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sabato 12 settembre 2020

QUALE SOCIALISMO?

Dal dibattito sul giornale online LENTE LOCALE

Nel 1976 Norberto Bobbio pubblicava (Ed. Einaudi) un libro dal titolo: “Quale socialismo?”. Oltre al dibattito che si aprì sul binomio “socialismo – democrazia” (con Roberto Guiducci, Domenico Settembrini, Claudio Signorile ed altri), nella parte finale del testo, Bobbio si chiedeva (con quella sua tendenza a non raccogliere certezze ma a seminare dubbi) se “siamo proprio sicuri d’intendere  <<socialismo>> tutti quanti nello stesso modo”.

Ultimamente, sul giornale online Lente Locale, si stanno susseguendo una serie di riflessioni che riprendono il tema del socialismo italiano e del “vuoto” lasciato dallo sfascio del PSI.

Credo che sia una questione molto complessa ma provo ugualmente a dare il mio contributo al dibattito.

Rischierei di essere troppo ripetitivo ricordando il grande valore dell’ideale socialista, le conquiste sociali e politiche, e la modernità del pensiero riformista (in Calabria basta leggere qualche articolo di Sisinio Zito) in anni in cui altri partiti guardavano al futuro (quando lo facevano) con occhi adulterati da notevoli limiti.

Di certo è impossibile non menzionare Mani Pulite, ovvero un processo che nulla aveva di “storico” ma che sembrava orientato ad eliminare i dirigenti di alcuni tra i più grandi partiti italiani, in una nazione che, tra l’altro, non aveva una classe politica di ricambio.

Non per niente nel 2011, durante la presentazione di un libro, Francesco Saverio Borrelli, capo del pool Mani Pulite, disse: “Se fossi un uomo pubblico di qualche Paese asiatico, dove come in Giappone è costume chiedere scusa per i propri sbagli, vi chiederei scusa: scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all'aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale».

Così, oggi, a forza di finte campagne moralistiche, ci ritroviamo con una corruzione maggiore, con delle figure istituzionali inventate al momento ed un populismo che si scontra con altro populismo (in una specie di gara a chi la spara più grossa).

 

    Nenni e Pertini

Ma quando un partito scompare, la colpa non è solo degli altri. Credo che bisogna dirselo con franchezza reciproca. Ovvero: dopo l’ignobile “persecuzione” che si era venuta a creare, quasi tutti i politici “sopravvissuti” erano più preoccupati a riposizionarsi in altre aree che a “restituire l’onore ai socialisti” (per dirla con Claudio Martelli).

Insomma, la nave è affondata anche perché dopo la tempesta tutti l’hanno abbandonata seguendo il motto: “si salvi chi può!”.

In tutto questo, un ruolo decisivo lo ebbe Giuliano Amato che, ad inizio novembre 1992, fu indicato da Craxi quale suo successore. Amato, che da Presidente del Consiglio viveva mesi caratterizzati da enormi difficoltà, rifiutò tale investitura, ed il Partito, ormai lacerato anche nei rapporti personali e senza un vero leader, si frantumò. 

Ricordo che nel 2005, da giornalista alle prime armi, curai per qualche tempo una rubrica nella quale intervistavo ogni settimana un esponente del Nuovo PSI (i socialisti posizionati a destra) ed uno dello SDI (i socialisti di sinistra). La cosiddetta “base” era convinta che fosse necessaria una riunificazione delle anime socialiste ponendo fine ad un’anomalia che esisteva solo in Italia. Ma, nei fatti, l’unità non allettava né Boselli (che nel 2006 diventerà deputato del partito “La Rosa nel pugno”) né De Michelis (restio a lasciare “La Casa della Libertà”), ciascuno attento a preservare la propria posizione di segretario dei due mini-partiti (che in Calabria, regione con una importante tradizione socialista, riuscivano ancora ad eleggere consiglieri regionali, deputati e senatori).

