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domenica 11 agosto 2013

LA STORIA DEL DOTT. FENYVES

Da IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA (11 agosto 2013)





Circa un mese e mezzo fa, Magda Fenyves Sadalla arriva a Caraffa del Bianco, in un normalissimo pomeriggio di fine primavera. E’ con la figlia Ines. Ad attenderli non c’è nessuno. Magda si guarda intorno alla ricerca di qualcosa, una via, un volto. Ha una decisa curiosità negli occhi. La prima persona che incontra è Giuseppina Melina ed a lei Magda si rivolge con un sorriso: “salve, sono la figlia del dott. Fenyves medico qui a Caraffa negli anni ’30. Anche io sono nata a Caraffa e vi ritorno, oggi, dopo ottant’anni”. 

Giuseppina Melina aveva sentito parlare del dott. Fenyves, le aveva raccontato qualcosa persino sua madre, che è ancora vivente. In un attimo, come accade nelle piccole comunità, il passaparola diventa strumento di richiamo e così attorno a Magda si raccoglie quasi
l’intero paese. 

Sopraggiunge anche l’avv. Giulio Mezzatesta, figlio del podestà cav. Rocco Mezzatesta del quale Magda conserva tuttora qualche lettera (in una, in particolare, c’è scritto che il dott. Andrea presta “ininterrotto servizio con capacità e bravura superiori ad ogni apprezzamento”). Poi la visita alla casa natia, con il suo giardino signorile, quasi contigua alla Chiesa S. Giuseppe. Le testimonianze degli anziani a questo punto si combinano e prende forma, come in un film, la storia del dott. Fenyves. Un medico amato, ungherese di origine ebraica, di cui non si è perso il ricordo. Ma cosa ci faceva questo professionista in Calabria nel 1930? Proviamo a ricostruire la vicenda, che passa per un paese di collina che disperatamente tenta di conservare la sua memoria storica e finisce dall’altra parte del mondo, esattamente a San Paolo del Brasile.

Il dott. ANDREA FENYVES (foto anni '30)

Il dott. Andrea Fenyves, dopo essersi laureato all’Università di Padova, si reca a Catania per sostenere un concorso. E’ preparato ed ha un intuito brillante, così supera l’esame che gli consente di svolgere il lavoro tanto desiderato. Nel febbraio del 1930 occupa il posto di medico condotto in provincia di Reggio Calabria, esattamente a Caraffa del Bianco (che dal 1928 al 1945 insieme a Sant’Agata, Casignana e Samo faceva parte di un unico Comune denominato Samo di Calabria. La sede del palazzo del Municipio, però, era proprio a Caraffa).
Andrea Fenyves si adatta subito. E’ conquistato da quell’altura che si affaccia sullo Jonio, dalle gradazioni di colore del panorama che lascia senza respiro. Qui, dove gli abitanti affettuosamente lo chiamano “ l’Ungherese ”, a maggio nasce il suo primo figlio, Alessandro.
In paese, per di più,  dal 1897, svolge la funzione di sacerdote l’arciprete Domenico Battaglia, un uomo che dà avvio gratuitamente e senza distinzione di classe sociale all’istruzione di molti giovani (che egli ama chiamare discepoli, alla maniera dei filosofi greci). Da questa prima luce che indica la via della conoscenza, negli anni a seguire si conterà un numero impressionante di diplomati e laureati.
La Calabria non è poi una terra così “maledetta”!

Sopra, la gente di Caraffa accorsa a salutare Magda

Addirittura a Caraffa, per aver curato gran parte della popolazione da una sconosciuta malattia tropicale, il dott. Fenyves riceve la cittadinanza italiana da parte del regime fascista.

