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mercoledì 21 gennaio 2015

VESPA CONTRO ALVARO

Nel suo ultimo libro, Bruno Vespa include Corrado Alvaro tra gli "italiani voltagabbana"

Dal mensile IN ASPROMONTE di Gennaio 2015



Non so se Don Massimo Alvaro avrebbe commentato la pagina 61 dell’ultimo libro di Bruno Vespa, “Italiani voltagabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica sempre sul carro dei vincitori” (Mondadori 2014), laddove il conduttore di “Porta a Porta” annovera il fratello Corrado tra gli intellettuali interni al regime fascista.

Per Vespa, difatti, Alvaro “nato liberale se ne pentì. Gente in Aspromonte (1930) fu lodato dai critici e perfino da Mussolini”.Questo sarebbe il primo peccato di Corrado Alvaro. Cioè quello di scrivere un libro (che molti citano senza averlo letto) “lodato” dal Duce. Capovolgendo il concetto è come se dicessimo che apprezzare l’opera di Pirandello o Ungheretti è da fascisti. Credo che questa abitudine manichea di intendere le “collocazioni” politico/culturali abbia prodotto solo danni alla nostra storia e alla nostra cultura. Affermare, ad esempio, che Giovanni Gentile, da un punto di vista teoretico era superiore a Croce è quasi un sacrilegio (da noi, non in Germania). Insomma, non riconoscere il valore di un avversario resta una malattia tutta italiana.

Ma torniamo a Vespa ed alle sue 16 righe e mezzo che avviliscono la figura del più grande scrittore calabrese, che molti consideravano da Premio Nobel (e forse lo avrebbe pure vinto se la morte non lo avesse colto nel 1956 ). A Vespa si potrebbe rispondere con un libro intero. Provo a farlo in un solo articolo, cercando di non cadere nella prolissità. Ecco, dunque, le accuse mosse ad Alvaro: “esaltò le opere di costruzione fasciste, frequentò con Moravia il salotto di Margherita Sarfatti, ritirò nel 1940 il premio Mussolini e scrisse il volumetto Terra Nuova”.

DON MASSIMO ALVARO

Alle prime insinuazioni di Vespa mi piace controbattere con le parole di Don Massimo Alvaro, le stesse di un’intervista che mi concesse prima di morire e che uscì postuma su Il Quotidiano della Calabria il 22 ottobre 2013.

Una delle domande era questa: “A proposito di fascismo, qualcuno ha rimproverato ad Alvaro di non essere stato un aperto oppositore del regime..”. E Don Massimo così rispose a me e, senza saperlo, pure a Vespa:<<Alvaro poteva essere membro dell’Accademia d’Italia e non lo fu. In quel periodo da Pirandello ad Ungheretti fino a Marconi erano tutti Accademici. Ma Alvaro rifiutò. Vede, ci sono argomenti esterni ed argomenti interni. Fondamentalmente era solo uno scrittore libero stimato anche dai fascisti. Galeazzo Ciano se lo incontrava si fermava a salutarlo. C’è una lettera di Margherita Sarfatti, la quale  riceveva gli intellettuali e gli artisti ogni venerdì, dove si evince che Mussolini apprezzava l’Alvaro scrittore. Ma c’è anche una lettera di mio padre ove Corrado è duramente rimproverato per non essere diventato, poiché non ha voluto prendere la tessera fascista, Accademico d’Italia. Nel 1930 Bompiani stampò un annuario letterario nel quale si chiedeva al Ministro Bottai qual’era il libro che gli era piaciuto di più in quell’anno. Bottai rispose: “Vent’anni,  di Corrado Alvaro”. Io ho anche una lettera di Vittorio Mussolini, che dirigeva la rivista “Cinema”, dove, riferendosi a Corrado, c’è scritto: “Ho ammirato quest’uomo,  pur essendo rispettato non ha mai chiesto niente”. Insomma, possibile che in un tempo in cui quasi tutti erano fascisti il peccato di Alvaro è quello di non aver fatto la rivoluzione? In realtà era critico verso il regime. Gli inglesi, ad esempio, quando uscì “L’uomo è forte” scrissero subito che era un libro contro il fascismo, esistono gli articoli. Ma Corrado aveva la moglie e un figlio, doveva pensare a loro, era un uomo molto equilibrato>>.