Addirittura, dopo il Congresso del Nuovo PSI, svoltosi a Roma nel 2005, si formarono altri due raggruppamenti: “Rifondazione Socialista” con segretario Giuseppe Graziani e “I Socialisti” con segretario Bobo Craxi (che intanto era passato a sinistra diventando sottosegretario con il governo Prodi).

Diversi nomi e fragili tentativi di un’improbabile unificazione si avvicendarono almeno fino alle regionali 2010, anno in cui i “Socialisti Uniti” conclusero accordi sia a destra che a sinistra.

Ma al di là dei soliti giochi di potere, forse nel 2005 si perse un’opportunità, o forse l’unità era ugualmente destinata a fallire, all’interno di una coalizione di sinistra che considerava “l’aggettivo socialista impronunciabile” .

Oggi, la globalizzazione ha creato una sorta di riconfigurazione della politica planetaria che, però, non ha risolto il divario tra paesi poveri e paesi ricchi. Tuttavia, mentre in passato i grandi movimenti di lotta contro le condizioni sociali imposte dal capitalismo erano alimentati da un pensiero, spesso da un’utopia, che rappresentava un futuro da costruire, oggi, soprattutto in Italia, si sa cosa non si vuole ma è quasi impossibile ragionare su come migliorare l’esistente.

Ecco perché la domanda iniziale di Bobbio torna qui, alla fine della mia riflessione: Quale socialismo? A quale tipo di mondo aspiriamo? 

Sicuramente, ancora oggi, esistono gli oppressi, le disuguaglianze, e il senso del diritto è calpestato dall’ingiustizia. All’interno di un simile scenario, reso più tragico dalla catastrofe ecologica, sarebbe naturale l’esistenza di un partito socialista italiano capace di diventare nuovamente “sperimentalismo storico”, magari partendo dal basso, dalle comunità locali, e dall’eredità di un patrimonio ideale che non ha perso la sua modernità.

Servirebbe, però, una fortissima volontà politica, capace di superare il male derivante dal frazionismo correntizio e dalle nuove forme di “feticismo” (vedi analisi di Marx nel Capitale) imposte dalla tecnologia e dai grandi imperi economici, che provano a trasformare i rapporti sociali, privati di sogni e visioni, in “rapporti sociali tra cose” (trascurando l’ampliamento dei confini della libertà sociale).

Cosa resterà, altrimenti, dei socialisti è difficile dirlo. La speranza è quella di non ritrovarsi a vivere in un mondo simile a quello descritto nel 1908 da Jack London ne “Il Tallone di Ferro”, ovvero una società dominata dalla logica del profitto e governata da un opprimente sistema oligarchico. Anche perché nessun Ernest Everhard (il coraggioso rivoluzionario protagonista del romanzo di London che inspirò al padre di Ernesto Che Guevara il nome del figlio) si intravede tra gli uomini del prossimo futuro.                    

                                                                                                       DOMENICO STRANIERI


ARTICOLI CORRELATI: IL MIO RICORDO DI SISINIO ZITO 

LA BANDIERA DI MIO PADRE


VIDEO

domenica 28 giugno 2020

La "leggibilità" della Locride

In un libro dal titolo “La leggibilità del mondo” il filosofo tedesco Hans Blumenberg ha provato a “sillabare la realtà come se essa fosse esposta in un libro aperto”. Non un’interpretazione del mondo ma una sua lettura che tiene conto “dell’indebolimento dell’autenticità dell’esperienza”. 

Ho ripensato a questo libro apprendendo che è stato presentato un video di promozione turistica della Costa dei Gelsomini, un “tentativo di ripartenza” (come lo ha definitivo Klaus Davi). Nulla da dire al massmediologo che, giustamente, prova a scuotere l’immobilismo di testa e sguardo di molti di noi proponendo un’immagine “diversa” della Calabria. 

E se per un video di 2 min. molti restano a bocca aperta come se arrivassero direttamente da una sorta di “età di mezzo”, questo mi fa riflettere sul nostro abituale, sconsolante, atteggiamento. 