La gente gli riconosce oltre alle competenze mediche anche una grande umanità, che lo rende affabile e molto socievole. Scherza con i bambini e ne apprezza i comportamenti vivaci che considera un segno di buona salute.
Nell’aprile del 1933 nasce Magda, la seconda figlia.
Il dott. Andrea non pensa di lasciare la Calabria: ha trovato un suo spazio, si sente utile e fortemente motivato. Ma d’improvviso e per molti mesi non percepisce più lo stipendio. La sua condizione diviene esasperante così, a malincuore, la famiglia Fenyves è obbligata a trasferirsi nei pressi di Fiume, a Clana.

Pure qui il dott. Andrea è stimato e svolge con passione il proprio lavoro. Ma anche in questo luogo, dopo qualche anno, la situazione muta.
Ecco come Magda, nel suo libro (Camminando con i piedi per terra e gli occhi al cielo) descrive i fatti: “Mio padre lavorava come medico nella piccola città di Clana, nel Nord Italia, vicino Fiume (oggi Rijeka, Croazia). Era molto amato dalla gente, poiché era un professionista che si dedicava ai suoi pazienti, un vero medico di famiglia. Non si interessava di politica, anzi, era totalmente contro il fascismo. Il sindaco della città invidiava il prestigio del dott. Andrea (così immagino…) ed escogitò un piano per danneggiarlo. Fu in questo contesto che si scoprì la sua ascendenza ebraica. Mio nonno, che abitava a Budapest (Ungheria) era ebreo, ma mio padre si era già convertito al cattolicesimo, si era sposato in chiesa e sia io che mio fratello eravamo stati battezzati.
Fatto sta che un bel giorno, mentre tutti e quattro pranzavamo, alcuni poliziotti armati irruppero in casa nostra e, senza nessuna spiegazione, portarono via nostro padre come se fosse un criminale incallito. Fu una vera tragedia! .......Mia madre cercò aiuto presso i vicini, gli amici, ma la paura è qualcosa di potente e tutti ne erano dominati, anche a causa dello slogan che diceva: chiunque aiuterà un ebreo sarà considerato nemico della patria e come tale ne subirà le conseguenze …”.

La vita della famiglia Fenyves, dunque, è sconvolta d’improvviso, ed il bravo medico si trova richiuso nel campo di concentramento di Notaresco (TE). E’ il giugno del 1940, ed Andrea Fenyves è il n. 129 della lista degli ebrei “apolidi”. Ma, fortunatamente, questa triste esperienza si conclude dopo sette mesi.
E’ ancora Magda a raccontare come fu liberato suo padre: “ Il parroco di Clana (che peccato non sapere il suo nome!) non lesinava sacrifici per il nostro sostentamento e per tenere accesa la nostra speranza. E così riuscì a fissare un colloquio con un Cardinale in Vaticano e a prendere un treno per Roma insieme a mia madre”.

Madga, dopo 80 anni, nella sua casa di Caraffa del Bianco


Nel gennaio del 1941, grazie all’intercessione di Pio XII, il dott. Andrea fu rimesso in libertà e con la sua famiglia fu ospitato nel Convento di Santa Brigida, sino a quando non arrivarono i passaporti ed il Brasile divenne la sua nuova patria.

Negli anni, sotto il sole dell' America del Sud, il dott. Andrea ha sempre parlato delle assolate giornate calabresi, di quel paesino che per il mondo appariva quasi sperduto ma per lui era un piccolo universo. Se non lo avesse lasciato, probabilmente, non sarebbe mai andato in un campo di concentramento anche se, al di là di tutto, a Notaresco poteva finire pure peggio.

Il dott. Fenyves è morto il 15 marzo del 1980, tra l’affetto dei suoi cari, dopo aver guarito migliaia di persone che, a lui,  rimasero benevolmente legati.
A San Paolo per i familiari rappresenta ancora un modello etico di riferimento, un esempio comportamentale da seguire. E di quel medico innamorato della Calabria, ai giovani ne parla soprattutto Magda.
Lei che, partita all’età di otto mesi, ha sempre pensato che un giorno sarebbe ritornata Caraffa. Lei che, dopo ottant’anni, a Caraffa ci è ritornata davvero.

