essere stato un aperto oppositore del regime..”. E Don Massimo così rispose a me e, senza saperlo, pure a Vespa:<<Alvaro poteva essere membro dell’Accademia d’Italia e non lo fu. In quel periodo da Pirandello ad Ungheretti fino a Marconi erano tutti Accademici. Ma Alvaro rifiutò. Vede, ci sono argomenti esterni ed argomenti interni. Fondamentalmente era solo uno scrittore libero stimato anche dai fascisti. Galeazzo Ciano se lo incontrava si fermava a salutarlo. C’è una lettera di Margherita Sarfatti, la quale  riceveva gli intellettuali e gli artisti ogni venerdì, dove si evince che Mussolini apprezzava l’Alvaro scrittore. Ma c’è anche una lettera di mio padre ove Corrado è duramente rimproverato per non essere diventato, poiché non ha voluto prendere la tessera fascista, Accademico d’Italia. Nel 1930 Bompiani stampò un annuario letterario nel quale si chiedeva al Ministro Bottai qual’era il libro che gli era piaciuto di più in quell’anno. Bottai rispose: “Vent’anni,  di Corrado Alvaro”. Io ho anche una lettera di Vittorio Mussolini, che dirigeva la rivista “Cinema”, dove, riferendosi a Corrado, c’è scritto: “Ho ammirato quest’uomo,  pur essendo rispettato non ha mai chiesto niente”. Insomma, possibile che in un tempo in cui quasi tutti erano fascisti il peccato di Alvaro è quello di non aver fatto la rivoluzione? In realtà era critico verso il regime. Gli inglesi, ad esempio, quando uscì “L’uomo è forte” scrissero subito che era un libro contro il fascismo, esistono gli articoli. Ma Corrado aveva la moglie e un figlio, doveva pensare a loro, era un uomo molto equilibrato>>.

Nel libro “Alvaro Politico” (Rubbettino, 1981), il giornalista Enzo Misefari fu uno dei primi ad evidenziare che “le parole liberal-antifasciste di Alvaro furono molte, le azioni concrete poche”. Quasi una condanna sbrigativa per le azioni che lo scrittore avrebbe dovuto compiere. Alvaro, di certo, non era un eroe, era semplicemente un intellettuale che, tra l’altro, firmò il Manifesto antifascista di Croce (filosofo che inizialmente fu vicino al fascismo ma nessuno lo rileva con cattiveria) e il 16 dicembre del 1925 venne pure bastonato.

Per quanto riguarda il Premio Mussolini bisogna precisare che si trattava di un riconoscimento del “Corriere della Sera” offerto (ogni 21 aprile) dai proprietari Mario, Aldo e Vittorio Crespi a cittadini italiani che avevano prodotto le migliori opere nel campo delle discipline storiche, letterarie, scientifiche e artistiche. Questa sarebbe stata un’altra “colpa” di Alvaro.

Peccato che solo allo scrittore di San Luca vengono sottolineate certe imprudenze. Durante il lavoro preparatorio della nascita della rivista di cultura e arte “Primato”, ad esempio, Giuseppe Bottai convocò letterati, critici e saggisti. Tra questi: Dino Buzzati, Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi, Eugenio Montale, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungheretti, Sandro Penna, Nicola Abbagnano, Galvano della Volpe, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Luigi Russo e tantissimi altri.

Bottai era una personalità stimata da molti intellettuali, che partecipavano ai suoi dibattiti poiché gli riconoscevano grande cultura e ampie vedute. Tuttavia solo ad Alvaro viene rinfacciato il fatto di essere stato apprezzato da quel gerarca fedele all’idea fascista (che puntava ad un regime più moderno e aperto al contributo di tutti). Ma andiamo avanti. A proposito del libro “Terra Nuova” (scritto nel 1934, quando il fascismo non aveva ancora fatto intendere compiutamente il suo vero aspetto) mi piace riportare, nuovamente, le parole di Don Massimo Alvaro:
Mussolini ha avuto tanti difetti, tuttavia non si può negare che è stato artefice di opere pubbliche notevoli. Ma sostenere che la bonifica dell’Agro Pontino è stata una grande opera non significa mostrarsi favorevoli al regime. Già Leonardo da Vinci progettava delle soluzioni per quell’aria paludosa e malsana, come pure tanti Papi. Aleardo Aleardi, ad esempio, nel canto “Monte Circello” descrive la miseria delle paludi pontine. Corrado disse che quella di Mussolini era un’opera meritoria e questo non gli fu mai perdonato”.

Vespa, probabilmente, ritiene verosimili le valutazioni di alcuni detrattori di Alvaro, senza considerare appieno il periodo storico né il carattere schivo dello scrittore. Persino Mario La Cava, riguardo questo argomento, ribadiva che: “Le paludi pontine sono state un grande fatto tecnico operato dal fascismo. E lui (Alvaro) non poteva dire che non fosse stata fatta bene questa bonifica, perché sarebbe andato contro la verità…..Quindi certe esagerazioni di critica non dovrebbero trovare luogo nel caso suo perlomeno, perché un uomo che vive sotto regime di dittatura deve sapersi destreggiare per sopravvivere”.

Anche Montanelli, sul Corriere della Sera, nel 2001, affermò che Alvaro era incapace di chiedere favori. Eppure visse anni duri. Non so se la sua vera colpa sia stata quella, appunto, di essere “sopravvissuto” al fascismo o di essere stato uno scrittore di respiro europeo pur avendo “il passo lungo del calabrese che ha ancora molto da camminare”.
Di certo se Vespa fosse stato contemporaneo di Alvaro non solo avrebbe ospitato nel suo salotto il Duce (stipulando chissà quale contratto con gli italiani) ma sarebbe diventato anche Accademico d’Italia, magari pensando allo scrittore di San Luca (che rifiutò la tessera fascista) come ad un povero ingenuo che non aveva ancora capito come va il mondo.


DOMENICO STRANIERI