Tempo fa, in una circostanza quasi simile, scrissi che “la Calabria è una regione che si accorge di essere bella perché ne parla, in un pezzo, il giornale francese Le Monde o perché il New York Times l’ha inserita fra i 52 posti al mondo da visitare nel 2017”.  

Ancora oggi è così: siamo come “un popolo intero di nati ciechi, tra i quali giunge uno straniero che, unico veggente in tutto il paese, per la prima volta rende accessibile agli abitanti la loro realtà”.

Anche perché i nostri artisti nemmeno li conosciamo e gli scrittori, probabilmente, sono troppo “nostri”, hanno nomi poco “eccentrici” (quanto basta per essere citati e non letti), segnalano parecchi mali, ci dicono che la rivoluzione, la forza per risollevarci, deve nascere dentro di noi perché non verrà mai nessuno da fuori a salvarci.

E per trovare questa forza non basta ripetere 200 volte la parola “sinergia” in ogni convegno (proviamo qualche volta a parlare anche di “intelligenza di sistema”). 

Il cosiddetto “turismo culturale”, poi, non è un semplice elenco di bellezze e monumenti, ma il risultato di un certo modo di ripensare agli elementi distintivi della nostra identità, alle risorse che vanno organizzate e gestite. Seguire l’esempio di Matera, o di altri luoghi, presuppone la capacità di progettare e avere una visione di futuro. Occorre costruire una vera narrazione che trasformi il patrimonio culturale e naturalistico in esperienza evocativa legata al territorio.

Il riscatto della Locride, in questo mondo, non conosce altre scorciatoie.



Con l'amico Walter De Fiores (Radio Venere) mentre provo a raccontare la "leggibilità" di Sant'Agata del Bianco


 

martedì 2 giugno 2020

EDWARD LEAR E IL MISTERO DEI DUE CAMPANILI

PUBBLICATO SUL PERIODICO "SENTIERI RESILIENTI" 
(Anno 1- N.01 GIUGNO 2020)

Non ci sono più le lapidi dei baroni Franco né il monumento funebre con i resti dell’arciprete Vincenzo Tedesco nella chiesa di Sant’Agata del Bianco. E’ stata distrutta ogni memoria, cancellata per sempre, durante una ricostruzione del 1954, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti. Non ci sono più i quadri di Nicola Franzè, forse preservati tra i tesori di Gerace, e resta poco del palazzo baronale che ha ospitato nel 1847 il viaggiatore inglese Edward Lear

Tuttavia, dal 2017, nel Borgo di Sant’Agata esiste un murale realizzato dall’artista Andrea Sposari che riproduce un disegno di Lear tratteggiato proprio durante la sua permanenza a Sant’Agata (e conservato all’Università di Harvard, nell'area metropolitana della città di Boston). La vista è quella dell’altura di Cola, la collina dove si “rintanava” Saverio Strati per scrivere “Il selvaggio di Santa Venere”. Lear aveva 35 anni quando arrivò nel “grande palazzo puossinesco e antico” del barone Franco (un anno prima aveva pubblicato il suo “A Book of Nonsense”)  ed è singolare che nessuno, prima del 2017, lo abbia mai ricordato, anche solo con un “segno”, nelle piazze o per le vie di Sant’Agata. 

Il 6 agosto 1847, accaldato e tormentato dalla sete, Lear consumò vino e neve a Casignana e poi si incamminò lungo il “sentiero agevole” di Faccioli (“fra boschi ricchi di castagni o per stretti e folte siepi di terra rossa, con frondose querce sopra di noi e il mare ad est che luccicava tra i rami”). Giunto a Sant’Agata fu ospite della famiglia baronale, mancava solo la baronessa, gravemente ammalata. E così Lear, i suoi compagni di viaggio e l’arciprete Tedesco, insieme ad altri venti invitati, cenarono con i fratelli del barone ed i figli. “La volontà di accoglierci – scriverà Lear nel suo diario - cosa che abbiamo notato non mancare in tutta la Calabria, è stata perfettamente manifestata dalla sorprendente comparsa di maccheroni, uova, olive, burro, formaggio e naturalmente vino e neve sulla tavola apparecchiata con una delle più bianche tovaglie di lino, e luccicante di argenteria e cristalli”. 