DOMENICO STRANIERI






Sotto, una pagina tratta dal libro "Gli amici di Moïse" (Kalos 2020) 
di A. Hoffmann



venerdì 2 agosto 2013

I PREDATORI DELLA CITTA' PERDUTA

I MISTERI DELLA VILLA ROMANA DI CASIGNANA (RC)

Dal primo numero del mensile IN ASPROMONTE (agosto 2013)


Quasi quotidianamente ci sono visitatori alla Villa Romana di Palazzi Casignana, che sorge sul mar Jonio calabrese, davanti la parte orientale del mediterraneo. Non considerando i turisti dell’Urbe, nel periodo romano proprio il mondo ellenico-orientale era la meta preferita dei viaggiatori. E come sbarazzini escursionisti di oggi, anche i giovani romani “in gita” lasciavano le loro scritte nelle vicinanze dei monumenti. Alberto Angela, ad esempio, nel suo libro “Impero” (Mondadori, 2010) ci racconta che la tomba di Ramesse VI ha 1759 graffiti tra firme, date, battute e frasi (tra le quali un modernissimo “ma la mamma lo sa che sei qui?”). Insomma erano grafomani questi romani. 

Eppure nella Villa di Casignana non è stata rinvenuta nemmeno una scritta e non si conosce, pertanto, il nome di nessun proprietario. Sono rimasti dei mosaici raffinati ed affascinanti sia nella zona termale che in quella residenziale, resti di colonne, delle impronte di bambini e di animali su qualche mattone lasciato ad essiccare al sole ma nessuna scritta. Sono tanti, dunque, gli interrogativi ed i misteri di questo sito, che raggiunse il suo massimo splendore tra il III ed il IV secolo d.C..


Da sempre la località dove sorge l’area archeologica è denominata Palazzi. Certamente un nome legato alla presenza grandiosa delle costruzioni greco-romane di quest’area, tra le quali la Villa. Secondo l’archeologo Emilio Barillaro  << a un personale “Casinius”, o a una gentilizia “gens Casinia” o “Casiniana” fa capo la voce toponomastica “Casiniana” (villa o fattoria di un Casinius), e quindi l’odierna Casignana. “La Casiniana”: ecco, dunque, il nome battesimale del complesso di palazzi casignanesi e dell’annessa azienda agraria dei tempi romani>>. Ma aldilà delle ipotesi toponomastiche, non è difficile capire che quasi tutti gli splendidi monumenti della Villa, nel tempo, sono stati depredati.

Particolare del mosaico LE NEREIDI

In un articolo apparso sulla Gazzetta del Sud nel 2008, ad esempio, Giuseppe Italiano sostiene che tutto converge a far pensare che il luogo del ritrovamento della “sfinge egiziana, che si trova oggi ad Anacapri (isola di Capri), tana per ben 56 anni di Axel Munthe (1857-1949), straordinario medico svedese nonché scrittore e filantropo”,  sia la Villa Romana di Casignana

Nel suo libro La Storia di San Michele, difatti, parlando del suo viaggio in Calabria (1908), Munthe, come ci ricorda Italiano, scrive: «conoscevo anche il suo meraviglioso interno, un tempo la Magna Grecia dell’età d’oro dell’arte e della cultura ellenica, ora la più desolata provincia d’Italia, abbandonata dall’uomo alla malaria e al terremoto …. Chi diresse il battello verso questa nascosta e solitaria insenatura? Chi mi condusse alle ignote rovine di una villa romana? Non fatemi domande. Interrogate la grande sfinge di granito, che sta accovacciata sul parapetto della cappella di San Michele. Ma domanderete invano. La sfinge ha mantenuto il suo segreto per cinquemila anni. La sfinge manterrà il mio».