Nel libro “Alvaro Politico” (Rubbettino, 1981), il giornalista Enzo Misefari fu uno dei primi ad evidenziare che “le parole liberal-antifasciste di Alvaro furono molte, le azioni concrete poche”. Quasi una condanna sbrigativa per le azioni che lo scrittore avrebbe dovuto compiere. Alvaro, di certo, non era un eroe, era semplicemente un intellettuale che, tra l’altro, firmò il Manifesto antifascista di Croce (filosofo che inizialmente fu vicino al fascismo ma nessuno lo rileva con cattiveria) e il 16 dicembre del 1925 venne pure bastonato.

Per quanto riguarda il Premio Mussolini bisogna precisare che si trattava di un riconoscimento del “Corriere della Sera” offerto (ogni 21 aprile) dai proprietari Mario, Aldo e Vittorio Crespi a cittadini italiani che avevano prodotto le migliori opere nel campo delle discipline storiche, letterarie, scientifiche e artistiche. Questa sarebbe stata un’altra “colpa” di Alvaro.

Peccato che solo allo scrittore di San Luca vengono sottolineate certe imprudenze. Durante il lavoro preparatorio della nascita della rivista di cultura e arte “Primato”, ad esempio, Giuseppe Bottai convocò letterati, critici e saggisti. Tra questi: Dino Buzzati, Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi, Eugenio Montale, Cesare Pavese, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungheretti, Sandro Penna, Nicola Abbagnano, Galvano della Volpe, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Luigi Russo e tantissimi altri.

Bottai era una personalità stimata da molti intellettuali, che partecipavano ai suoi dibattiti poiché gli riconoscevano grande cultura e ampie vedute. Tuttavia solo ad Alvaro viene rinfacciato il fatto di essere stato apprezzato da quel gerarca fedele all’idea fascista (che puntava ad un regime più moderno e aperto al contributo di tutti). Ma andiamo avanti. A proposito del libro “Terra Nuova” (scritto nel 1934, quando il fascismo non aveva ancora fatto intendere compiutamente il suo vero aspetto) mi piace riportare, nuovamente, le parole di Don Massimo Alvaro:
Mussolini ha avuto tanti difetti, tuttavia non si può negare che è stato artefice di opere pubbliche notevoli. Ma sostenere che la bonifica dell’Agro Pontino è stata una grande opera non significa mostrarsi favorevoli al regime. Già Leonardo da Vinci progettava delle soluzioni per quell’aria paludosa e malsana, come pure tanti Papi. Aleardo Aleardi, ad esempio, nel canto “Monte Circello” descrive la miseria delle paludi pontine. Corrado disse che quella di Mussolini era un’opera meritoria e questo non gli fu mai perdonato”.

Vespa, probabilmente, ritiene verosimili le valutazioni di alcuni detrattori di Alvaro, senza considerare appieno il periodo storico né il carattere schivo dello scrittore. Persino Mario La Cava, riguardo questo argomento, ribadiva che: “Le paludi pontine sono state un grande fatto tecnico operato dal fascismo. E lui (Alvaro) non poteva dire che non fosse stata fatta bene questa bonifica, perché sarebbe andato contro la verità…..Quindi certe esagerazioni di critica non dovrebbero trovare luogo nel caso suo perlomeno, perché un uomo che vive sotto regime di dittatura deve sapersi destreggiare per sopravvivere”.

Anche Montanelli, sul Corriere della Sera, nel 2001, affermò che Alvaro era incapace di chiedere favori. Eppure visse anni duri. Non so se la sua vera colpa sia stata quella, appunto, di essere “sopravvissuto” al fascismo o di essere stato uno scrittore di respiro europeo pur avendo “il passo lungo del calabrese che ha ancora molto da camminare”.
Di certo se Vespa fosse stato contemporaneo di Alvaro non solo avrebbe ospitato nel suo salotto il Duce (stipulando chissà quale contratto con gli italiani) ma sarebbe diventato anche Accademico d’Italia, magari pensando allo scrittore di San Luca (che rifiutò la tessera fascista) come ad un povero ingenuo che non aveva ancora capito come va il mondo.


DOMENICO STRANIERI




                                        

giovedì 25 dicembre 2014

CHI ERA "L'UOMO IN FONDO AL POZZO"?