E’ singolare notare come in molti paesi del nostro territorio, nella metà del 1800, era possibile bere vino e neve ad agosto. Questo perché nelle montagne d’Aspromonte esistevano le neviere, ovvero strutture costruite in pietra, sottoterra, dove veniva conservata la neve da vendere in estate. Lear soggiornò poco a Sant’Agata, partì la mattina del 7 agosto, ma fece in tempo, sicuramente prima del tramonto del 6 agosto, a raffigurare qualcosa, a pensare al fluire di una narrazione. E mentre delineava palazzi e scenari naturali, l’artista scriveva note e sensazioni, indicava in inglese dei vigneti, un giardino e poi appuntava che “la montagna è blu”. Ancora oggi, poco prima del crepuscolo, il massiccio di Scapparrone, davanti a Sant’Agata, diventa di un blu scuro che pian piano si annera prima di svanire nel buio della notte. 

L’artista inglese rappresentava solo quello che vedeva, non aggiungeva o toglieva nulla ai suoi paesaggi. Ecco perché sorprende notare che, nel suo disegno, dalla facciata della chiesa di Sant’Agata (ex chiesa di San Nicola) si elevano due campanili e non uno soltanto. Accanto alla chiesa, a sinistra, c’è poi una casa bassa (spazio che nel ‘900 sarà utilizzato da Carlo Rossi per proiettare i film del suo mitico cinema) e, subito dopo, una casa a due piani che, come qualcuno sostiene erroneamente, non è il palazzo baronale ma, quasi certamente, la casa della famiglia Garzia. Per riprodurre la residenza del barone Franco, Lear avrebbe dovuto raffigurare un’altra prospettiva, una sorta di continuazione di quella che oggi conosciamo (e della quale una copia, dal 2019, è esposta anche all’interno del Municipio di Sant’Agata).

Ma come mai la chiesa che, dal 1954, ha un solo campanile nella parte retrostante di essa, nel 1847, per Lear, aveva due campanili? E’ solo un gioco di prospettiva poiché esisteva, quasi di fronte al palazzo baronale, ancora un rudere della Chiesa di San Rocco (che, però, il Canonico Oppedisano segnalava “abbattuta da una tempesta nel 1745”) ? La chiesa di San Nicola (ora di Sant’Agata) aveva due torri campanarie ma nessuno lo ha mai scritto? Al momento si sa, grazie ad alcune foto, che fino agli anni ‘30/40 del ‘900 esisteva un campanile posto davanti la facciata della chiesa con una piccola cupola identica a quella che illustrò Lear. Il secondo campanile non esiste e anche quello rappresentato nel disegno ha una forma dissimile rispetto al primo. 

Ancora oggi, quindi, rimane il mistero, nato durante il tramonto del 6 agosto 1847, di ciò che videro realmente gli occhi del viaggiatore inglese, che, con passione e curiosità, tratteggiava in presa diretta istantanee della nostra storia che solo noi potevamo perdere.


DOMENICO STRANIERI





Sant'Agata vista, oggi, dall'altura di Cola


Sant'Agata del Bianco, disegno di E.Lear del 1847



Particolare del disegno di E. Lear


Foto Chiesa Sant'Agata, con un campanile, prima del 1954

lunedì 24 giugno 2019

"IL RISOLUTORE", IL LIBRO DI GIAMBATTISTA SCARFONE

da IL QUOTIDIANO DEL SUD del 24/06/2019




Il libro di Giambattista Scarfone, IL RISOLUTORE (Morlacchi Editore, luglio 2018), ha un suo elemento segreto sin dalla dedica iniziale: “A te, nonostante tutto”.
L’autore si trova rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Spoleto, dove sta scontando trenta anni di carcere e dove, dopo un lungo percorso culturale ed esistenziale, è diventato “altro” rispetto a ciò che era: ovvero uno scrittore di talento.