Ma ancor prima, esattamente nel 1987, alcuni giornalisti tra cui Antonio Delfino su La Gazzetta del Sud, Aldo Varano su l’Unità e Giuseppe Zaccaria su la Stampa mettevano in guardia le autorità calabresi contro “i predatori del cavallo alato”. 


Cosa era successo? Scrive Antonio Delfino il 10 aprile 1987: << Il 4 settembre 1974 Giovanni Carlino (20 anni) andò nel tratto di mare di Contrada Palazzi di Casignana con un amico a praticare la pesca subacquea; dopo la prima immersione uscì sconvolto dicendo all’amico: “ho visto interi palazzi sommersi e delle cose meravigliose”>>. Giovanni Carlino rivela, precisamente, di aver riconosciuto un cavallo alato insabbiato nel fondale marino e, nonostante accusasse un leggero malore, si immerse di nuovo. Colpito da embolia e trasportato prima a Locri e poi a Taranto muore 5 giorni dopo.

Nel 1987 la Procura di Reggio Calabria, ed in particolare il sostituto procuratore Fulvio Rizzo, tornarono ad interessarsi del tratto di mare che va dai resti di epoca imperiale di Casignana alla foce della fiumara Bonamico. “Qualcuno ha fatto sapere che lì, alla foce del torrente, da tempo c’era chi saccheggiava un patrimonio enorme” scrive Giuseppe Zaccaria su La Stampa del 2 aprile del 1987.

BACCO EBBRO

Già Paolo Orsi, l’archeologo che scoprì Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico. 

Ma come aveva pronosticato Aldo Varano su l’Unità dell’1 aprile 1987 la sovrintendenza lavora solo per qualche settimana, senza coordinate precise e fin quando durano i finanziamenti a disposizione, “tutto il resto è in mano agli abusivi, compresi quelli stranieri”. 
Un ordine della Procura di Reggio, difatti, dopo poco tempo bloccò il lavoro dei sommozzatori, anche se furono individuati tratti di muri che proseguivano in mare continuando il percorso di quelli della Villa. Il Sostituto Procuratore Rizzo dichiarò di essere certo che nella zona ci fossero inestimabili tesori archeologici e si dimostrò sicuro anche dell’esistenza di complesse strutture sommerse. Non per niente, da un maggiore inglese della Raf (subito dopo la seconda guerra mondiale) ai numerosi studiosi tedeschi sono state diverse le immersioni e gli scavi nella zona di Casignana (basti pensare che ci sono almeno 2 necropoli). 

Scrive sempre Delfino: “Negli ultimi anni pescherecci siciliani hanno rastrellato la zona mentre un vasto commercio d’anfore si svolgeva liberamente senza l’intervento di alcuno. Una preziosa statuetta bronzea, anni fa, fu venduta per poche migliaia di lire”.
Dopo questa parentesi, e grazie al serio lavoro dell’Amministrazione Comunale di Casignana, col tempo l’attenzione si spostò sul recupero dei mosaici (il nucleo più vasto ed importante di epoca romana in Calabria) mentre le piene invernali del Bonamico e gli sconvolgimenti tettonici mutavano l’aspetto del fondo marino. 

Forse è vero, come scrisse in una prefazione del suo libro Axel Munthe nel 1931, che “oggi nessuna sfinge di granito si accovaccia sotto le rovine di una villa di Nerone in Calabria”, eppure nulla hanno potuto i predatori, nel tempo, contro la suprema legge della storia: per quanto si è potuta saccheggiare la Villa è rimasta ugualmente maestosa. I Romani, difatti,  costruivano per l’eternità.


DOMENICO STRANIERI








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giovedì 18 aprile 2013

I POETI CONTADINI DI SANT'AGATA DEL BIANCO (RC)


MURALE DEDICATO AI POETI CONTANDINI NEL BORGO DI SANT'AGATA DEL BIANCO.

