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domenica 16 gennaio 2011

Intervista a VITO TETI (Scrittore, saggista e docente di Etnologia all'Università della Calabria)

Da La Riviera del 16 gennaio 2011



Prof. Teti, in ogni epoca i giovani hanno sempre sognato che il mondo incominciasse con loro, ma oggi non è così. Non crede che anche la libertà in una Calabria senza lavoro sia un valore “limitato”?

E’ una “catastrofe epocale” che riguarda l’intero pianeta. Marc Augé ha scritto un bel libro “Che fine ha fatto il futuro” per ricordare che viviamo in una sorta di eterno presente, senza progetti e senza speranza. Per la prima volta, nella storia dell’umanità, i giovani vivono con la convinzione che la loro vita sarà peggiore di quella dei padri e dei nonni. I sogni sono stati sostituiti da ansie, paure, insicurezze e si capisce (senza però giustificare comportamenti violenti e controproducenti) perché in tutto l’Occidente crescono il malessere, le proteste, la “rabbia” delle nuove generazioni. In Calabria la situazione è ancora più disperata. Ai problemi del mondo occidentale si aggiungono i problemi atavici della nostra terra: disoccupazione, condizioni di miseria, scarsa vivibilità “ambientale”, malapolitica, criminalità organizzata. La libertà è, davvero, a rischio. Bisognerebbe mettere al primo posto dell’agenda politica il problema dell’occupazione giovanile.

Per alcuni, stranamente anche calabresi, la questione meridionale è fuori moda. Eppure, al nord, si rafforza un’ideologia antimeridionalista. Cosa fare per dare voce ad un sud che, forse, manca ancora di una forte soggettività meridionale?
E’ davvero paradossale: i gruppi dirigenti nazionali – con la complicità di quelli locali – sono riusciti a cancellare la “questione meridionale” (come era avvenuto durante il fascismo) e ad inventare una “questione settentrionale”. La Lega genera razzismo antimeridionale e antimmigrati e il Sud non riesce a fare sentire le proprie ragioni. Non bisogna però cadere nelle trappole leghiste e dare voce ad un localismo subalterno, di segno contrario. Ci sarebbe bisogno di una nuova classe politica ed intellettuale, capace di riaffermare la soggettività
meridionale (come ai tempi delle lotte contadine per le terre e delle lotte bracciantili) e di mettere al centro i bisogni e le aspirazioni delle popolazioni. Impedire la fuga delle nuove generazioni, offrire loro delle possibilità concrete, creare strutture, economie, identità aperte, puntare sulle risorse paesaggistiche, culturali, archeologiche, artistiche: è questa la scommessa che dovremmo portare avanti. Invece prosperano ancora le lamentele, le chiacchiere, le retoriche. I giovani dovrebbero dire un “no” forte a questo stato delle cose e porsi come protagonisti di mutamento e di rinnovamento, dicendo addio definitivamente ad un ceto politico autoreferenziale che tende ad auto riprodursi.

Lei stima molto Corrado Alvaro. Cosa direbbe, oggi, il Grande Scrittore di fronte ad una ‘”Italia che rinuncia”, peggio e più di prima?
Corrado Alvaro è stato un Grande Calabrese, come Gioacchino da Fiore, Telesio, Campanella. I suoi scritti ci fanno capire l’anima profonda della Calabria. Il senso morale e di giustizia, che affiorano nelle sue pagine, penso che lo porterebbero a un giudizio poco lusinghiero nei confronti del nostro presente. La sua  domanda “L’Italia rinuncia” e anche “La Calabria rinuncia?” restano drammaticamente attuali. Bisognerebbe rispondere, finalmente.

L’antropologia dei paesi calabresi è sempre caratterizzata dal concetto di fuga. Tanto che lei, in un suo recente articolo, si è detto d’accordo con Pasquino Crupi “quando individua nello spopolamento una possibile causa delle barbarie di questi giorni”.

La fuga è un tratto antropologico (da interpretare in prospettiva storica) delle popolazioni, come l’amico Pasquino Crupi ha scritto molti anni addietro. Adesso siamo a un punto cruciale: il rischio abbandono- svuotamento dei paesi, con tutte le conseguenze che tale infausto fenomeno comporta a livello ecologico, culturale, sociale, identitario. Crupi conosce bene la vita e la storia dei nostri paesi e del Sud e, a ragione, individua nello spopolamento una possibile causa della barbarie che ci circonda. Siamo in un circolo vizioso: lo spopolamento genera vuoto, solitudine, apatia, conflitti e questi “mali” aumentano lo spopolamento. Bisogna invertire questa tendenza, spezzare questo circolo nefasto. Con fantasia, con coraggio, con un grande progetto per le aree interne, la montagna, il territorio. Tutelare e salvaguardare le bellezze significa creare economia e rendere piacevole la vita di chi ha scelto di restare e di chi intende tornare, sia pure per brevi periodi. Il problema è che, mentre le mafie e i politicanti si collegano e fanno rete, in maniera perversa, i giovani, le persone per bene, le tante forze sane, gli intellettuali critici non riescono a collegarsi, a fare rete, a creare un “movimento” di rinascita. Scontiamo ancora antichi isolamenti.

Il 13 dicembre scorso, l’Unical ha conferito la laurea honoris causa in Filologia Moderna a Saverio Strati per i suoi meriti culturali. In quell’occasione, lei ha tracciato con passione l’itinerario artistico dello scrittore di S. Agata del Bianco. Perché stima cosi tanto Strati?

Strati è il più grande scrittore calabrese vivente. Autore di romanzi che hanno saputo dare voce alla Calabria della povera gente, dei paesi, e che ha colto e denunciato in anticipo il degrado e la devastazione della nostra terra. La laurea honoris causa al grande narratore era un atto dovuto, un riconoscimento non soltanto a lui, ma alla Calabria da lui narrata. Dobbiamo essere grati a Strati per quello che ha scritto e per quello che continua a trasmettere. Spero che sia valorizzato definitivamente e che venga letto, davvero, nelle scuole e nelle Università.

Cosa può dire e, soprattutto, cosa può fare un antropologo calabrese come lei, di fronte al triste scenario socio-culturale che attanaglia la nostra regione?

La risposta sarebbe lunga. Non come antropologo, ma come abitante di questa parte di mondo e del Mondo, penso che ognuno di noi debba continuare a fare bene il proprio lavoro, spendersi con passione nell’attività che svolge. Penso che parlare di “etica”, di riguardo dei luoghi e delle persone, di politica intesa come ricerca del bene comune, della Polis, è l’imperativo di noi tutti.

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