Giambattista Scarfone (che nel 2007 ha vinto il Premio Trevi Noir con il racconto inedito “L’imprevisto”) ha trovato nei libri, in prigione, la sua libertà ed è diventato un vero e proprio caso letterario di cui si sono occupati, tra gli altri, gli scrittori americani di fama internazionale Micheal Gregorio e la giornalista e scrittrice Giovanna Zucconi.

Il Risolutore è il primo romanzo di Scarfone ad essere pubblicato (in verità ne ha scritti più di venti) ed è stato proposto in anteprima (con una bella relazione del prof. Domenico Talia), a Sant’Agata del Bianco (RC), paese natio dell’autore, il 12 agosto 2018. Recentemente, il 27 maggio 2019, il libro è stato presentato a Perugia, in un incontro contraddistinto dagli interventi di Micheal Jacob e Daniela De Gregorio (scrittori), Alvaro Fiorucci (giornalista), Antonio Scarfone (che ha curato la prefazione) e Gianluca Galli (Molacchi Editore).


Si tratta di un noir che cattura l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine e lo trascina, anche grazie ad una efficace e rapida costruzione dei dialoghi, lungo una trama avvincente. Andrea Rangeri, il protagonista, è un killer (Il risolutore) che fa propri tutti i “valori” della vita normale (amore, odio, amicizia) e li “rivive”, a modo suo, in un mondo criminale irredimibile, in cui egli si differenzia per essere “fiume” e non “stagno” e dove una forza oscura (misteriosa quanto le parole di una sensitiva : “un drago nero tenterà di aggredire un drago rosso”) gli segnerà il destino portandolo verso inesorabili scelte. Non si tratta di un vero e proprio “giallo”, nel senso che non si aspetta di sapere solo come andrà a finire, ma è godibile dal di dentro, in ogni pagina, con le sue invisibili sfumature. Così, all’improvviso, ogni lettore si troverà a nuotare nello stesso “fiume” impetuoso di Andrea Rangeri.
Le copie de Il Risolutore arrivate in Calabria nell’estate del 2018 sono andate esaurite in pochi giorni. Adesso, in attesa della ristampa del testo, è possibile acquistare il libro online su Amazon; IBS, o sul sito ufficiale www.morlacchilibri.com.

I RELATORI PRESENTI A PERUGIA

LA PRESENTAZIONE DEL 2018 A SANT'AGATA DEL BIANCO (RC)


Peccato che anche nella presentazione di Perugia (come per la consegna dei premi al Festival Trevi Noir) l’autore non abbia ottenuto il permesso di essere presente. Perciò, non potendo fare altro, ha inviato una lettera di saluto:

“Benvenuti!
Ho sperato di esserci ma evidentemente un pregiudizio congenito in chi non dovrebbe averlo ha impedito l’incontro.
Non avrei voluto parlare di carcere sebbene sia il luogo che mi ospita, spero ancora per poco, e nel quale i miei libri sono nati.
Pare chiaro che la pubblicazione di un libro sia ritenuta di poca importanza e che faccia comodo considerare i detenuti ciò che sono stati, senza badare a ciò che sono diventati. Nessuno tuttavia può negare che se in un tempo divenuto ormai remoto sono entrato in carcere come un criminale ed ora ne esco come uno scrittore qualcosa indubbiamente è avvenuto, e in meglio ovviamente. Che si finga di non notarlo è denigratorio per qualunque intelligenza e ciò che per il carcere potrebbe essere un vanto diventa una vergogna. Ma fino a quando le valutazioni saranno basate esclusivamente sulla tipologia di reato il giudizio sarà sempre negativo perché votato a tenere presente un passato che non appartiene più a nessuno. Se invece che al reato si guardasse alla persona che inevitabilmente subisce metamorfosi fisiche, culturali e psicologiche, forse ci sarebbe davvero la volontà di offrire una nuova opportunità a chi ha smesso perfino di sperare.
Scusatemi ma ve lo dovevo.
Siamo giunti al romanzo.
Non commettete l’errore di pensare che sia autobiografico, anche se il luogo in cui mi trovo possa falsare il giudizio, poiché non c’è nulla di vero. Godetevi piuttosto le emozioni, scoprendo un mondo che ha il suo fascino ancor più perché visto dall’interno. Pensate quindi a chi lo ha scritto, che si è servito della scrittura come terapia per non impazzire, solo dopo averlo finito di leggere.
Non vi nascondo che per il puro piacere di fissare nella mia mente le vostre espressioni compiaciute mi piacerebbe essere davanti ad ognuno di voi nel momento in cui leggete, o avete letto, l’ultimo rigo del romanzo. Dico questo perché, fossi riuscito a generare anche un solo brivido nel lettore, come autore ho raggiunto lo scopo. Senza dimenticare che Il Risolutore, sotto il profilo didattico, va letto come chi ci ha insegnato la tragedia greca, cioè con l’idea di riscontrare ciò che non si deve fare mai. E’ il mio augurio.(….)
E’ indubbio che siete testimoni di un evento straordinario, come è innegabile che il regalo più gratificante per me sarà quello di sapere che divulgherete ciò che avete vissuto con l’occhio attento di chi ha visto dove altri si sono appena limitati a guardare, e suggerire a chi si ostina a non volere accettare che i traguardi culturali non serrano le porte ma aprono la mente e cambiano le mentalità”.