 
 Testa? Croce? Testa, Sant’Agata! Giù, perciò! Ed eccoci penetrare in un nuovo scenario: sommità e linee al di là di altezze crestose e abbaglianti bianche fiumare, tratti di colline al mare scintillante e secchi bagliori”. Così, per una fatalità, Edward Lear (artista e scrittore inglese) racconta il suo arrivo a Sant’Agata del Bianco. Passerà la notte nel “grande palazzo poussinesco e antico del barone”. Era il 1847. Ma Lear è solo uno dei tanti viaggiatori che, per caso, sono giunti in questo singolare paese di collina.

Anche Giuseppe Josca (giornalista Rai ed inviato speciale del Corriere della Sera) raggiunge Sant’Agata per una pura combinazione. Un suo libro, C’era una volta il Sud, Rubbettino, 2003, include, infatti, un articolo pubblicato su “Il Giornale” nel 1959 dal titolo “I poeti contadini di Sant’Agata. L’autore narra come, trovandosi nei pressi di Sant’Agata, una pioggia improvvisa bloccò il suo cammino costringendolo a rifugiarsi in una capanna ove incontra un vecchio dalla “barba lunga e incolta”. Sceso in paese, “al caffè in piazza”, viene a sapere che quel vecchio è Rocco Luverà, un poeta chiuso “da tempo immemorabile” nel suo rifugio (dove compone versi di “grande bellezza”).

Tuttavia, molto presto, Josca scoprirà che Rocco Luverà non è l’unico, a Sant’Agata, a creare e registrare poesie nella mente. “ Quella sera, nell’osteria del paese, fui spettatore di una curiosa sessione poetica”, racconta il giornalista, il quale tra “tozzi di salame sott’olio innaffiati da un buon vino rosso” ascoltava, conquistato, le sconvolgenti liriche di contadini analfabeti.

Sono diversi i “rimatori” che, ancora oggi, molti ricordano. Michele Strati (u Dia), Francesco Pulitanò, Michele Gigliotta, Carmela Barletta (nella foto, sotto), Peppe Gallo ecc.....Poeti di un tempo mitico quando, alla maniera degli antichi greci, i canti si tramandavano oralmente. Ecco  perché, da sempre, si ravvisa la paura che assieme alla fine dell’uomo scompaia anche ogni segno della sua realtà culturale. Ed in effetti alcune figure sono avvolte da una sorta di indecifrabilità, per cui si conoscono i nomi e le "fatiche sovrumane" di molte persone ma non si ha traccia di alcun componimento (poesie, farse, serenate).
Alle quattro del mattino – si legge in “Cera una volta il Sud” - i poeti di Sant’Agata sono già in piedi; spesso devono camminare due o tre ore, nella calura o nelle intemperie, per andare a coltivare il morso di terra che li sfama, o portare a pascolo il gregge. Poi vengono le lunghe e tristi ombre della sera. Forse è allora, nella solitudine delle scarrupate capanne, che gli viene voglia di dare sfogo alle loro pene”.

Di Sant’Agata del Bianco è anche Saverio Strati, il quale nel 1959, mentre Giuseppe Josca scriveva il suo articolo, pubblicava uno dei suoi romanzi più belli:  Tibi eTascia.
Lo stesso Strati, già nel 1953, suggeriva alla rivista “Vie Nuove”  di occuparsi dei poeti contadini del suo paese, intendendo il valore culturale dei “poeti senza scuola” e considerando non più rinviabile “il problema di uno sviluppo della cultura popolare”.
Un altro poeta di Sant’Agata, Giuseppe Dieni, autore, finanche, di teatro popolare e prosa narrativa, ha avvertito un profondo interesse per questa letteratura dialettale che “non fu mai scritta”. “Sarebbe interessante - scrive Dieni - raccogliere e fissare in un libro queste voci, alcune che si tramandano da molti secoli, prima che si spengano per sempre privando i posteri di ogni loro notizia”.