La figura di Giuseppe Minnici, una mente fragile e grandiosa

Dal mensile IN ASPROMONTE di Dicembre 2014

<<Rocco mi chiudeva, abilmente, sempre la bocca. Mi troncava da maestro la parola; mi soggiogava. A giorni lo detestavo proprio. Spesso mi rifiutavo di uscire in sua compagnia, per non sentirmi apostrofare e quindi sopraffare dalla sua boria e anche dalla sua, diciamolo onestamente, intelligenza e cultura e strabiliante memoria. Ripeteva intieri brani da Lucrezio e da Eschilo, in greco e in latino, che leggeva speditamente e con provocazione mi diceva: “Traduci, su!”.
A ogni passo, a mo’ di conclusione, come i contadini usavano i proverbi, ti buttava una terzina di Dante, un’ottava dell’Ariosto, un proverbio della Bibbia, una parabola del Vangelo, una proposizione dei presocratici che riteneva i massimi geni filosofici di tutti i tempi>>.

Giuseppe Minnici

Nel romanzo L’uomo in fondo al pozzo (Mondadori, 1989) di Saverio Strati, è questo uno dei primi ricordi della voce narrante (lo stesso Strati) appena incontra, dopo quarant’anni, l’amico Rocco.
Ma è davvero esistito un personaggio così particolare, ingegnoso e brillante ma sopraffatto dalla malattia mentale?
Nell’opera di Strati egli era il giovane più  “Risplendente” (così lo chiamavano) del paese ma, con il trascorrere del tempo, viene considerato un pazzo (ma non un “pazzo vero e proprio”). 

Durante la prima conversazione con l’amico, Rocco dirà:” Ora voi siete in vetta, mentre io son calato in fondo al pozzo. Sapete immaginare cos’è un pozzo senza cunicoli, senza alcuno sbocco, senza luce se non quella che arriva da su? ”. Ed ancora: “il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce. E nel mio pozzo la luce non manca”.

A Sant’Agata del Bianco, dove non è difficile associare ad ogni personaggio di Strati una figura reale del paese, sono sicuri: L’uomo in fondo al pozzo è Giuseppe Minnici!
Nato a Sant’Agata il 4 aprile 1927, Giuseppe Minnici era un poeta, un erudito dalla memoria fenomenale, un liceale di sicuro avvenire. Tutti gli studenti in difficoltà gli chiedevano aiuto ed egli impartiva le sue lezioni gratuitamente, rendendo comprensibile ogni materia come solo un professore maturo riesce a fare.
Ad un certo punto, però, come scriverà anche Giuseppe Melina, “ la sua mente è stata turbata dalla schizofrenia. Una condanna insospettata.”

La via dove abitava Giuseppe Minnici,
nel centro storico di Sant'Agata

Si speculerà finanche che i suoi problemi sorsero dopo una storia d’amore complicata, una rotta imprecisa che lo ha portato a smarrirsi. Ma queste sono solo dicerie. 

Come nel romanzo di Strati, anch’egli era una specie di visionario. All’inizio degli anni ottanta, così predisse ai nipoti la sua morte: “a settant’anni andrò nell’ingrata fossa”. E morì il 27 dicembre 1997, proprio a settant’anni. Non sappiamo se i suoi scritti siano andati perduti o se qualcuno li custodisce ancora. Restano solo il titolo di un suo racconto (“I Sommersi”) e qualche verso: “Ti vedo cittadina, oh donna dai piedi scalzi! Il tuo abbandono aumenta l’inerzia mia”.

Di sicuro molti lo hanno dimenticato. Eppure non è difficile immaginarlo, con la sua mente grandiosa per ingegno e fragilità, con quel talento che lo rendeva il migliore di tutti ma che non ha saputo resistere al dolore del mondo. Ci sono storie che vanno così! Succede quando, con la forza dell’intelletto, si raggiungono certi abissi a cui è impossibile resistere.
Alda Merini conosceva bene questo tipo di sofferenza, l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio. Per questo, quando immagino Giuseppe Minnici, mi piace rileggere una frase del “Canto ferito”, pensando anch’egli, come tanti, era “uno di quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”.