Questa la riflessione di Scarfone, segnata dalla speranza, disillusa, di staccarsi da un paesaggio immobile, fatto di cemento e sbarre, per raccontare come è nato il mondo straordinario della sua immaginazione. Sicuramente la sua presenza a Perugia avrebbe rappresentato una vittoria per lo Stato. Visto che, prima di ogni altra cosa, è importante evidenziare che un detenuto, anche grazie alle attività svolte nel carcere di Spoleto, è riuscito a “trasformarsi” (pur vivendo al centro di un abisso invalicabile). 

E ha ridisegnato quella “sconfitta” durata anni e anni, in cui l’unica condizione di felicità era quella misurata sulla carta, in una grande lezione. Ovvero quella di un uomo che, partendo dai propri errori, è riuscito a trovare il germe di una forza, e perfino di una gratificazione, nella ricchezza di esperienze e  avventure che solo la strada della cultura può dare.


DOMENICO STRANIERI




domenica 28 ottobre 2018

LA LEGGENDA DI BRUNELLO "IL LIBERATORE"


Nel film Braveheart - Cuore impavido (del 1995) il protagonista  William Wallace si sposa in gran segreto con l’amata Murron poiché, durante un altro rito nuziale, aveva assistito all’irruzione di un signorotto locale, scortato dai suoi soldati, che aveva portato via con sé la neo-sposa in nome dello jus primae noctis ("diritto della prima notte").

William Wallace è un personaggio realmente esistito. Per le sue battaglie contro l’esercito inglese fu giustiziato il 23 agosto 1305 ed è considerato l’eroe nazionale scozzese. La scena del film che riguarda lo jus primae noctis è sicuramente inventata, eppure in molti luoghi italiani ed europei vengono sempre narrate vicende che si collegano direttamente a questo presunto diritto.

A Sant’Agata del Bianco (RC) una storia fatta di prepotenze ma anche di liberazione è ancora viva nell’immaginario del suo popolo. Esiste persino una data precisa: il 19 luglio 1661. E si ricorda un nome: Brunello. Era l’epoca in cui in paese regnava incontrastata, dal 1589, la famiglia dei nobili Tranfo (originaria di Tropea).

Entrata arco palazzo baronale

Si narra che un pastore santagatese, detto Brunello, non riuscisse proprio ad accettare il fatto che la propria sposa fosse costretta a passare la prima notte di nozze con il duca Tranfo. Così, con grande coraggio, decise di camuffare la moglie con abiti da pecoraio e di recarsi lui, di notte, travestito da donna, con tanto di “parrucca, busto merlettato e mantusinu”, dall’ingiusto signore.