Ma, forse, il più attento osservatore di questa particolare “spinta umanistica” è stato Giuseppe Melina, poeta e saggista, il quale ha sempre concepito la necessità di “riappropriarci” della nostra cultura affinché il vuoto tra presente e passato non diventi definitivo. “Il nostro ambiente, da qualche tempo, è gelato in una condizione paurosa – avvisa MelinaEsso è senza memoria. Ha interrotto come, la sua continuità storica. E con taglio verticale. Gli stessi giovani si muovono isolati...”.
Da qui l’arte concepita come un “guardarsi dentro”, per capire la vera fisionomia di una comunità, i segni della sua identità. Ed in modo inconfondibile.








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domenica 15 luglio 2012

Il misterioso pianto del GESU' BAMBINO di Caraffa del Bianco (RC).

Le lacrime del Bambinello e le infinite "tesi" di questi giorni

Da LA RIVIERA del 15/07/2014


Mentre scrivo, ancora non si conoscono i risultati delle analisi del liquido inviato, giorno 6 luglio, al Ris di Messina. Forse anche per questo le “tesi” riguardanti le lacrime del Gesù Bambino de “la Madonna della Tenerezza”, a Caraffa del Bianco, si moltiplicano. Le ultime convinzioni, addirittura, tendono a smentire l’esito delle  analisi (ancora sconosciuto) e presumono che “sicuramente non sarà detta la verità”. Nel frattempo, sempre per quanto concerne il riscontro del Ris, ogni giorno riceviamo la stessa risposta : “forse domani! ”. Può darsi che perfino la lunga attesa snaturi il senso delle cose ma, accanto ai credenti che non hanno dubbi, ci sono non solo i seguaci di Odifreddi (ovvero gli “impertinenti” neo-illuministi che se la ridono della fede altrui) ma anche i paladini di un particolare empiriocriticismo: ovvero coloro che contestano le analisi prima di conoscere il risultato. 

Intanto la Madonna con il suo volto rassicurante è sempre lì ferma; un colore rosso scuro riga tuttora il volto del Gesù Bambino e la gente sosta proprio nel punto ove la vallata appare più suggestiva. 


Si è pure ipotizzata una reazione chimica dovuta al caldo, poiché la scultura è stata inaugurata soltanto a dicembre ed il sole colpisce per tutto il pomeriggio la “guancia lacrimante”. Ma guai a dire simili “eresie”. Qualcuno potrebbe arrabbiarsi. E visto che “ non si scherza con i santi” , diciamo che  è più consigliabile “riflettere tacendo, invece di dire stupidaggini”. Sempre tra i fedeli,  ci sono pareri diversi anche riguardo l’accezione del pianto. Per alcuni è un avviso negativo (terremoti, disgrazie ecc..) per altri una fiduciosa previsione (le lacrime sono il segno più vivo della presenza celeste). 

E se si è arrivati a riconoscere in tutto questo finanche “un senso politico”,  i giovani, invece, si radunano ogni sera sotto la statua vivendo quasi con silenzioso rispetto quello che, per un piccolo paese, rappresenta la “variante” di un tempo sempre uguale. Sicuramente, qualche giornale ha esagerato, nelle ventiquattrore seguenti l’episodio, scrivendo che la gente “grida al miracolo”. Certo, vi era chi pregava, qualcuno  era turbato, ma in generale, all’inizio, non c’è stato un vero e proprio moto d’animo collettivo e tutti hanno reagito con compostezza. 