DOMENICO STRANIERI



Sant'Agata del Bianco (RC)





ARTICOLI CORRELATI: QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI



mercoledì 24 dicembre 2014

I PASTORI DI CASIGNANA E LA TRADIZIONE DEL CRISTO RISORTO


Un'antica tradizione che si tramanda da più generazioni e arriva fino ai giovani pastori di oggi

Dal mensile IN ASPROMONTE di dicembre 2014





Un giorno, parlando della civiltà contadina, Pasquino Crupi mi disse che una classe che scompare non può dare identità. L’identità calabrese, secondo Crupi, può essere trovata nella cultura popolare che ha radici cristiane, perché questa ha determinato il modo di pensare e l’orientamento della maggior parte dei calabresi
Tali radici, spesso di matrice bizantina, sono ancora rintracciabili a Casignana, piccolo comune aspromontano dove resiste, se pur in forma esigua, la pastorizia. Oltre al mestiere vero e proprio, ad esempio, da sempre si tramanda, da padre in figlio, un rituale legato alla morte e alla resurrezione di Gesù. E’ un rito pasquale che inizia con il lutto del venerdì santo, nel momento in cui i pastori occludono le campane appese al collo delle capre per non farle suonare. Ma non solo. Il collare di legno fabbricato a mano, dove è appesa la campana, viene girato al contrario in segno di lutto. La domenica di Pasqua, invece, le campane piccole, invernali, vengono sostituite da quelle grandi, estive. Dopodiché tutte le mandrie si muovono con il loro caratteristico suono per celebrare la gloria di Cristo. 

Gli animali adatti per portare le campane (che devono essere sempre di numero dispari), sono quelli che per indole naturale vanno davanti agli altri e sono utilizzati come guida del gregge.
 

Sono scelti fin da quando sono piccoli e ammaestrati in modo graduale. Vi è, difatti, una vera e propria scala delle campane: grande, menzettu (due campane che suonano in modo diverso), i sottili e i miligni (quelle più piccole). Ogni timbro è un riferimento sicuro per tutto il gregge. Ancora oggi, pertanto, i giovani pastori di Casignana costruiscono a mano i collari di legno da accoppiare alle campane. Utilizzano l’albero di gelso (che ha due vegetazioni, in agosto e in inverno), abilmente tagliato a seconda della venatura della pianta. Una volta ricavata una striscia di legno, questa viene immersa nell’acqua bollente e girata sapientemente (sul ginocchio per capre e pecore, sulla coscia per gli animali più grossi). Quando il legno è perfettamente curvato si lega e si lascia asciugare. 

Alla fine si lavora con disegni, incisioni, figure bizantine, croci e finanche con l’immagine della Madonna di Polsi. I vecchi massari impiegavano due giorni per costruire un collare. Era una caratteristica forma d’arte popolare che, fortunatamente, qualche giovane preserva. Certo, a Pasqua non arriverà più nessun gregge per le vie del paese, come accadeva un tempo. Ma ci sarà ancora chi sostituirà le campane invernali con quelle estive e, mentre “sona gloria”, si muoverà con la stessa devozione dei suoi antenati, quando ognuno, per come poteva, partecipava alla celebrazione del Cristo risorto e la fatica della vita, in quel momento di festa, quasi riusciva a sembrare meno dura.


DOMENICO STRANIERI




Collari di legno lavorati dai giovani pastori di Casignana








domenica 30 novembre 2014

QUEL SEGRETO DI SAVERIO STRATI

La lettera d'amore del giovane Saverio Strati
Dal mensile IN ASPROMONTE di Novembre 2014
La copertina del mensile IN ASPROMONTE
di Novembre 2014

A 21 anni Saverio Strati smise di fare il muratore. Si separò dai suoi compagni di lavoro (il padre Paolo, lo zio Francesco Scarfone, Vincenzo Strati e Attilio Scarfone) e si trasferì a Catanzaro per studiare. Se ne andò come tanti personaggi che descriverà, poi, nelle sue opere. Se ne andò come Tibi (il Tiberio che, aiutato economicamente da Don Michelino, avrà la possibilità di costruirsi un futuro migliore). Ma per ogni Tibi che parte c’è una Tàscia che resta. E’ quasi una legge di natura che non risparmierà nemmeno Strati.