Il giovane, irriconoscibile e con le sue intoccabili convinzioni, entrando nel palazzo disse subito di provare molto imbarazzo e chiese di potersi disfare dei vestiti al buio. Il duca acconsentì e, appena spento il lume, Brunello lo trafisse senza indugio con il suo coltello, quasi per un moto urgente di rivolta. Dopodiché scappò dal retro del palazzo (lo stesso dove nel 1847 fu ospitato Edward Lear) e si nascose lungo il pendio che, dopo un vallone, segnava il confine della terra di Sant’Agata. Nessuno vide o inseguì il fuggitivo, forse solo il riflesso della luna ravvivò di luce l’arma che teneva in mano. Ecco perché quella ripida scoscesa, che divide i territori di Sant’Agata e Caraffa del Bianco, ancora oggi è denominata contrada Brunello.

Pure lo scrittore santagatese Saverio Strati (premio Campiello nel 1977), nel libro La Teda (Mondadori, 1956), espone una storia simile. Uno dei personaggi principali del romanzo, Costanzo, narra che a un giovane molto coraggioso, intelligente e forte gli “dava veramente alle corna dover portare sua moglie al principe”. E dice: “Mia moglie dev’essere mia e di nessun altro. Si deve tagliare una volta per sempre questa cancrena, a costo della vita…”>>.

Così, racconta Costanzo: <<“Si veste lui da donna, e se ne va al castello del principe. Era vestito  così bene che nessuno se ne accorse del trucco. I servi fanno entrare questa donna nella camera da letto del principe. Questo era un uomo maligno, grosso e alto. Entra nella camera e dice alla ragazza – e che ragazza!- “Spogliati!”. Il furbo fingeva di non volere, e piangeva. “Su, su, non fare storie!” le dice il principe. “Non lo sapevi che la tua sorte era questa?”. “Principe del mio cuore” gli dice la finta ragazza con voce piagnucolosa, “spegnete il lume, perché io ho vergogna di spogliarmi davanti a voi!”…>>.

Insomma anche ne La Teda la storia, che non dà mai l’impressione di avere un esito provvisorio, si conclude con il principe che muore, lo sposo che scappa dal castello e tutto il popolo che corre in cerca del giovane per portarlo in trionfo per le vie del paese. “E lo chiamarono: Il Liberatore”, conclude Costanzo.
A parte il finale “aggiunto” da Strati (con il popolo soddisfatto che esulta), c’è da notare che questa vicenda, raccontata ancora oggi con convinzione pura e semplice dagli anziani di Sant’Agata, è quasi identica a quella proposta nel romanzo. Strati ha scritto ciò che ascoltava in paese, da giovane, e nelle sue pagine fa un parallelismo tra i prìncipi di ieri e i principali di oggi (medico, podestà ecc...). Entrambi, dice Biasi (un altro personaggio), “vivono sulle nostre spalle, ci succhiano il sangue”.

Il retro del Palazzo baronale, da dove scappò Brunello

Qualcuno potrà contestare questa leggenda affermando che lo “jus primae noctis” non è mai esistito, che nessun documento storico lo menziona chiaramente e che, al limite, si trattava di un diritto di natura economica (un'imposizione fiscale) pagato dai servi della gleba per ottenere l'assenso al matrimonio da parte del signore feudatario. 
Ma, ogni tanto, dal mare dei racconti e dei poemi, tra dettagli frantumati d'invenzioni e verità, spunta il relitto di una storia che non vuole cancellarsi.

E allora, lasciateci pensare che, contro le prepotenze ed i soprusi, c’è sempre un momento in cui arriva un uomo che rende giustizia a tutti e, senza chiedere nulla, mantiene una irragionevole promessa. Lasciateci pensare che non abbiamo dimenticato cos'è la libertà, la forza delle idee e delle passioni. Lasciateci, infine, pensare che il popolo non si è ancora arreso e, qualche volta, riesce pure a non acclamare l’eroe sbagliato.

 
DOMENICO STRANIERI



"L'ombra di Brunello il Liberatore" (Murale Borgo Sant'Agata del Bianco)