Ora, quando si incontra qualcuno in giro, la domanda è sempre la stessa: “tu chi dici pà Madonna?”. Ci fosse un Blaise Pascal avrebbe senz'altro scommesso che quello di Caraffa è un pianto soprannaturale. “Tanto -  avrebbe motivato – in questa, come nella scommessa sull’esistenza di Dio, se si vince si vince tutto, se si perde non si perde niente”. Ma le lacrime del 2012 sono un problema molto più antico, ed il thauma (lo stupore attonito, la “meraviglia” di fronte all’imprevedibile) che ancora pervade gli occhi degli uomini ci impedirà, anche dopo l’esito delle analisi, di percepire allo stesso modo una casualità o un “fiato divino”. E forse il bello è proprio questo!










domenica 6 maggio 2012

IL "RITORNO" DEI DIAVOLI ROSSI

Da LA RIVIERA del 6 maggio 2012

Vi era un tempo in cui era difficile per chi giocava a calcio avere i calzettoni. Si usavano scarpette spesso consumatissime ed una maglietta durava quasi una vita. Erano tempi “eroici”, poiché molte partite vengono tuttora narrate come si faceva anticamente con le battaglie. E non solo per quella forza della giovinezza che sembrava incontrastabile. Ma per il pathos, il coraggio, l'entusiasmo, la determinazione ed il ruolo che, a volte, assumevano fortuna e astuzia. Per i calciatori di Sant'Agata, Caraffa del Bianco e Casignana vi era, poi, una squadra leggendaria, di cui si riportano episodi e personaggi. 

La squadra era di Locri, veniva allenata da Vittorio Spadaro ed il suo nome era "Diavoli Rossi". Nei nostri paesi, ancora oggi, molti ragazzi sentono parlare dei Diavoli Rossi e dei fratelli Spadaro, poiché accanto a Vittorio non mancavano mai Nino, Paolo e Fortunato. Parecchi ricordano che era addirittura il padre Antonio, con una Fiat Bianchina, a recarsi frequentemente nei paesini dell'entroterra jonico per accompagnare i giovani calciatori/studenti al campo di calcio. Insomma, una squadra gestita come una famiglia tanto che, pure adesso, Vittorio sa tutto dei suoi ex calciatori. 


Lo abbiamo sperimentato proprio qualche sera addietro quando, i fratelli Spadaro, in compagnia dell'amico Pino Filastro, hanno ritrovato, in una particolare cena, Enzo Strati, i fratelli Peppe ed Enzo Stranieri, Saverino Bartolo e Rosario Scarfone. Tutti hanno giocato nei Diavoli Rossi ed ognuno aveva una certa luce negli occhi, l'intensità di un lampo, ascoltando i ricordi di Vittorio, la potenza della sua narrazione che annulla il tempo e fa rivivere mentalmente le partite come se fossero state giocate ieri. E poi la precisione nel descrivere le azioni (centinaia), episodi, aneddoti, parole, atmosfere, profumi, gioie e sconfitte. 

Un vero e proprio viaggio dentro il ritmo e la bellezza di un'epoca. Un racconto unico che accomuna intere generazioni di ragazzi che attraverso il calcio si sono incontrati ed hanno stretto amicizie che perdurano da decenni. Può, dunque, questa storia che inizia 40 anni addietro, ma che è impressa in modo indelebile nel cuore di Vittorio, rappresentare una lezione di sport ma soprattutto di vita per i giovani di oggi? Io penso di si. Tanto che mi piace rammentare come, a cena ultimata, con una spontaneità quasi poetica, Vittorio si è rivolto a tutti dicendo: “anche se siete sposati e siete dei seri professionisti, per me rimarrete sempre i miei ragazzi! ”.

DOMENICO STRANIERI



Sopra, una foto dei Diavoli Rossi del maggio 1969 (in piedi, partendo da destra, il terzo è Giuseppe Stranieri, mio padre, il quarto è Enzo Strati).



Campo di Gerace, 1.11.1968


In piedi da sinistra: Sainato (senza divisa, amico di Vittorio Spadaro), Spanò, Stranieri, Papandrea, Strati, D'Ascola.
Accasciati da sinistra: Il piccolo Fortunato Spadaro, Audino, Franco, Spadaro Nino, Spezzano, Caccamo.



Sopra, da sinistra, Stranieri-Strati-Minnici



2012 - Da sinistra: Paolo Spadaro, Giuseppe Stranieri, Vittorio Spadato, Enzo Strati.






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