A Sant’Agata del Bianco, difatti, il giovane Saverio lascerà il suo primo amore, un amore sognato. E lo farà per sempre.
Era la ragazza più bella del paese. La vedeva passare quando si recava alla fontana o la guardava durante la festa, magari all’uscita della chiesa, quando gli uomini stavano in piazza pronti a condurre in processione la Santa. Anche a lei piaceva Sasà (come lo chiamava confidenzialmente).

I due si scambiavano messaggi tramite un’amica comune. Ma quando Strati ebbe l’opportunità di studiare si pose il problema del trasferimento in un’altra provincia. Lei lo rincuorò: avrebbe atteso il suo ritorno. Nel frattempo, anche i genitori cominciavano a intendere i sentimenti dei figli ma la madre di Saverio, solo lei, pare si dimostrasse ostile. Ciò ferì l’orgoglio della ragazza che mantenne un certo distacco e pretese che il futuro scrittore si dichiarasse apertamente. In caso contrario non lo avrebbe aspettato.

Saverio Strati da giovane

Il giovane, però, seppur in ritardo, tentava di percorrere la via degli studi. Aveva un vivo desiderio di apprendere e di raccontare il suo mondo. Ma, per il momento, il domani era un’incognita. Rinunciò, quindi, a parlare con i genitori di lei. Aveva accarezzato l’amore, ma puntò i piedi davanti ad esso. Ed il filo della storia, inesorabilmente, si spezzò.
Forse non è un caso che pure nei romanzi di Strati l’amore sarà inattuabilità, un alito lieve che resta quel che è soltanto nella giovinezza. Più avanti, tale sentimento, troverà la sua sconfitta, poiché nell’età adulta conterà lavorare, e lavorare duramente.

Saverio abbandonò il paese e gli anni passarono. I due ragazzi che si guardavano da lontano per molto tempo non si incontrarono più. Entrambi si erano sposati. Tuttavia, a lei, certe volte, faceva piacere ripensare a quel suo affetto giovanile così puro.
Una sera, ormai anziana, chiamò la figlia con una strana dolcezza negli occhi. Come per svelarle un segreto. E le disse di una lettera, l’unica, inviatale da Strati. L’aveva custodita a lungo, ma ad un certo punto decise di bruciarla. Prima, comunque, la imparò a memoria. La figlia si affrettò a prendere un pezzo di carta e la madre, con voce intenerita, ricordando parola dopo parola con una sorprendente giustezza, le dettò delle frasi che, ancora oggi, rappresentano una testimonianza preziosa.
E non solo perché ci riportano alla nostra storia. Dicevamo, infatti, che la ragazza chiese a Saverio di parlare con i suoi familiari. Lui, che sapeva meglio scrivere che parlare, le fece pervenire questo messaggio:

Perché, se mi ami come dici, vuoi sottopormi a questa prova? Potrei dirlo a tuo padre e ai tuoi fratelli ma ora mi sembra una cosa troppo dura. Però ti assicuro che se l'anno venturo sarò promosso potrò dire liberamente ai tuoi e ai miei quanto sento. Ora mi sembra una cosa non buona. Sei la più bella fanciulla del paese. T'amo quanto me stesso. La natura ti ha dato bellezza e diligenza. Ogni tanto vedo qualche sguardo e qualche sorriso e mi sembra di vedere grazia infinita. 
Ricordandoti sempre, ti invio i più fervidi baci. 
Ricevili da me e famiglia. 

Affettuosissimo Saverio


La giovane lesse il foglio davanti alla sua amica/ambasciatrice. Pensò che non era in grado di mantenere una promessa senza l’approvazione della sua famiglia e a malincuore, irrimediabilmente, ribatté: “ Me lo saluti e me lo ringrazi tanto. Ma digli che non posso aspettarlo".

Saverio partì, forse già chinato sulla propria vita per arrivare a narrarla nei libri. Per quasi quarant’anni non incrocerà più gli occhi di quella ragazza. Quando rientrava in paese, difatti, se ne stava chiuso nella sua casa, in contrada Cola, su un’altura, dove riceveva la visita degli amici più cari. Accadde un giorno, però, che in un funerale, di sfuggita, i due dovettero salutarsi. Non sapremo mai cosa pensò lo scrittore nello stringere quella mano. Come non sapremo mai se lei, qualche volta, si pentì di quella risposta così fiera e decisa.

