HOME PAGE

martedì 30 settembre 2014

ANIME NERE E IL "DEMONE" DI CRIACO

Qualche considerazione sul film Anime Nere


Voglio provare anch’io a dire cosa penso del film Anime Nere, diretto da Francesco Munzi e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco. Ho aspettato un po’. Ma era necessario aspettare.

Quando sono andato al cinema mi sono ripromesso di dimenticare il libro, di non considerarlo. Lo avrei ricordato solo alla fine della proiezione. Era un mio esperimento individuale. Volevo partire da zero, senza suggestioni di alcun tipo.

Eppure il testo mi era piaciuto molto. Inizia con un “Camminavamo veloci”, che concepito sull’Aspromonte ha un significato tutto particolare, poiché rievoca altri passi, e non si ferma più. Ha un ritmo che trascina. E’ scritto con la lingua della montagna, con i suoi occhi (i soli che conoscono alla perfezione i nostri istinti “atavici”). E c’è il “demone”, come lo chiama Criaco, che rapisce le menti.

Già nell’epigrafe iniziale si legge: “Tanto, troppo sangue hanno versato e fatto scorrere i figli dei boschi, fratelli inutilmente e stupidamente divisi. Possano Dio e gli Dei placare lo spirito guerriero che li anima, e scacciare il Demone che li possiede”.
Dopodiché, nel libro ci si imbatte altre volte in questa forza ispiratrice/distruttrice: “Il demone bruciava ancora dentro noi” oppure “La strada ci mancava, il demone che ci muoveva era ancora affamato e ci spingeva avanti”.

Dire cos’è il “demone” è una delle cose più difficili della letteratura contemporanea. Lo possiamo afferrare, sappiamo che c’è, ma decifrarlo, dargli un nome, è impossibile. La parola che più si avvicina alla sua natura è appunto “demone”. Liberarsene è un’impresa ardua. Una volta posseduti non vi è quasi scampo. Non è un problema solamente culturale. E’ una lotta contro l’aria che si respira, contro un certo senso della realtà.

Anche nel film è presente questa forza. Non viene mai menzionata, ma c’è. E’ in Luigi, ad esempio, ed ottenebra la testa di Leo. Sia nel libro che nel film essa scompare con la morte. Nel primo preannunciandola (eravamo in pace con noi stessi, il demone che ci aveva posseduti per decenni ci aveva abbandonato in cerca di nuove vittime..) nel secondo “favorendola” in modo drammatico e inatteso.
Di certo, è la tragedia lo scenario ove il “demone” s’annida. E Luciano lo sa. Quando impugna la pistola (giacché il demone si stava “riprendendo” Rocco) non lo fa contro una persona, e nemmeno per sfuggire ad una faida senza fine. Egli spara al male che conquista le menti, ad un mondo intero. Un mondo, appunto, animato dal “demone”.

Non so se l’intenzione del regista sia stata quella di preparare tutta la pellicola, sin dall’inizio, a quel finale (a quella grande riflessione finale). E’ come se si fosse prima immaginata la conclusione e poi, su di essa, si fosse costruito tutto il resto. Ovvero un film in dialetto calabrese, girato in Calabria, che parla a ogni popolo con il linguaggio dell’esattezza.

In Anime Nere, difatti, non c'è un antieroe che affascina, come il  Noodles di C’era una Volta in America o i protagonisti della scalata criminale de Il Capo dei Capi (ho sentito, ad esempio, molti giovani, anni addietro, ripetere le frasi del Riina della fiction).
Per questo ci troviamo di fronte a qualcosa di unico, essenziale eppure mai detto prima. Possa piacere o no, l’efficacia dell’opera risiede proprio nella mancanza di forzature spettacolari. L’armonia cadenzata è quella reale, della nostra terra, ed il paesaggio è un tutt’uno con lo stato d’animo dei protagonisti (ma anche con quello di chi sta guardando il film).

Ma vi è pure un’altra qualità nel lavoro di Munzi (tra le tante che non ho voluto ribadire perché già dette da altri). E cioè che il finale del film è aperto. Potrebbe avere un seguito. Sempre che qualcuno osi allentare ancora le porte della verità per capire dove si è andato a cacciare il demone


DOMENICO STRANIERI





Dal mensile IN ASPROMONTE di Ottobre 2014






Nessun commento:

Posta un commento