Certo, Strati non poteva immaginare che rammentasse ancora la lettera che le aveva mandato. Probabilmente, schivo e riservato com’era, non parlava con nessuno dei suoi sentimenti privati, di quelle cose che possono apparire ridicole e, nello stesso tempo, si rimpiangono. Era uno specialista a far diventare ogni esplosione emotiva un fiume sotterraneo, che conteneva nel cuore in un modo tutto suo.
Eppure lei, ritornando un po’ fanciulla, lo ripeteva spesso: “sapete che Sasà lo scrittore, da giovane, era innamorato di me?”.

                                                                                                        DOMENICO STRANIERI



Editoriale di Gioacchino Criaco



In "Mani vuote", pag. 371, si legge:


chissà se nello scrivere queste parole, a Strati venne in mente quel suo amore giovanile...


Il giornalista Riccardo IACONA tiene tra le mani il settimanale IN ASPROMONTE con la copertina dedicata all'amore segreto di Saverio Strati.


                                                         
Articoli correlati: Chi era l'Uomo in fondo al pozzo?











sabato 29 novembre 2014

Tuttosamo.it intervista Domenico Stranieri

Le mie risposte alle domande di Giuseppe Antonelli, fotografo 

ed inviato speciale del sito TUTTOSAMO.IT


Descrivi il tuo primo impatto nel mondo del giornalismo?
Sono sempre stato attratto dal mondo delle scrittura, ma non ho mai pensato di fare il giornalista. Poi, quasi per caso, mi sono ritrovato nella redazione della Riviera, a Siderno, con un professore che, prima, accendeva il suo sigaro e poi ci spiegava come andavano nel cose al Sud: Pasquino Crupi. Aveva una cultura vastissima e, in un’altra terra, avrebbe avuto maggior fortuna. Ma amava la Calabria e non l’ha mai tradita. Purtroppo, da noi, si è apprezzati più da morti che da vivi. Eppure Pasquino non aveva nulla da invidiare ai grandi personaggi della cultura nazionale. La cosa sorprendente era quando, magari sorseggiando qualcosa, ci dettava un pezzo che inventava lì, al momento. Chi era davanti alla tastiera del pc notava subito che quello che diceva era perfetto, non bisognava trasformare nulla dal parlato allo scritto. Lavorare con lui è stata un’esperienza importante, una bella palestra di giornalismo.

Quali sono secondo te le risorse per far emergere il nostro territorio?
Ribadiamo da secoli le stesse cose ma non vedo tentativi reali di cambiamento. Saverio Strati diceva che, quello nostro, è un panorama capace di incantare un poeta ma da esso si evince anche la desolazione degli uomini. Dobbiamo cambiare noi, dunque. Io non so se un altro popolo avrebbe trattato così male la terra, il mare e le risorse che possediamo. Certo, anche io difenderò sempre la nostra storia e la nostra gente, ma se non ci avverrà un cambiamento reale nella nostra testa, nel nostro modo di vedere le cose, non ci sarà mai turismo, un’agricoltura sfruttata al meglio,  e dei borghi o delle aree archeologiche realmente valorizzate.

Se dovessi descrivere i tuoi pregi e i tuoi difetti?
Credo che conoscere se stessi, un po’ come intendevano i filosofi greci, sia la cosa più difficile che possa fare un uomo. Quindi non sono capace di rispondere a questa domanda. Ti posso dire che cerco di concentrarmi di più sui difetti, per migliorare, dato che, sicuramente, superano i pregi.

Il servizio giornalistico che ti ha dato più soddisfazioni?
Vi sono alcuni articoli che, per vari motivi, sento più vicini alla mia storia. Anche perché illuminano momenti passati che non passano. Me ne accorgo appena pubblico qualcosa ed arrivano e-mail dal Canada, dagli Stati Uniti o dall’Australia. Personalmente, sono affezionato agli articoli riguardanti il pittore Fàbon, il dott. ungherese Fenyves, l’Astronomo solitario di Mendulà, il cimitero scomparso di ContradaCrocefisso, la lettera d’amore del giovane Saverio Strati e, ancora, sono legato all’ultima intervista a Don Massimo Alvaro (il fratello dello scrittore Corrado). Sono tutti pezzi che troverai sul mio Blog: www.domenicostranieri.blogspot.it

Molti emigrati seguono il tuo lavoro e leggono i tuoi articoli; tutto ciò non ti rende orgoglioso?
Da quando scrivo per il mensile “InAspromonte”, diretto da Antonella Italiano, ho la possibilità di fare ciò che mi piace: descrivere il nostro mondo. E mi riferisco alla nostra montagna che, come scriveva Norman Douglas, è “calamita delle nuvole” ma è pure tante altre cose. E’ un piccolo cosmo, con mille storie, mille personaggi e tante culture diverse che costituiscono una sola grande cultura. Non esistono montagne così in Occidente. Per di più,  il linguaggio dei nostri articoli non è prettamente giornalistico, ma si avvicina molto a quello del racconto. Non si tratta di storie riciclate. Molti pezzi del giornale sono delle vere e proprie ricerche. Andiamo sul posto, ascoltiamo studiosi, anziani, e arricchiamo il servizio con fotografie e video. Gli emigranti hanno capito che è un modo originale di fare giornalismo e lo apprezzano; e non solo perché rammentano storie e luoghi ma, spesso, perché scoprono anche delle cose che non sanno. La loro passione per la nostra terra è davvero commovente.

Il tuo lavoro, quindi, è fatto di ricerche e di storie del passato da riportate alla luce. Sei mai riuscito ad avere un valido aiuto sia morale che economico per questa tua valida iniziativa?
Di aiuti economici non ne ho mai avuti ma non li ho nemmeno chiesti. La gente invece si  dimostra quasi sempre affettuosa. Ad esempio, quando ho pensato di scrivere un articolo riguardante un’affascinante leggenda, un giovane di Caraffa, Francesco Minnici, ha lavorato una settimana per pulire gli alti rovi che circondavano e ricoprivano una roccia. Poi, insieme, abbiamo trovato sotto il muschio una scritta misteriosa ed è nato così uno dei pezzi più letti: La leggenda della roccia di “GiuliaSchiava”. Dico questo per far intendere come la gente è disponibile e quindi molte volte rappresenta un utile sostegno.

I nostri paesi hanno senz’altro un fascino particolare visto le tradizioni e le grandi feste comunitarie. Come si potrebbe quindi creare occupazione?
I nostri paesi devono preservare la loro storia (e mi riferisco all’architettura, al paesaggio e a tutte quelle risorse che tendiamo a distruggere). Ovviamente noi possiamo lavorare con il turismo e i nostri prodotti, ma questo non è difficile capirlo. Eppure siamo peggiorati rispetto agli anni passati. Arrivano meno turisti che negli anni ’80 ed abbiamo anche meno strutture che in passato. Può apparire strano ma è così. E poi la Locride non è mai considerata un’opportunità, tanto che non è mai nata una vera classe imprenditoriale. In questo momento, quindi, puntare ad un turismo di massa è improponibile. Ma ho già scritto che “esiste da sempre una geografia che corrisponde ad un temperamento umano. Per questo c’è chi va in Tibet, chi scala l’Etna, o chi rasenta il corso delle fiumare. Inoltre, negli ultimi anni, anche grazie ai fondi dell’UE, si sono sviluppati i cosiddetti "alberghi diffusi" che permettono di usufruire di alcuni servizi, come la prima colazione, mantenendo un alto livello di socialità con i residenti del posto alla scoperta di piatti tipici e bellezze culturali ed artistiche poco reclamizzate. Ma cosa possiamo prospettare, noi, ai viaggiatori del 2000? Le isole della Grecia, ad esempio, sono diventate famose anche per le passeggiate dei turisti sul dorso degli asini. Insomma, se aspettiamo le infrastrutture, le strade ed altri "miracoli" saremo destinati solo a regredire, giacché non riusciremo mai ad ideare un prosieguo e vivremo condannati a replicare sempre gli stessi errori. Ed è fin troppo facile ricordare le cose belle che abbiamo, dal mare alle montagne, dai borghi antichi ai resti archeologici. Non basta. Viaggiare presuppone una scelta, ed un turista deve avere un buon motivo per preferire i nostri paesi ad altri luoghi. Ovvero noi ad altra gente”.

Infine, una tua opinione sul nostro sito
E’ davvero un sito interessante che seguo da sempre. Avete anticipato in molte cose gli altri, siete stati degli antesignani del web. E poi sapete far convivere, all’interno di un unico format, storia, curiosità, ironia e attualità. Complimenti davvero.